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2 aprile 2026

Le uova pasquali colorate con la scorza delle cipolle

I "ovi coti" di Pasqua colorati usando le scorze di cipolla secondo un vecchio metodo della tradizione contadina...
Il colore ramato viene dalla scorza della cipolla comune, bollita fino ad ottenere la concentrazione desiderata. Il profili più chiari sono degli "stampini" vegetali fatti aderire alla superficie dell'uovo.

I coloranti d'origine naturale erano molto diffusi prima dell'avvento dei
pigmenti industriali all'anilina e nelle famiglie contadine dell'interno e-
rano di fatto i soli conosciuti. Sono ridiventati di moda perchè conside-
rati "ecologicamente corretti" il che - al di là di ogni esagerata enfatiz-
zazione - è certamente vero.
"Ovi coti con la scorza de cipolla e x le figure go messo foie o fiorellini sul ovo e involtisà in calze nailon" (dal gruppo FB "Un fiume di fiumani").
Dove "involtisà" naturalmente va inteso come "avvolto" o meglio "avvoltolato su sè stesso".
Si trattava di una procedura ben nota e molto diffusa che quando i coloranti artificiali erano ancora pressoché sconosciuti, era conosciuta da tutti.
Una procedura che si è conservata a lungo nei paesini dell'interno e che ora sperimenta una seconda giovinezza.
Come trasformare le foglie in stampini? Il trucco è semplice: per tenerle aderenti alla superficie dell'uovo durante la bollitura nel colorante, usare vecchie calze a rete (foto di Ester Bosic, del gruppo FB "Un fiume di fiumani").


12 febbraio 2026

Kolačarke, variante dolce delle savrinke istriane

Quando c'erano delle feste o delle sagre paesane queste donne dell'entroterra slavo ci andavano per  vendere dolci e ciambelle, ed erano chiamate kolačarke (le savrinke invece vendevano di tutto).
Il loro nome che deriva dallo sloveno kolačkolačke, che significa “ciambella” e queste intraprendenti donne li trasportavano in ceste dette plinjerji per poi venderli in piazza, e nelle strade. L'uso di vendere in piazza i dolci fati in casa prosegue tutt'oggi nelle feste popolari di paese.

Le kolačarce più abili preparavano anche la pastacrema carsolina, una millefo-
glie a più strati che richiama la torta dobos, che a Trieste chiamano zavata. Ma si
cimentavano anche nella produzione di certe caramelle casalinghe, che venivano
chiamate cilele (e che, complice la "c" pronunciata "z", mi fanno tornare in men-
te le popolari
 zirèle di zucchero alla cannella trentine).
Le kolačarce, come venivano chiamate in dialetto, preparavano ciambelle e dolcetti più o meno grandi, detti rispettivamente kulači o kulačići. Quelli più grandi erano comuni sulle tavole nuziali, mentre quelli più piccoli venivano preparati in occasione di cresime e altre feste.
Vecchia usanza: se un ragazzo comprava una ciambella a una ragazza, ciò significava che desiderava conquistarla, pertanto questo gesto era il simbolo del corteggiamento. Se invece il

31 ottobre 2025

Comisso e la polenta dei pescatori di laguna

Dura o mola? Chissà quale delle due polente si cucinava a bordo del peschereccio chioggiotto raccontato da Giovanni Comisso...

"Quando viene la sera, lungo la laguna, nella improvvisa freschezza dell'aria si sente un odore di fumo e di polenta, come in alta montagna arrivando al primo paese. Sono i pescatori di laguna che preparano da mangiare a bordo dei loro battelli." (Giovanni Comisso, "Il porto dell'amore", Longanesi & C., Milano, 1973, pag 39)
Che si sia trattato di un bragozzo o di un trabaccolo ha poca importanza.
Si tratta delle stessa imbarcazione adriatica, mossa da due vele al terzo
ed il nome dipende dalle dimensioni (maggiori nel caso del trabaccolo)
ed eventualmente dalla presenza di una terza velatura montata al fiocco
sulla asta di prua. Un trabaccolo di dimensioni e struttura più leggere
prendeva il nome di "trabaccolo da pesca".
Aveva da essere dura o morbida? In montagna la fanno dura: le popolazioni di montagna fanno una polenta compatta e "da taglio" che ben si accompagna ai formaggi e ai salumi e che può anche, una volta fredda, essere portata nei campi avvolta in un tovagliolo e mangiata sul posto. E' quella che preferisco, meglio ancora nella sua versione "taragna" cioè preparata con un mix di mais e grano saraceno.
In laguna la fanno morbida, come nel caso della "polenta e schìe" (gamberetti) preparata con una polentina, spesso bianca (cioè ottenuta da mais bianco, molto diffuso nel veneziano) o gialla ma lasciata molto molle, della consistenza è ideale per accogliere il sugo dei gamberetti (lessati o fritti) o di molti altri tipi di pescato, seppioline in testa...
Polenta bianca e gamberetti della laguna: la tradizione veneziana.
👉All’inizio dell’estate 1921 Giovanni Comisso si reca a Chioggia e incontra i marinai del veliero "Il gioiello", che aveva aiutato a Fiume. Si tratta di un veliero che faceva sponda tra Chioggia e le coste delPolenta bianca e gamberetti
Quarnaro e dalmate. Nell'estate del 1924 percorre di nuovo l’alto Adriatico, le coste istriane e liburniche, le isole di Veglia, Arbe, Cherso, a bordo del bragozzo del capitano Gamba. Pubblica "Il porto dell’amore" (1924), in cui racconta la sua esperienza fiumana come legionario
Polenta "dura" di mais e grano saraceno con crauti e luganeghe trentine.

dannunziano. Si veste come un marinaio, lavora con loro e li aiuta nel contrabbando di vestiti e berretti.
👉Durante l’estate del 1920, assieme a Guido Keller, Comìsso naviga in barca tra le isole del Quarnaro, provando emozioni che ispireranno le pagine più incantate de "Il porto dell’amore". Assieme ad altri legionari, fonda il Movimento Yoga, anarcoide e con accenti antimodernisti, e l’omonima rivista. Sulla testata campeggia una croce uncinata (simbolo del sole) e la scritta: "Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione". Settimanale, ne usciranno solo quattro numeri. Nel primo numero, si dichiara la necessità di introdurre «strane forme di vitalità in ogni movimento, in ogni ambiente, ecco il nostro programma. […] Amare i nostri vizi come le nostre virtù, come ci consiglia Nietzsche. Muoversi. Vivere. Distruggere. Creare. Come scopo. Non per un ideale, ma per esser ciò l’ideale».

8 settembre 2025

Savrinke, le ambulanti dell'Istria interna

Le "Šavrinke" erano quelle donne della Šavrinija (zona dell'entroterra di Capodistria attorno al fiume Risano) che commerciavano in pane e prodotti agricoli andando di paese in paese.
A differenza delle venderigole triestine, che avevano ciascuna una sua postazione fissa nei marcati all'aperto cittadini, le savrinke (come le breschize del Carso) esercitavano il loro piccolo commercio spostandosi di luogo in luogo. Erano delle ambulanti, se vogliamo delle pendolari giornaliere. Qui ne vediamo un gruppo in sosta per le vie di Capodistria.
Un gruppo di savrinke in viaggio con i loro prodotti agricoli.
Questo piccolo commercio ambulante spesso informale e poco regolamentato portava ai loro villaggi un grande aiuto economico. Ambulanti "pendolari" note per la loro intraprendenza, le Šavrinke sono un simbolo dell'identità istriana tanto che a Cristoglie, al centro del paese, sorge il monumento alla savrinka istriana che raffigura una donna con un cesto sulla testa (il "plenir") con i prodotti che vendeva nelle città vicine, Trieste, Capodistria e Buie.
Le Šavrinke si suddividevano in vari tipi a seconda della loro specializzazione. Le più conosciute e numerose erano le "jajčarice", che andavano di casa in casa a raccogliere le uova, che riponevano nei panieri in equilibrio sul capo o nelle bisacce caricate sull'asinello per poi rivenderle altrove. C'erano poi le "krušarice" che cuocevano il pane in casa e lo vendevano insieme alla frutta e alla verdura, le "mlekarice", che portavano il latte, le "perice" che raccoglievano la biancheria in città per portarla a lavare a casa e le "kolačarke" o "kolačarice", che vendevano dolciumi alle sagre.

4 giugno 2024

La venderigola nella foto del National Geographic

E' un'istantanea che risale agli anni fra le due guerre mondiali, quando Fiume era italiana. L'autore, ungherese, si chiamava Ernest Peterffy.
Nel porto di Fiume, fra le due guerre mondiali, quando alle venderigole, assieme alle mlekarice, spettava l'onere di portare in piazza, nei mercati, nelle case e nel porto i prodotti dei contadini e degli artigiani dell'entroterra.

"La venditrice di secchi di legno e di botti mentre fa un pisolino pomeridiano a Fiume".
"La venditrice di secchi di legno e di botti mentre sta facendo un pisolino pomeridiano a Fiume" è l'introduzione alla didascalia dello scatto del fotografo e artista giramondo Ernest Peterffy, della rivista National Geographic.
La didascalia di National Geographic così prosegue: "Per un breve periodo dopo la prima guerra mondiale Fiume godette di un privilegio simile a quello di Danzica; fu una libera città, sotto la giurisdizione della Lega delle Nazioni, mentre si pensava che servisse agli interessi congiunti di Italia e Yugoslavia. Nel gennaio del 1924, tuttavia, concordarono che Fiume andasse all'Italia e Baros alla Yugoslavia. Fiume era stata la scena dello spettacolare exploit di D'Annunzio (vedi nel testo, pag 197)".

3 marzo 2024

Le "cucize" di Cherso raccontate da chi c'era

La cuciza (kućica) è una piccola costruzione rurale in sassi usata come ricovero temporaneo. Più modesta del kažun dell'Istria del Sud-Ovest.
La cuciza dei borghi isolani è sempre povera, piccola, modesta, precaria, provvisoria. Era inserita in una economia agricola di sussistenza dove gli uomini e gli animali avevano bisogno l'uno all'altro.


Foto di Annamaria Zennaro Marsi. Come si vede non tutte le costruzioni
di servizio ai campi erano a pianta circolare e ben strutturate, come le fa-
mose casite istriane. Specialmente sulle isole erano molto più povere.
Può fungere da rifugio di fortuna anche per l’uomo, come avviene per lo stavolo della Carnia e del Cadore (dal latino stabŭlum).
E' una versione minore, più povera e precaria, della istriana casita (kazun in croato).
Una cuciza chersolina nei pressi di Vidovici (isola di Cherso, 2018). Qui
vediamo anche una doppia lessa che separava i due diversi spazi interni
destinati ad usi e animali diversi.
👉In un racconto di Annamaria Zennaro Marsi si coglie bene l'uso che ne veniva fatto in una economia agricola di sussistenza come quella dei piccoli contadini isolani. L'autrice coglie bene anche la differenza fra la cuciza agreste e il kazun contadino circolare istriano, che, stupita, descrive così: "...una specie di trullo circolare, con un buco al centro per far penetrare la luce, un’opera d’arte unica nel suo genere nelle campagne chersine".
La natura della cuciza di Cherso è riassunta in una frase: "...se non fosse stato per quella grande bocca spalancata che ne determinava l’apertura, si sarebbe potuta amalgamare e confondere con le masiere." Ma ecco tutto il

22 dicembre 2023

La maialatura, ossia l'uccisione del maiale di casa

L'uccisione del maiale di casa era uno dei perni attorno a cui ruotava il calendario contadino, un rito pagano che coinvolgeva l'intera famiglia.
La maialatura dei giorni invernali, raccontata da immagini crude ma senza ipocrisie (un sentito grazie al sito "Bookaleta"). Chiudeva un intero anno di attese legate all'allevamento del maiale di casa.
La lavorazione del maiale all'aperto in un villaggio della Slavonia.
Come in ogni civiltà contadina, anche in Istria il giorno della macellazione del maiale aveva un significato fondante ed evocativo. Veniva a compimento un intero anno di attese legate all'allevamento del maiale di casa, che allora era come per noi il conto in banca: una sicurezza a garanzia del nostro futuro.
I lavori post-uccisione terminano con il confezionamento degli insaccati.
👉In Serbia la maialatura si colorava di riferimenti identitari e nazionalisti: negli anni della crisi balcanica di inizio Novecento ci fu perfino una "guerra dei maiali" fra l'Impero austro-ungarico e la Serbia, che Francesco Giuseppe tentava di indebolire con le sanzioni economiche contro l'esportazione dei suini allevati in Serbia.
👉Spesso la giornata si concludeva con una grande festa nel corso della quale si consumavano piatti a base di maiale. E' una usanza che scavalca i confini e si ritrova in tanti paesi diversi.
La štajerska kisla juha, la minestra di maiale stiriana (la Stiria é oggi una regione dell'Austria) apriva la festa che si faceva dopo la macellazione del maiale. Gli ingredienti sono: testa e zampe del maiale, verdure, mele, erbe aromatiche e aceto di vino, che conferisce al tutto un sapore acidulo (qui in un francobollo che la celebra).







26 novembre 2022

La casa carsica di Trebiciano

E' un esempio di abitazione monofamiliare tradizionale. Si trova a Trebiciano, sull'altipiano del Carso triestino, ed é diventata un museo.
La casa carsica di Trebiciano é diventata museo etnografico nel 2001 (foto di Daniela Durissini).
casa carsica
È nota come casa Ljenčka, dal nome della sua ultima proprietaria, Helena
Stock, soprannominata Ljenčka o Ljenčkica, e deceduta nel 1929.
La casa carsica o Ljenčkina hiška di Trebiciano in una foto del 1977: una monofamiliare con camino absidato (semicircolare) esterno (per evitare l'incendio dei tetti) e con la copertura costituita da lastre di pietra calcarea locale. L'interno era diviso a metà da un tramezzo costituito da rami di nespolo intrecciati e direttamente intonacati, per separare la zona degli umani da quella degli animali.
Il focolare esterno con copertura a lastre rappresenta la diffusione nelle case in pietra, della tipologia adottata nei casoni in paglia per prevenire gli incendi. La copertura del tetto è in coppi.
casa carsica
L'interno della casa carsica di Trebiciano, con l'angolo "del fogo" che era il cuore pulsante della casa. Dotato del forno a parete per la panificazione e di un pavimento rialzato di pietra grossa capace di assorbire il calore vitale di un fuoco "a terra" per irradiarlo in tutto l'ambiente, muri comprese. In uno spazio che richiama il fogolar davert trentino.

4 gennaio 2022

Il boscarin, possente bue bianco da lavoro delle campagne istriane (che oggi finisce in pentola)

E' stato il protagonista indiscusso della civiltà agricola istriana.
bue boscarin
Imponente e versatile, il Boscarin é intimamente connesso all'antica cultura contadina istriana. Oggi però é utilizzato prevalentemente come animale da carne.
Veniva impiegato per arare i campi, portare le pietre per costruire le case
e in cento altre incombenze. Troppo prezioso per finire nelle padelle del-
la cucina di casa.

Con la meccanizzazione dell'agricoltura il loro numero crollò bruscamente, tanto che negli anni Novanta dello scorso secolo ne erano rimasti appena un centinaio.
Oggi il loro numero é in ripresa, ma solo perché sono destinati alla macellazione.
Donne così preparavano il pane fatto in casa, il brodo brustolà, i pljukanci
e i fusi di pasta casalinga, i facili risi e bisi e le zuppe di verdura, le famose
manestre istriane a base di fagioli e patate, con le loro tante varianti. 

👉Da da trattore in via d’estinzione a presidio Slow Food e ricercatezza da gourmet. La parabola del bovino autoctono istriano è tutta qui.
👉Questo bue autoctono dalle corna enormi, è sempre stato l’animale da lavoro el contado istriano. Veniva impiegato per trainare l'aratro e il carro di casa, non certo per mangiarselo a tavola... Oggi invece servire carne di boskarin è diventata l'attrazione dei ristoranti trendy: qualcuno ne ha contati una quarantina in Istria, uno a Dubrovnik e dieci a Zagabria, ma si tratta certamente di un dato sottostimato.

30 ottobre 2020

La merlettaia di Laurana

E' sempre lì, sembrerebbe h24, da molti e molti anni. E quando svolto l'angolo della passeggiata costiera, spero sempre di trovarmela ancora davanti.
Sferruzza protetta dai portici di cemento che sorreggono l'albergo Hotel Bristol e che la riparano dal sole diretto, dalle piogge, dai colpi di vento e dagli sbuffi di mare più diretti, lungo la passeggiata a mare da Abbazia a Laurana.

Ci fa pensare ad una cultura contadina in cui l'arte del tombolo e del merletto era patrimonio diffuso e in cui molti ornamenti erano prodotti in casa. Un mondo del tutto estraneo al consumismo aggressivo della "nuova Croazia" di Tudjman. Tollerata ma non più amata. Compro qualcosa, forse un'assicurazione contro l'oblio di un mondo... 
L'Hotel Bristol di Laurana, sotto i cui portici corre la passeggiata a mare Laurana-Abbazia. Il tratto coi graffiti dove in genere sosta la merlettaia è perfettamente visibile.

5 agosto 2020

Il costume delle donne di Sansego (Susak)

Molto piccola e scarsamente abitata, l’isola di Susak è oggi più di ieri un microcosmo particolare (è l'unica isola di sabbia del Quarnaro).
Unica isola sabbiosa del Quarnaro, la piccola Sansego/Susak si raggiun-
ge in un un'oretta di barca da Lussino.
Nel dialetto locale la gonna tradizionale femminile è chiamata kamizoti.
Consta di cinque o sei gonne bianche la cui lunghezza varia dall’una all’altra di un dito.
Ai bordi di ognuna di esse viene cucito un merletto chiamato kamufi.
👉Oltre al kamizoti, il costume tradizionale è completato dalla kosula (camicia), dalle mudonde (mutande o braghe), dalla suknica (sottogonna), dalle kalcete (calze), dal bust (busto), dalla traviersla (grembiule), dal bravaruol (fazzoletto) e dalle carape (scarpini da festa).
Un particolare del clanak tradizionale di Sansego, che i locali chiamano kamizoti.

13 luglio 2020

Alle origini dello spritz triestino

A Trieste lo Spritz è a base di vino bianco e acqua frizzante (o di seltz) e a quanto pare è una reminiscenza austriaca.
La propaganda triestina sproponeva "spriz", italianizzazione di "Spritz".
Il termine "Spritz" deriva infatti dal verbo tedesco spritzen (spruzzare).
👉Sembra infatti gli austriaci giudicassero i vini locali troppo alcolici, e che fossero soliti diluirli con acqua frizzante.
👉Lo Spritz si affiancò al rebechìn, abitudine tipica dei portuali che potevano così staccare dal loro duro lavoro per rinfrancarsi. Il rebechìn era anche l’aperitivo serale con qualche stuzzichino.

16 giugno 2020

Il rebechìn della tradizione triestina

Anche se ormai quasi soppiantato dallo spritz e dall'apericena, il rito del rebechìn resiste e contende la primogenitura degli spuntini alcolici
Versione contemporanea, con il prosciutto cotto alla triestina accompa-
gnato dal gelato in bicchiere.
ai classici cicheti dei bacari veneziani.
Del rebechìn tradizionale fanno parte le polpette di carne, le melanzane e le zucchine impanate, le bistecchine impanate, le mini ljubljanske, e anche i panini col prosciutto di Praga e il kren oppure le carni di maiale bollite e accompagnate da crauti e kren.
Abitudini che fanno il paio con il mood veneziano fatto di bacari e cicheti.
Sembra quasi di essere a Venezia, in un tour urbano fatto di bacari e cicheti ma siamo a Trieste, città dei buffet.

28 marzo 2020

Le cerimonie funebri al tempo della Spagnola

L'epidemia delle febbre spagnola del 1918-20 colpì anche Fiume, città portuale, e modificò anche le usanze tradizionali in materia di funerali.
(Riccardo Gigante, "Folklore fiumano", Fiume, 1944 - ripubblicato nel 1980, pag. 18)

28 ottobre 2019

Le castagne d'autunno di Abbazia e di Laurana

Le pendici del Monte Maggiore ospitano due tipi di marroni. Il primo è il "branac" e viene raccolto dopo essere caduto al suolo privo di riccio: va consumato subito. Il secondo tipo, "dubenac", matura più tardi e viene raccolto in mucchio (con il frutto ancora nel riccio).
marunada
A fine ottobre sulla costa liburnica si svolgono le popolari "Marunade", le
feste che celebrano la raccolta delle castagne e dei marroni e che troviamo
pari pari nei paesi dell'arco alpino e in quelli dell'Apppennino.
👉Il "branac" è facilmente deperibile e perciò va consumato alla svelta. Il secondo tipo, "dubenac", matura invece più tardi e viene raccolto in mucchio, con il frutto ancora nel riccio, e poi coperto con rami e lasciato maturare per un mese. Dopodichè si può consumare fino a Natale.
👉Il "dubenac" è di qualità più elevata e di conseguenza ha un prezzo più alto. L'estratto delle foglie veniva usato per curare la pertosse (la "tosse canina", un tempo assai diffusa).
marunada
La castagna è il frutto del castagno selvatico mentre il marrone è il risultato di un'opera di selezione ed innesti. In montagna e in collina le castagne, ricche di amidi e carboidrati, un tempo erano il cibo dei poveri, di chi non si poteva permettere nemmeno un tozzo di pane. Si mangiavano arrostite (caldarroste) oppure se ne ricavava una farina molto nutriente o infine si lasciavano seccare per conservarle più a lungo. Le castagne secche si consumavano lessate.

24 luglio 2019

La civiltà isolana dell'alto Adriatico ha le sue radici contadine, ancora più profonde di quelle marinare (che sono le più visibili)...

A dispetto delle convinzioni comuni, la natura dei coloni rivieraschi e isolani dell'alto Adriatico non era affatto "marinara" ma piuttosto contadina e terragna, in accordo con la loro origine storica di fuggitivi balcanici sospinti a settentrione dalla montante marea turca.
vidovici
I villaggi d'altura, lontani dal mare, vivevano di piccolissima agricoltura.
I muretti a secco separavano sempre le proprietà per ripararle dalla bora.
I pescatori erano contadini che nei mesi estivi si dedicavano alla pesca.
cevapcici
I cevapcici, polpettine di carne mista pecora-maiale (e manzo, sulla co-
sta), accompagnati dai prodotti dell'orto: peperoni e scalogno. E' uno
dei piatti-base della tradizione terragna. Anche i turisti li apprezzano.
Gli insediamenti d'altura anzichè di insenatura e la importanza della pecora nella dieta delle classi povere sono lì - prima di ogni altra cosa - a testimoniarlo.
👉Era una civiltà minore, un'economia di sopravvivenza, dipendente da fazzoletti di terra arida, ritratta e invisibile, votata alla pastorizia semi-brada, ignota alle scintillanti rotte commerciali che fecero la fortuna di Venezia e dei suoi porti adriatici. La pesca vi integrava la dieta contadina.
Sardele grigliate sulla gradela accompagnate da patate e bietole"Attualmente non pescano che i contadini del littorale, dagli scogli e dalle isole ne’ tempi permessi dall’agricoltura; perciò la pesca, come arte, langue ed è poco più che un nulla in commercio” (anonimo citato in De Brodmann,, 1821)
“Fino dai tempi più antichi le nostre popolazioni costiere intendevano alla pesca, non già per trarne diletto o per fare commerci di pesce, bensì per procacciarsi un buon alimento poiché i prodotti della terra, specie sulle isole, non bastavano a soddisfare tutti i bisogni. In generale la pesca si esercitava in misura molto limitata; si pigliava cioè tanto, quanto occorreva al consumo domestico, con tutto che il mare abbondava di pesce”. (Pastrović, 1913)

11 maggio 2019

Le jajčarice istriane, caparbie rivenditrici di uova: una variante delle savrinke

Erano caparbie viaggiatrici, compratrici e venditrici di uova, note a Trieste come a Buie, a Pinguente come in Ciceria. Per la questione delle uova spesso venivano chiamate jajčarice (che vuol dire "ovaiole").
savrinka capodistria
Una savrinka in Via Callegarie a Capodistria - disegno a matita di Stojan Ržek.
Erano quelle ragazze e donne della Šavrinija (una piccola regione interna, alle spalle di Capodistria) che passavano di villaggio in villaggio e di casa in casa.
👉Comperavano uova, latte, verdura e frutta per andare poi a rivendere tutta questa loro merce sui mercati di Trieste, di Capodistria e di Pirano.
👉Seguivano gli antichi sentieri che si snodavano tra i paesi dell’interno.
Le savrinke hanno di fatto contribuito a stabilire un ponte linguistico e anche culturale tra tre popoli: gli italiani, gli sloveni ed i croati.
savrinke savrine jajčarice
"La Savrina la xe fissada come una mula cicia; la va come el temporal. In vita la xe drita come una candela e suta come un bacalà. Dopo, coi ani, la xe sempre più in carne; la xe forte come el dren e sana come un pesse. In tel momento iusto la vien calda come ‘na stufa. La bala come sul'oio, la se gira come un fuso e la sà saltar come la susta. Co’ la serca el moroso, la pensa: 'Meio sola che mal compagnada'. Anche i veci dixi che la Savrina tien in pie tré cantoni dela casa, el quarto invese lo tien el mus o la mussa". La storia delle Savrinke risale all’Ottocento e s'intreccia con quella delle mlekarice e delle venderigole. "La Savrina xe sveia come un puliso” – scrive in un suo lavoro di ricerca l’etnologa Rožana Koštiàl.

18 aprile 2019

La formidabile marenda de Pasqua

La grande marenda introduceva il pranzo pasquale vero e proprio, che era perfino più abbondante di quello natalizio.
marenda de pasqua
"Era un antipasto pesante: prosciutto cotto tagliato a mano grossolanamente (in alternativa all’ossocollo bollito, la famosa porzina) ma sempre con due cuciarini de cren, scalogno, uova sode, qualche asparago selvatico, due-tre fette di pinza e qualcuna di oresgnazza e poi, già abbondantemente satolli, si aspettavano le portate principali."

agnello di cherso
L’agnello di Cherso ha un odore e aroma particolari dovuto alle erbe aro-
matiche brucate durante il pascolo e alla salsedine dell'aria di mare.
Naturalmente l'agnello era sempre il grande protagonista del grande pranzo pasquale, s'intende non intero. Un bel cosciotto, qualche patata arrostita nel grasso liberato dalla carne durante la cottura, spinaci e insalatina.

marenda con oresgnazza
Un cestino in stile marenda ma con la oresgnazza.
"La mamma diceva sempre che la cosa più importante per la carne d’agnello era avere un macellaio di fiducia che ti poteva garantire la provenienza: Cherso se possibile.
La mia mama la meteva su la tavola una tovaja bela, de quele ricamade a man copiade da “Mani de Fata”, e verso le diezi de matina se magnava pinza fata a casa - o magari preparada a casa e portada in forno dal pek perché la vegniva mejo - persuto coto, ovi coloradi e scalogna.
Non mancava mai i sisser con uno o due ovi. Se beveva ciocolata (cacao) bojente.
Per Pasqua a noi muli, de solito i ne comprava el vestito novo co le braghe briges e noi andavimo el giorno de Pasqua a la Messa in Sabiza dai Capuzini, per farse veder dale mule."
(tratto dal libro "Ricordi Fiumani e ciacolade" di Giulio Scala)

"Finalmente arrivava la Domenica di Pasqua e le nostre mamme si recavano alla prima Messa delle 6 e trenta portando avvolto su una salvietta bianca un pezzo di pinza, la scalogna detta luk, le uova sode e il prosciutto per la Benedizione. Sarebbero servite alle 9 per la solenne Marenda di Pasqua della famiglia, sulla tavola imbandita con le tovaglie della festa e con il caffèlatte bollente e fumante. Dopo la Marenda le briciole e gli altri avanzi venivano raccolti dalla tovaglia e bruciati nello sparket, perché benedetti." (tratto da: Rodolfo Decleva, del gruppo Facebook "Un fiume di fiumani")
tarassaco e uova
Un evergreen pasquale e primaverile: uova sode con insalata di tarassaco (dente de leòn).

15 agosto 2018

"Soto la defonta se stava molto ben: se magnava bigoli e loganighe col cren"

Va da sè che "la defonta" era la defunta monarchia austriaca... o più precisamente l'impero bicipite di Francesco Giuseppe, che fu per metà austriaco e per l'altra metà ungherese, e che "chiuse baracca" nel 1918.
bigoli loganighe
Un piatto di bigoli col ragù di luganighe de Cragno, le quali si mangia-
vano bollite in acqua e spolverate di cren (rafano) fresco gratuggiato.
Tra le tradizioni perdute vanno annoverati anche i proverbi e le filastrocche, conosciute e ripetute da tutti, soprattutto quand'erano piccanti.
Un'altra filastrocca dal sapore popolaresco era "Me piase i bigoli co le loganighe, Marieta fameli per carità!" che ben si prestava al grasso doppio senso: "Me piase i bigoli co le loganighe, Marieta damela per carità, Marieta damela sul canapè".

31 marzo 2018

Le tradizioni pasquali di Fiume: il "siser" o "sisser", l'uovo sodo inglobato nella pinza

"Finalmente arrivava la Domenica di Pasqua e le nostre mamme si recavano alla prima Messa delle 6 e trenta portando avvolto su una salvietta bianca un pezzo di pinza, la scalogna detta luk, le uova sode e il prosciutto per la Benedizione."
siseri o titole o pinza
La tradizionale pinza pasquale di provenienza asburgica veniva rivisitata
aggiungendo riferimenti espliciti all'uovo, che veniva addirittura ingloba-
to nel siser, che però già in Friuli cambiava nome ("Le titole le ciama i
furlani, noi a Fiume li ciamavimo siseri.")
I ricordi del fiumano Rodolfo Decleva, modestamente affidati ad una pagina Facebook, meriterebbero più attenzione di tanti altri scritti polemici. Sono testimonianza preziosa di un tempo ormai andato, una forma di storiografia minore che meriterebbe sostegno e attenzione.

uova di pasqua
"Verso le diezi de matina se magneva il siser fato en casa, persuto coto,
ovi duri coloradi e scalogna"
. La decorazione rituale delle uova sode nei
giorni di Pasqua compare in forme diverse lungo tutto l'arco alpino e in
particolare in Slovenia, da dove forse è migrata al mare... 
"Si cominciava col Venerdi Santo e tutti tenevamo un comportamento controllato senza eccessi e strida. Le Maestre ci davano dei compiti a casa, mentre in Parrocchia – dove i Crocifissi erano avvolti in panni viola a rappresentare il Lutto della Chiesa - i Sacerdoti ci facevano giocare ma con morigeratezza. Le campane erano “legate” e non suonavano. I Preti celebravano la Messa ma non davano l’Eucaristia. Chi aveva la radio la teneva al minimo volume e i programmi non prevedevano canzonette ma per lo più musica da camera. E poi non si sentiva cantare per rispetto della ricorrenza. Un anno, noi Aspiranti del Duomo andammo in ritiro al Vescovado, dove Don Severino Scala ci aveva promesso scorpacciate di mele cotogne tra una preghiera e l’altra. Quasi tutta la cittadinanza faceva la visita dei Sepolcri nelle varie chiese – le pie donne ne visitavano sette - e la visione cadeva sulla immagine della Madonna Addolorata in lutto trafitta da un pugnale. Analoga effigie c’era in Salita Calvario dove c’erano le Tre Croci.
Poi nel giorno di Sabato Santo noi giovani eravamo in strada, ma con l’occhio su un rubinetto dell’acqua perché alle 11 ci sarebbe servito. Infatti alle 11 le campane venivano “sciolte” e suonavano a Festa per annunciare la Resurrezione di Gesù e tutti correvano a bagnarsi gli occhi per mondarsi dei propri peccati. La Resurrezione avveniva in anticipo sui tre giorni della Passione e Morte. Finalmente arrivava la Domenica di Pasqua e le nostre mamme si recavano alla prima Messa delle 6 e trenta portando avvolto su una salvietta bianca un pezzo di pinza, la scalogna detta luk, le uova sode e il prosciutto per la Benedizione. Alle 9 c’era la Marenda di Pasqua: sulla tavola imbandita con il caffelatte bollente e fumante. Le briciole venivano raccolte dalla tovaglia e bruciate nello sparket, perché benedette. Il Signore era risorto. E questa usanza era seguita anche dagli Ebrei e Ortodossi anche se la loro Pasqua non coincideva con la nostra."
uova pasquali a Fiume