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27 gennaio 2024

Dal trattato di Rapallo (1920) al trattato di Roma (1924), sono stati 4 anni con gli squadristi in città

Per il trattato di Rapallo Fiume doveva essere uno stato a sé stante: lo "Stato Libero di Fiume". Ma i fascisti locali sabotarono le elezioni previste dal trattato stesso con il colpo di stato fascista del 3 marzo 1922. Due anni prima dell'annessione formale, che giunse nel 1924, col Trattato di Roma.
Lo stile è quello di cento anni fa ma il calendario è di oggi.
Finita l'avventura dannunziana, dopo 4 anni di polemiche e contro-polemiche fra le diverse anime dei nazionalisti, fiumani d.o.c. o "regnicoli" che fossero, il fatto compiuto dei fascisti di confine venne fatto proprio e legittimato dallo Stato italiano il 16 marzo 1924 con la formale annessione di Fiume al Regno d'Italia.
Poco prima il governo italiano aveva colto la palla al balzo con la decisione di inviare a Fiume il generale Gaetano Giardino, che dal 17 settembre 1923 divenne governatore militare con il compito di "tutelare l'ordine pubblico" dopo il golpe fascista del '22: cosa fatta capo ha, come aveva vaticinato Gabriele D'Annunzio!

👉"Lo stato italiano di fatto rese inapplicabile il trattato di Rapallo [che prevedeva la istituzione dello Stato Libero di Fiume-N.d.T.] avallando il fatto compiuto; di conseguenza italiani e jugoslavi intrapresero un'ulteriore trattativa sulle sorti di Fiume. Col Trattato di Roma, siglato il 27 gennaio 1924 veniva quindi sancita l'annessione di Fiume all'Italia e il 16 marzo il re Vittorio Emanuele III giungeva nella città. In base al trattato la città veniva assegnata all'Italia, mentre il piccolo entroterra con alcune periferie (Porto Baross, incluso nella località di Sussak e le acque del fiume Eneo, cioè l'intero alveo e il delta), venivano ceduti alla Jugoslavia; il governo dello Stato libero di Fiume considerò tale atto giuridicamente inaccettabile continuando a operare in esilio da Porto Re.

24 maggio 2023

Il "Circuito del Carnaro", una gara autarchica

Fu una competizione automobilistica che si disputò una sola volta, una gara in cui concorrenti e auto erano tutti e solo italiani.
Questa anomala gara automobilistica era stata fortissimamente voluta da Mussolini come risposta propagandistica alla grande competizione internazionale che in quegli anni si disputava in Francia:  il celebre "Grand Prix". Fu una gara di auto Maserati con piloti italiani che fu pensata e svolta all'insegna dell'autarchìa più totale.
Il tracciato del Circuito del Carnaro completo di profilo altimetrico.

Il Manifesto celebrativo dell'illustratore Michele Ortino, che per eleganza
spicca di fronte alll'imbarazzante pochezza dell'evento automobilistico.
Il primo (ed unico) Circuito del Carnaro venne quindi disputato per assegnare la "coppa Mussolini" il 9 luglio 1939, e fu valido per i Campionati italiani di velocità - classe 1500 centimetri cubi. La gara fu svolta sulla strada panoramica tra Abbazia e Fiume, su un percorso di 6 chilometri ripetuto 25 volte per un totale di 150 chilometri di corsa.
👉Il percorso ad anello andava da Cantrida al bivio per Abbazia, saliva a Mattuglie per ridiscendere a Fiume. Si sviluppava su strade normalmente aperte al traffico veicolare e per buona parte era su una strada litoranea (proprio su quest'ultima erano situati la linea del traguardo ed i box). Presentava 14 curve equamente divise tra sinistra e destra e veniva percorso in senso orario.
👉L'attuale "Rijeka Tourist Board" ne propone una ricostruzione reticente e abborracciata: la definisce "gara automobilistica, a cui parteciparono i migliori automobilisti dell'epoca, la Formula 1 di allora". Altro che migliori automobilisti dell'epoca: Mussolini volle questa pseudo-gara ad Abbazia nello stesso giorno del Grand Prix francese, perché aveva vietato alle squadre italiane di competere in Francia.

19 novembre 2021

Le stragi taciute di noi "italiani brava gente"

Le stragi di civili fatte dai soldati regolari del Regio Esercito che poi (dopo l'8 settembre '43) vennero "prese in carico" dai miliziani della Repubblica di Salò e dai loro alleati nazisti. Una lettura istruttiva.
Un gruppo di alpini fotografato sul fronte balcanico durante la WW2, assieme a un prigioniero civile e un collaboratore locale (ustascia o cetnico?).

Tra le altre vi si narra la vicenda del tenente del Regio Esercito italiano Fran-
co Monicelli che, dopo aver parte
cipato a rastrellamenti e stragi di civili, de-
cise di averne avuto abbastanza e di
sertò. Poi, anziché "fottersene", parteci-
pò alla Resistenza. I suoi diari di 
guerra smontano il mito degli "italiani bra-
va gente". 
Vedi in "Disertori" di Mimmo Franzinelli, edizione Google.
Il tenente Franco Monicelli così descrive sè stesso e i suoi uomini in azione: "...e dal massacro passammo alla strage, uomini e donne a centinaia caddero, mani e piedi legati, sotto il piombo della mitragliatrice. E la nostra rabbia sembrò non aver più fine, sembrò nutrirsi sempre più del sangue e della carne martoriata dei morti che stramazzavano l'uno sull'altro dentro le fosse già pronte, finché anche la convulsa reazione si spense e non rimase in noi che uno stordimento amaro, una corrotta sete d'acqua e silenzio".
👉L'autobiografia del ten. Monicelli, che poi disertò e partecipò alla Rresistenza, fu data alle stampe nel giugno del 1945 e smentisce chi dopo la guerra alimentò il mito degli "italiani brava gente".
👉Questa vicenda ispirò il film "La grande guerra" di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

12 settembre 2021

Due simpatie nascoste degli eversori che tifarono D'Annunzio (prima) e Mussolini (poi): i Duchi d'Aosta e i 7 ufficiali dei Granatieri di Sardegna

Se non é zuppa é pan bagnato: il ramo aostano dei Savoia e gli ufficiali dei Granatieri di Sardegna. Dentro le pulsioni reazionarie incardinate nelle classi dirigenti italiane del primo Novecento.
Il vecchio rifugio Alpino "Duchessa d'Aosta" negli anni fra le due guerre, sul Monte Maggiore di Fiume.
Il 1° Reggimento "Granatieri di Sardegna" aveva fatto parte del corpo di
occupazione internazionale mandato a Fiume nell'ottobre del 1918 ma fu
evacuato dopo che in città aveva dato origine a incidenti e scontri con i
militare francesi. Fu il nerbo della dannunziana impresa di Fiume.
Seguirne le tracce serve a farsi un'idea di quel "golpismo di confine", che non fu materia esclusiva dei fascisti. Che Francesco Giunta sia stato l'inventore del "fascismo di confine" é fuori di dubbio, però...
👉Il Duca Emanuele Filiberto, già comandante della III Armata sul fronte del Carso era di orientamento militarista e di simpatie fasciste, come la consorte Duchessa d'Aosta, a cui il fiumanesimo post-bellico intitolò successivamente il rifugio alpino sul Monte Maggiore di Fiume.
Il Piazzale Principe del Piemonte sul Monte Cengio (Altopiano di Asiago)
da dove inizia il sentiero che celebra la battaglia che arrestò la avanzata
dell'esercito austroungarico nel 1916.
👉Il corpo dei Granatieri di Sardegna é stato uno dei più politicizzati dell'intera WW1, sempre nei punti chiave delle cronache di guerra: Col di Lana, Monte Cengio e infine Fiume, durante l'occupazione alleata (Italia, Francia, etc.) seguita alla fine della WW1.
👉Attorno a sette ufficiali dei Granatieri di Sardegna si coagularono le pulsioni golpiste della destra eversiva italiana, saldando grande industria, reducismo e paura del socialismo montante.
Il "Piazzale Principe del Piemonte" introduce il turista al "Sentiero dei Granatieri" che, scavato nella roccia viva, si affaccia sulla pianura vicentina giusto all'imbocco della Valdastico. La retorica del fiumanesimo punteggia di riferimenti criptici numerosi luoghi di culto del reducismo militare, che tracimò poi nel fascismo.

29 agosto 2021

Aurisina, il borgo sul Carso dal nome inventato a tavolino

Sotto l'Austria-Ungheria era normale che la toponomastica rispecchiasse le lingue locali, tanto che in certi casi anche al borgo più piccolo venivano "assegnati" due o anche tre nomi diversi.
Gli insediamenti del Carso, modesti, sassosi, contadini e di etnia slovena, erano tutt'altra cosa rispetto a Trieste, città italiana ma cosmopolita, ricca, commerciale e marinara, il porto austriaco sul mondo. (Foto di Primoz Sancin).
Fino alla WW1 la stazione di Aurisina rivestì una grande importanza, in
quanto snodo lungo le direttrici Vienna-Trieste (la celebre Südbahn com-
pletata nel 1857) e la linea Venezia-Trieste.
Alla fine della prima guerra mondiale queste terre passarono dall'Impero Austroungarico al Regno d'Italia, il che vuol dire che finirono direttamente in mano ai fascisti.
👉Con l'arrivo dei fascisti partì la italianizzazione delle scuole, dei nomi, cognomi e toponimi. E anche dei parroci. Tedeco e sloveno sparirono.
La chiesa di San Rocco, sempre in tre lingue, anche sulle cartoline.
👉Quando non c'era un nome italiano si procedeva a inventarne uno, come già era stato fatto in Alto Adige/Sudtirolo.
👉E siccome al piccolo borgo carsolino mancava un nome "italianissimo" ("Nabresina" era utilizzato anche dai tedeschi) i fascisti se ne inventarono uno ad hoc, probabilmente ispirandosi all'operato di Ettore Tolomei, l'uomo che stava italianizzando il Sudtirolo-Alto Adige: ed ecco comparire dal nulla un inesistente Aurisina (decreto 800/1923).
Una cartolina d'epoca che celebrava il ruolo essenziale di Nabresina nella strategica ferrovia Vienna-Trieste.

5 settembre 2019

Turismo ad Arbe (e nella vicina isola di Pago)

Chi teorizza le vacanze intelligenti dovrebbe venire qui, nell'isola dalmata che vide protagonisti gli "italiani brava gente", quei "boni italiani" che non gasavano gli internati, ma li lasciavano semplicemente morire di fame. Dovrebbe venirci innanzitutto chi...
campi di concentramento italiani
L'isola di Rab (allora "Arbe") è un'isola sospesa fra cielo e mare a due passi da Fiume.
La targa è sintetica ("dal luglio 1942 al settembre 1943 qui operò il campo di sterminio
italiano fascista"). E' stata apposta dai governi della "nuova Croazia" e - quindi - non fa
cenno ai campi e alle foibe inaugurate dagli ustascia croati nella vicina isola di Pag.
...chi ha fatto del reducismo giuliano e dalmata una vera professione, e poi chi gli ha tenuto bordone, primi fra tutti Gianni Cuperlo, Massimo d'Alema e Giorgio Napolitano.
👉Sarebbe una visita istruttiva, soprattutto perchè ad Arbe non c'è niente di inventato o di esagerato.
👉I nostri neofascisti, a differenza del nostro terzetto radical-chic, sanno bene di cosa parlano e proprio per questo  motivo località come l'isola di Arbe non sono contemplati nel loro turismo ideologico, anche se sono parte integrante del loro album di famiglia.
arbe
Rab ieri (Arbe) e oggi (Rab) a confronto, con in mezzo la Jugoslavija di Tito e la "nuova Croazia" di Tudjman. Dopo l'8 settembre 1943 "Fiume fu invasa da masse di soldati sbandati provenienti dalla Dalmazia che avevano buttato le armi e cercavano di riparare nella penisola per fuggire dall’inferno jugoslavo e fu invece una grossa e dolorosa sorpresa vedere una misera umanità di vecchi e donne, con indosso laceri indumenti tipici dei bodoli della Bodolia, in cerca di un tozzo di pane. Nella Cittavecchia si distinse la signora Maria Mansutti, detta “Maria Kirizza” - poi profuga e dipendente delle Poste Italiane di Genova - che organizzò un “centro di ristoro” fra le donne del rione. Si venne così a sapere che questa gente arrivava dalla prigionia di Arbe e che era diretta in Jugoslavia in cerca di ciò che restava dei loro villaggi bruciati." (Rodolfo Decleva, testo completo qui, sottolineatura mia)

23 maggio 2019

Le scuole rurali dell'ONAIR sulle isole

L'ONAIR è stata un'istituzione previdenziale italiana, fondata nel 1919 per sostenere l'Italia "redenta" (che significa guadagni territoriali dopo la prima guerra mondiale). La sigla ONAIR significa Assistenza Opera Nazionale all'Italia Redenta. La parola chiave è "redenta" che allora indicava le aree territoriali passate sotto l'Italia dopo la WW1, che furono...
Scuola rurale di Martinscica: la maestra Elena Zanutto con il marito Galdino. Si di-
stinguono: Vitoria Budislavic, Lina Saganic, Marija e Romana Kucic, Jelica Vaje-
ùnitic, Gaspar Kucic Izidor Lovrecic e Milka Hrabalja.
..che furono l'attuale Trentino-Alto Adige, Trieste, l'Istria, le città di Fiume (Rijeka) e Zara (Zara).
👉Nei vent'anni italiani i maestri locali furono sostituiti da maestri di lingua italiana, per lo più "importati" dall'Italia.
👉Coloro che si recavano nelle aree "redente" godevano di di vari benefici tra cui lo stipendio più elevato e l'anzianità di servizio "gonfiata".
👉A Martinscica c'è stato un maestro Fedrizzi che dal cognome è certo di origine trentina. Qui in Trentino, del resto, avevamo molti Fedrizzi... così tanti che potevamo anche esportarli...

9 febbraio 2019

L'occupazione nazi-fascista della Jugoslavija, che seminò odio, raccolse tempesta e infine stritolò i pochi italiani della costa orientale

Una fra le tante vittime slave fu la diciassettenne Lepa Radic, giovane partigiana jugoslava.
lepa radic
Nella foto l'impiccagione della partigiana jugoslava Lepa Radic, avvenuta l'8 febbraio
del 1943. Ai nazisti che chiedevano i nomi dei suoi compagni rispose: "li saprete quando 
verranno a vendicarmi". E a breve, nel settembre del '43, cominciò la resa dei conti.
«Lunga vita al Partito Comunista e ai partigiani, combattete, gente, per la vostra libertà! Non vi arrendere ai malfattori! Sarò uccisa, ma c'è chi mi vendicherà!»
Nel novembre del 1941 la quindicenne Lepa Radic e altri membri della famiglia vengono arrestati dagli Ustascia (i fascisti croati) ma con l'aiuto di alcuni partigiani sotto copertura, riesce a fuggire dal carcere il 23 dicembre 1941.
Subito dopo la fuga, Lepa decide di arruolarsi nei partigiani di Tito e nel febbraio del 1943 è la responsabile del trasporto dei feriti nella battaglia della Neretva a un rifugio a Grmech. Durante i combattimenti contro la 7. SS-Freiwilligen-Gebirgs-Division "Prinz Eugen" viene catturata e trasferita a Bosanska Krupa dove, dopo aver subito torture per diversi giorni nel tentativo di estrarle informazioni, fu condannata a morte per impiccagione.

9 aprile 2018

Quando i fascisti si presero Susak (che apparteneva al Regno di Jugoslavija)

Fu solo grazie all'invasione nazista dell'aprile 1941 che i fascisti fiumani riuscirono a mettere le mani sul quartiere di Susak, il popoloso quartiere croato dell'oltrefiume che con il suo Port Baross faceva da contraltare al "molo longo" di Fiume italiana.
fiume susak
Nel ventennio italo-fascista la città era tagliata in due dal confine fra il
Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia: a sx Fiume, a dx Susak.
I fascisti in realtà avevano i giorni contati ma ancora non se ne rendevano conto. I conti da parte croata e slovena sarebbero arrivati a stretto giro di posta.
👉In quei giorni, una ”ragazza di oltreponte” così ricorda l'introduzione forzata del monolinguismo a Susak dopo l'invasione nazi-fascista della Jugoslavia del 1941: "Con malcelato nostro stupore constatammo che
Il confine risaliva il corso del fiume Eneo e si infilava tra le colline risa-
lendo la Val Scurigna.
appena invasa la nostra Città fu italianizzato il suo nome e la chiamarono Sussa.Venne emanato dal Prefetto di Fiume l’ordine che le insegne dei nostri negozi dovevano essere scritte in italiano, si misero nomi italiani a tutte le vie, con gran disappunto e confusione di tutti, anche dei fiumani che da sempre frequentavano Susak e conoscevano le vie col nome croato.
fiume susak
Nel centro città c'era un check-point al ponte (most) sul fiume.
Apparvero sui muri e all’ingresso degli edifici pubblici manifesti in lingua italiana che annunciavano frasi insensate:
“Questa è Terra Italiana".
“Qui si saluta romanamente“.
“Qui si parla solo Italiano”.
Il disagio era palese, l’umiliazione grande, pochi tra noi conoscevano bene l’italiano per esprimerci in modo completo, erano piuttosto i fiumani che sapevano il croato, al più si biascicava il dialetto fiumano. Mio fratello, ragazzo assai vivace e i suoi amici erano molto arrabbiati e papà lo rimproverò per la loro inutile e pericolosa contrarietà." (Furio Percovich, Gruppo Facebook "Un Fiume di Fiumani")
fiume susak
Il confine italo-jugoslavo nel periodo fra le due guerre. "Le trattative si conclusero l’11 Aprile nell’Ufficio di Commissariato di P.S. nel Ponte sull’Eneo con la resa incondizionata della Piazzaforte di Sussak.
Le truppe italiane varcarono il confine dal ponte sull’Eneo disinnescato dalle mine alle ore 17 dello stesso giorno senza sparare un colpo.
La Delegazione di Sussak era guidata dal Sindaco Mario Sarinich e quella italiana dal Ten Col. Fabio Besta, assistito dal Dr. Carlo Stupar e dal Dr. Vincenzo Genovese, rispettivamente Vice Podestà e Questore di Fiume. Cominciava così l'inizio della nostra fine."                                               (Rodolfo Decleva - Gruppo Facebook "Un fiume di fiumani")
Il ponte di Susak, che fino ad allora aveva segnato il confine fra Regno d'Italia e Regno di Jugoslavija.

18 gennaio 2018

Dal diario di un rastrellatore a sua insaputa

Per dare l'idea di come molti italiani d'Istria fossero dei fascisti senza saperlo. Ecco per esempio Torquato, rastrellatore a sua insaputa.
Istria
Tra le molti stragi dei rastrellatori nazi-fascisti la peg-
giore fu la strage di Lipa (un piccolo paese contadino
fra Fiume e Trieste).
Dintorni di Fiume, ottobre 1944. Sono passati 12 mesi dai primi grandi rastrellamenti e rappresaglie nazi-fasciste.
👉Di sentimenti fascisti, Aldo Quattrocchi è una testa calda, un tenente ventenne strafottente e incline alla insubordinazione che presta servizio agli ordini di Giuseppe Porcù, il sardo che comanda la 61a Legione dei Carabinieri "Carnaro" dove Aldo Quattrocchi presta appunto servizio.
👉Ormai anziano, negli anni '90, Quattrocchi scrive mischiando i propri ricordi con i luoghi comuni della pubblicistica fascista che si erano andati accumulando negli anni:

Ma ecco l'interessante testimonianza di un fascista rastrellatore (Torquato Dalcich, è un anagramma di Aldo Quattrocchi).
SEJANE -  7 ottobre 1944 – Ho raggiunto in mattinata questo squallido paesetto della Ciceria, il che non vuol dire che ne abbia i requisiti perché “NON” esiste più da oltre cinque mesi ed il luogo

14 dicembre 2017

Dicembre 1920: si stampava a Trieste "Il Popolo di Trieste"

Esce a Trieste il primo numero de "Il Popolo di Trieste", fotocopia politica del "Popolo d’Italia" di Benito Mussolini.
il popolo di trieste
In quel dicembre del 1920 l'ammutinamento militare di d'Annunzio che aveva galva-
nizzato i nazionalisti italiani giungeva al termine lasciando il posto al "fascismo di
confine", il più violento e estremista.
L’anno successivo (1921) la Federazione Fascista triestina raggiunse i 14.756 iscritti e diventò quella che contava il maggior numero di aderenti sull’intero territorio nazionale.
Fin dall'inizio l'Istria, con Trieste e Fiume, si confermò territorio d'elezione delle grandi manovre politiche del fascismo ancora nascente.
Da quelle parti l'animosità antislava della minoranza italiana viveva di vita propria.
In fondo il fascismo si limitò a cavalcarla, ad esacerbarla e a legittimarla.
La "marcia su Roma" sarebbe avvenuta il 28 ottobre del 1922, quando al confine orientale tutto s'era consumato con largo anticipo...
il popolo di trieste
Il giornale fu fondato da Benito Mussolini nel 1914 con soldi procuratati da Filippo Naldi, un giornalista che dirigeva il «Resto del Carlino» di Bologna e che vantava numerosi agganci negli ambienti industriali genovesi e milanesi. Tra l'abbandono dell'Avanti! e la fondazione del Popolo d'Italia prese anche soldi francesi, in parte governativi e in parte procurati dai socialisti interventisti francesi.

13 settembre 2017

Una "Portella delle Ginestre" in salsa triestina

13 settembre 1947: il circolo culturale sloveno di Scorcola (Trieste) subisce una "Portella delle Ginestre" in salsa triestina. La sua festa popolare viene attaccata a raffiche di mitra.  Il modus operandi dello stragismo, una firma inconfondibile destinata a durare nel tempo.
Milka Vrabec
Emilia Passerini, già Milka Vrabec. Uccisa dai fascisti triestini
che mitragliano un circolo sloveno in festa. L'arma s'inceppa e la
ragazzina è l'unica a restare uccisa, ma le intenzioni erano chiare.
I fascisti mitragliano la folla. Muore Milka Vrabec, una bambina di soli undici anni.
Lo stile non lascia dubbi: sparare nel mucchio per spaventare il popolo.
Da allora fino alla Strategia della Tensione degli anni Settanta lo stile dello stragismo fascista non è cambiato.
Stessa gente, stessi metodi, pratica-mente una firma politica, un DNA incarnato dallo stesso personale politico, da Junio Valerio Borghese a Pino Rauti.
L'Ozna di Tito aveva altri metodi: colpiva l'individuo, veniva a prenderlo di notte, rifuggiva il clamore e preferiva agire nell'ombra. Lo stragismo, invece, ha un'altra firma, ed è quella fascista.

10 settembre 2017

Settembre 1938: sono in pochi a ricordarselo, ma le italianissime leggi razziali debuttarono a Trieste

Siamo sempre noi: gli "italiani brava gente". E da dove decidiamo di annunciare le nostre leggi razziali se non dalla fascistissima Trieste?
trieste leggi razziali
Mussolini annuncia le leggi razziali in piazza Unità: 18 settembre 1938.
Il 18 settembre 1938 Benito Mussolini annuncia l'entrata in vigore delle leggi razziali.
Lo fa da un palco appositamente installato in piazza Unità d'Italia a Trieste.
Aveva scelto Trieste perchè la conosceva bene e sapeva di giocare in casa.
E oggi? Solo nel 2013, dopo lunghe pressioni del Comitato Danilo Dolci, il Comune s'è piegato ad apporre sul selciato della piazza una targa che ricorda quell’evento.
trieste leggi razziali
Mussolini aveva di fronte una piazza stracolma e osannante: la peggior prova di cos'è stata Trieste, che Umberto Saba, conoscendola bene, aveva considerato "la città più fascista d'Italia".

7 febbraio 2017

Quando la post-verità della "giornata del ricordo" fu trasformata in verità di Stato...

Perfino a destra, quantomeno fra le persone degne, l'invenzione del "giorno-del-ricordo" risultò fin da subito per quello che era. Il re era nudo fin dall'inizio, fin da quel lontano 10 febbraio 2004...
Giornata del Ricordo
La neo-verità  di Stato fu celebrata in pompa magna presso il pozzo di Ba-
sovizza. A suggellare l'accordo d'Alema-Berlusconi-Fini intervenne in
forma ufficiale il Capo dello Stato, Giorgio  Napolitano. Da quel momen-
to la propaganda del reducismo giuliano-dalmata divenne verità di Stato.
...quando i principali riferi-menti Dem dentro il governo Berlusconi II erano Massimo d'Alema, Gianni Cuperlo e Luciano Violante, un terzetto ansioso di mostrarsi dispo-nibile a "rivedere il passato" proprio come da tempo chie-devano gli eredi della repubblica di Salò: gli Almirante, i Tremaglia, i Fini e anche i neofascisti da "trame nere".
Giornata del Ricordo
Il discorso di Giorgio Napolitano non si mantenne nei limiti di un profilo
istituzionale ma adottò termini e concetti del reducismo fascista: parlò
"di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che
prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di
una pulizia etnica".
👉Le sensibili antenne di un dalmatico come Enzo Bettiza (ultra-destro ma moralmente integro) registrarono imme-diatamente la intima natura di questa operazione ideologica.
Ma lasciamogli la parola riproponendo un articolo pubblicato da "La Stampa" il 13 febbraio del 2005.
“Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco. Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei."

3 novembre 2016

4 novembre 1918: le truppe italiane occupano l'Istria

L'armistizio fra Italia e Austria era stato firmato il giorno prima a Villa Giusti, in provincia di Padova.
Fiume fascista
Il manifesto d'epoca ben esprime il clima di esaltazione nazionalista nei giorni
della "vittoria mutilata". Si noti che il Patto di Londra non comprendeva affatto
la città di Fiume, come la propaganda nazionalista lasciava intendere e, della
costa di Dalmazia, assegnava al Regno d'Italia solo l'enclave di Zara città e un
paio di isole (Lagosta, Cazza e Pelagosa).
Le truppe italiane entrano in Istria assieme a quelle degli altri vincitori: inglesi e francesi.
Sembrano venute a incassare il premio per il tradimento del '15 messo nero su bianco nel- l'imbarazzante "Patto di Londra".
Nelle settimane del dopo-guerra, giorno dopo giorno, la città di Fiume muta natura, si allontana dalle sue radici imprendi-toriali e operaie e da porto multietnico si trasforma nel laboratorio politico dove i fascisti fanno le loro "prove tecniche".
La città è ormai avviata su un piano inclinato e si av-vita in una spirale di esal-tazione nazionalista.
Le teste calde del redu-cismo italiano assem-blano il mito fondante del piagnisteo fascista (la "vittoria mutilata") e col-laudano i metodi dello squadrismo.
La "marcia dei Legionari" di d'Annunzio e il colpo di stato cittadino del 1922 preluderanno alla "marcia su Roma" di Mussolini: il fascismo si è fatto le ossa a Fiume.

12 settembre 2016

Fiume 12 settembre 1919: e il colpo di mano dannunziano che anticipò il fascismo si palesò

Era il 12 settembre 1919 quando l'ammutinamento militare sotto la regia del poeta e avventuriero D'Annunzio giustificò la tragedia...
impresa di fiume
Gabriele d'Annunzio fotografato in mezzo ai suoi "legionari" dopo "l'im-
presa di Fiume"
, il golpe che pose fine all'effimero Stato Libero di Fiume.
D’Annunzio, "sollecitato dal contingente dei Granatieri di Sardegna che hanno dovuto lasciare Fiume per ordine della Conferenza di pace di Parigi" si mette alla testa di un contingente di ammutinati e occupa militarmente la città istriana, rivendicandone l’italianità.
E' la "marcia dei Legionari" che anticipa di soli tre anni la "marcia su Roma" dei fascisti di Mussolini.

3 gennaio 2016

Fiume laboratorio politico del fascismo (terza tappa: gennaio 1924).

L'esperienza politica dello Stato Libero di Fiume era durata meno di un anno e mezzo, dal novembre del 1920 al golpe fascista del 1922. Politicamente morto, formalmente sopravvisse fino al gennaio del 1924, quando il Trattato di Roma annesse il centro cittadino al Regno d'Italia.
Il confine separava il centro città dal sobborgo di Susak, spezzava in due il
tessuto sociale e l'economia cittadina: fu il risultato del fanatismo dannun-
ziano e fascista. Il resto sarebbe arrivato con la WW2
Il golpe fascista aveva offerto il destro alle truppe regolari italiane per entrare in città "a restaurare l'ordine" ma il 17 marzo le forze armate italiane passarono il controllo alla minoranza nazionalista della costituente, quella che voleva annettere Fiume all'Italia...
la cosa durò 18 mesi finché le forze armate italiane presero di nuovo il controllo e istituirono ufficialmente un governatorato militare.
Il confine Italo-Jugoslavo che venne fissato lungo la destra orografica del
fiume Eneo: di qua Italia, di là Jugoslavija.
Nel gennaio del 1924 il Regno dell'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni firmarono il Trattato di Roma che prevedeva l'annessione di Fiume dall'Italia e l'assorbimento di Sušak nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Jugoslavija). Entrò in vigore il 16 marzo 1924.
Il governo legittimo dello Stato Libero non riconobbe il trattato di Roma e continuò la sua attività in esilio.

17 settembre 2015

Gli sdoganati di San Giusto

Sul "colle sacro" della città non una ma ben sei targhe di marmo celebrano il falso storico e materializzano il lato oscuro di questa città, che ha tenuto a battesimo il fascismo di confine.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
I precursori degli anni Cinquanta: la prima pietra del revisioni-
smo storico era stata posta già negli anni Cinquanta: se nelle piazze
delle città italiane le parole "Guerra di Liberazione" celebravano in
modo formale, ufficiale e istituzionale la guerra partigiana condotta
contro i fascisti nostrani e i nazisti tedeschi per liberare il Paese, a
Trieste no, quelle stesse parole venivano usate per celebrare la macel-
leria del 1915-18, un mito militarista  e patriottardo capace di deviare
l'attenzione dall'imbarazzante orientamento politico locale.
Negli anni di Berlusconi Silvio la spianata "sacra" di San Giusto diventò territorio di caccia dello squadrismo politico cittadino, una brutta genìa abituata al travestitismo politico e al mimetismo ideologico: si stava meglio quando c'era Lui, italiani vittime, bestialità slava, sacri destini, dio patria e famiglia, fatali compiti, sacri confini, virtù guerriere, popolo civilizzatore, la superiore schiatta italica. E poi: l'alleato germanico, i traditori della patria, l'onore e la virtù, insomma tutta la paccottiglia della falsa coscienza fascista.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1997: si mimetizzano dietro la sigla "Associazione
Orfani di Guerra". Non esiste infatti alcuna associazione con questo no-
me (esiste invece una A.N.F.C.D.G. - Associazione Nazionale Famiglie
Caduti e Dispersi in Guerra, che fu costituita nel 1917 e venne poi eretta
in ente morale nel 1924).
A Trieste l'antico fascismo di confine è sempre sopravvissuto a sè stesso, la mala pianta degli "irredenti" e dei "legionari" dannunziani è ancora viva, basta entrare in qualsiasi bar e cominciare a parlare in dialetto, e tutto diventa immediatamente chiaro. Pannella l'avevo capito già quarant'anni fa quando aveva sponsorizzato "il Melone" la lista qualunquista che permetteva ai fascisti di partecipare senza apparire (un vero capolavoro qualunquista del "digiunatore").
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1998: ci mettono la firma anche quelli della fascistis-
sima associazione d'arma dei  Lagunari.
Berlusconi li ha poi  sdoganati trasformandoli ipso facto da impresentabili squadristi in ministri della Repubblica. L'anima nera triestina ne ha subito approfittato e (siamo nel 1997) l'impasto di falsa coscienza e menzogne storiche che agita il retropensiero locale è riemerso dai tombini.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1998: si nascondono anche all'interno degli organi
ufficiali dello Stato. Molto imbarazzante la presenza di questa lapide
voluta dagli ambienti fascisteggianti della  Polizia di Stato triestina.
Insomma, il neofascismo triestino non aveva osato ancora presentarsi a volto scoperto, si era sempre nascosto dietro giochi di parole e giochi delle tre carte con la storia.
Fino a Berlusconi erano rimasti fermi agli anni Cinquanta - fascisti dentro e  patriottici fuori - e in quegli anni avevano eretto a San Giusto l'ambiguo monumento "Trieste ai Caduti nella Guerra di Liberazione MCMV-MCMVIII" (che poi sarebbe 1915-18).
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 2000: anche i cosiddetti "sminatori" del 1945 si ag-
gregano alla grande ammucchiata ideologica della destra triestina.
Ma con l'arrivo di Berlusconi le cose cambiano.
La lista dei "travestiti di San Giusto" si apre nel 1997.
Gli ineffabili che stru-mentalizzano la sigla "Orfani di Guerra" sentono l'aria che cambia, e piazzano la propria lapide giusto prima della nomina dello squadrista milanese Ignazio La Russa a Ministro della difesa nel governo Berlusconi IV°.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 2011: con la cacciata di Berlusconi il delirio raggiun-
ge l'apice e vuole mettere il cappello su un caso irrisolto: la "famiglia po-
lesana" e il "grigioverde" garantiscono: tutta colpa dei comunisti slavi!
Così, finito Berlusconi, finisce anche l'alluvione di lapidi a San Giusto. 
Il resto è un crescendo di presenzialismo e una frana di credibilità.
Il delirio raggiunge il suo apice nel 2011 quando i travestiti del neofascismo esauriscono le sigle del collateralismo e sono costretti a ricorrere per ben due volte alla fantomatica "Federazione Grigioverde": prima nel 2009 e poi nel 2011, quando (anche a nome di una non ben chiara "famiglia polesana") allungano le mani sulla "strage di Vergarolla", uno dei tanti fatti non chiariti che il piagnisteo giuliano-dalmata ha inteso arruolare nel suo delirio vittimista.

6 aprile 2015

Fiume laboratorio politico del fascismo (seconda tappa: il golpe fascista del 1922).

Marzo 1922: il colpo di stato fascista del 3 marzo pone fine alla breve stagione dello Stato Libero di Fiume.
Abbazia Fiume Rijeka
Il fiumano Riccardo Gigante fu prima irredendista, poi nazionalista e in-
fine fascista. In pratica un distillato di quel "fascismo di confine" che fu
sdoganato da Berlusconi. Con l'avvento del fascismo storico Gigante fu
fatto Podestà di Fiume. Nel 
1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mus-
solini. Dopo l'occupazione di Fiume da parte nazista fu fatto per un bre-
ve periodo prefetto della città.

Dopo che il governo italiano, rotti finalmente gli indugi, costrinse i dannunziani allo sgombero della città e si decise a dare attuazione agli accordi italo-jugoslavi di Rapallo  nell'aprile 1921 si tennero le elezioni per la costituente autonomista del piccolo stato libero fiumano: l'elettorato approvò il piano per la creazione di uno stato libero e per un consorzio di gestione del porto.
Abbazia Fiume Rijeka
Il distretto di Fiume e, in giallo, la ulteriore striscia di territorio inserita
nello Stato Libero con il Trattato di Rapallo. Il golpe del marzo 1922 se-
gna la fine dell'effimera esperienza politica dell'autonismo fiumano; for-
malmente lo Stato Libero di Fiume continuerà ad esistere fino al gennaio
del 1924, quando il trattato italo-jugoslavo siglato a Roma segnò il pas-
saggio ufficiale al Regno d'Italia.

👉Nelle urne il Partito Autonomista ottenne 6.558 voti, mentre il Blocco Nazionale, composto dai partiti fascisti, liberali e democratici, ottenne 3.443 voti.
👉Allorché emerse in modo netto la vittoria degli autonomisti, Riccardo Gigante, alla testa di un gruppo di fascisti ed ex legionari, penetrò nell'aula del tribunale dove si stava effettuando lo scrutinio e bruciò le schede elettorali. Tre giorni dopo, sempre con
l'appoggio di fascisti ed ex legionari, occupò il municipio e assunse per trentasei ore poteri dittatoriali, rimettendoli poi nella mani di Salvatore Bellasich, nominato commissario straordinario dal governo italiano.  
👉Dopo il colpo di mano fascista le truppe regolari italiane entrarono nella città: ufficialmente per "restaurare l'ordine" ma il 17 marzo i militari passarono il controllo alla minoranza della costituente (quella sconfitta alle urne) che voleva annettere Fiume all'Italia, cioè agli stessi golpisti.
In tal modo, con la copertura delle forze armate regolari, i golpisti presero il controllo di Fiume. Il loro controllo durò 18 mesi finché le forze armate italiane ripresero il controllo diretto di Fiume e istituirono un governatorato militare. In queste condizioni la situazione si trascinò sino al termine del 1923 mentre il senso politico della situazione era ormai chiaro a tutti: il "cosa fatta capo ha" dei fasci fiumani aspettava solo una legittimazione formale (che arrivò il 27 gennaio del 1924 con il Trattato di Roma).

25 marzo 2015

Fiume laboratorio politico del fascismo (prima tappa 1915-1920)

Dai segreti del Patto di Londra all'effimero Stato Libero di Fiume.
Abbazia Fiume Rijeka
Il Patto di Londra (26 aprile 1915) prevedeva che il confine italiano sulla
sponda orientale dell'Adriatico corresse lungo la linea rossa che include-
va l'intera Istria e buona parte della Dalmazia ma non la città di Fiume,
per la quale aveva invece previsto lo status di città autonoma, in conti-
nuità ideale col precedente corpus separatum ungarico del 1868 (mappa
ripresa da cronologia.leonardo.it).
Il 24 maggio del 1915, al momento dell'entrata in guerra, l'Italia puntava ad avere Trento e Trieste, ma non Fiume.
Ma a guerra finita e fortunosamente vinta, l'Italia avanzò la nuova pretesa: entrare in possesso anche del territorio libero della città di Fiume.
Le nuove richieste italiane vennero discusse alla Conferenza di Pace di Parigi nel corso del 1919, mentre la città era ancora occupata da una forza 
Abbazia Fiume Rijeka
A guerra finita, mentre la città era occupata dai rivoltosi di Gabriele
d'Annunzio e le trattative di pace languivano, Italia e Jugoslavia fir-
marono un accordo bilaterale (Trattato di Rapallo del 12 novembre
1920) che fissando i confini fra i due stati nella regione riconobbe
alla città di Fiume uno status particolare e autonomo, un mini-stato
che fu chiamato Stato Libero di Fiume. Per la città si trattava di una
conferma di quanto già previsto dal precedente Patto di Londra ma
i dannunziani reclamavano il suo passaggio al Regno d'Italia...

multinazionale di truppe italiane, francesi, britanniche e americane. Ma quando giunse la notizia che Gabriele d'Annunzio aveva occupato Fiume le trattative di pace s'interruppero e siccome di fatto non ripartirono più, il Regno d'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni firmarono, il 12 novembre 1920, il Trattato di Rapallo, un accordo bilaterale che bypassava la conferenza di pace e faceva del centro-città e del porto di Fiume un piccolo stato autonomo, lo Stato libero di Fiume, stabiliva sulle Alpi