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6 febbraio 2025

Dopo una "sosta" lunga otto anni è ripartito il tram di Opicina (e così l'ovovia pare scongiurata)

La cosa ha fatto rumore e se tutti i giornali ne hanno parlato è segno che, pur nel silenzio ufficiale dell'inerzia burocratica, tutti tifavano per il suo ritorno. Perfino Adriano Sofri sul "Foglio" di Giuliano Ferrara.
Dopo otto anni e mezzo (3.091 giorni) di ritardi burocratici è finalmente ripartito il tram di Opicina. Ne parlano tutti, e non solo a Trieste (qui sopra un articolo de "Il foglio quotidiano" - 6 febbraio 2025). Usare il tram-funicolare di Opicina è infatti il modo più comodo per visitare il centro città a piedi perchè si può lasciare l'auto sul ciglione carsico, a sua volta così ricco di itinerari pedonali, da Sistiana alla Val Rosandra.


3 maggio 2024

La complicata storia del magico tram di Opicina

Aperta nel 1902, la tramvia Trieste-Opicina collegava il centro-città con le ville della buona società triestina. Nel 1906 fu prolungata fino alla stazione "Opicina", dove fermava la importante Ferrovia Transalpina.
Una fotografia del tram "vecchio", quello a cremagliera che terminava a Vetta Scorcola, dove anche oggi termina la trazione a funicolare e carro-spinta. Purtroppo oggi è fermo dal 2016, paralizzato dalle chiacchiere e dalle burocrazie incrociate dopo un mini-deragliamento che in qualsiasi altra città avrebbero risolto in fretta.

Nel 1906 la tramvia venne allungata fino alla stazione "Opicina" della im-
portante Ferrovia Transalpina, che vediamo a sinistra di fronte all'alber-
go Hotel Gromzy. Ma nel 1936 la tratta compresa fra la stazione e l'attua-
le rimessa fu soppressa. La foto è del 1920.
Mappa tratta da Wikipedia. In rosso la tratta attuale. In bianco quella che
fu chiusa nel 1936. Il tratto inaugurato nel 1902 si limitava a servire le re-
sidenze della ricca borghesia fra Piazza Oberdan e Vetta Scorcola.
Nel 1902 fu inaugurato il famoso tram di Opicina che in questa sua prima versione si limitava a salire dal centro città fino a Vetta Scorcola (a metà del tragitto odierno). Si trattava di una salita ripida con un tratto di 800 metri vinti con la trazione a ruota dentata "a cremagliera". Fino al 1928 la linea a cremagliera del tram di Opicina è stata una linea gemella del trenino del Renon, che venne realizzato a Bolzano quattro anni dopo, nel 1907 e che collegava la centrale Piazza Walter con il paese alpino di Collalbo, situato negli immediati dintorni di Bolzano.
👉Successivamente (1906) il tram fu prolungato fino alla stazione ferroviaria di Opicina, per far arrivare direttamente i passeggeri da Trieste fino alla stazione dove fermavano due importanti linee internazionali: la Transalpina (Vienna-Trieste) e la Ferrovia Meridionale (sempre Vienna-Trieste, ma con percorso diverso).
👉La seconda breve tratta fino alla stazione è stata soppressa nel 1936 per scarsità dei passeggeri e per altri motivi tecnici; da allora il capolinea del tram è all'attuale  rimessa.
👉Oggi il tragitto è lungo circa 5 km, con un dislivello di 329 metri e con una pendenza massima del 26%.

2 maggio 2023

Oggi verrebbe considerato un ecomostro, eppure all'epoca veniva molto stimato in quanto progetto sociale ispirato dalle teorie di Le Corbusier

Il brutalista "quadrilatero di Melara" a Trieste, un pugno negli occhi che chi si avvicina al golfo non può fingere di non vedere. E' lì dal 1982.
Architettura sociale brutalista: come a "Le Vele" di Napoli-Scampia oppure al chilometro di cemento del "Corviale" a Roma. Per quanto ne so "Le Torri" di Trento-Villazzano restano fra i pochi esempi che non sputtanarono il maestro.
La corte interna e le ragioni di chi ci abita. "Mi ghe abito e x quanto si ...
xe brutto da veder ...no cambiassi con un appartamento in città.... go u-
na vista spettacolare... aria bona .. appartamento grande....tanto verde in-
torno e un giardino interno con arena x spettacoli ke tanti se lo scorda....
Una Microarea ke funziona benissimo x gli anziani del rione... e tante at-
tività....oltre che esser teatro de fiction...film... e video musicali...."
.

Il quadrilatero di Melara è stato progettato da un nutrito gruppo di professionisti triestini selezionato dall'Ordine degli Architetti e degli Ingegneri, coordinati da Carlo Celli dello studio Celli di Trieste e costruito tra il 1969 e il 1982 sotto le teorie socio-architettoniche di Le Corbusier.
👉Il complesso è formato da due corpi di fabbrica a L alti dai sette ai quindici piani, per un volume di 267.000 metri cubi su una superficie di 89.000 metri quadri e conta

11 marzo 2021

L'antica ferrovia della Val Rosandra

Partiva dall'attuale stazione di "Campo Marzio" in centro città e si inerpicava sul Carso fino ad Erpelle.
Il tracciato della "ferrovia della Val Rosandra" é fedelmente riportato nella cartografia dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, qui in scala 1:100.000. La linea partiva dalla stazione di "Trieste S. Andrea" (l'attuale Campo Marzio) e dopo un percorso con pendenze fino al 33%, raggiungeva la stazione di Erpelle, che si trovava sulla linea Divača- Pola.
La stazione di Campo Marzio da dove partiva la ferrovia della Val Rosandra. Fu aperta a fine del 1887 per collegare il porto di Trieste alla Ferrovia Istriana Divača-Pola che era già in servizio dal 1876. Essendo pubblica, la Trieste-Erpelle non era gravata gli onerosi pedaggi richiesti dalla privata Südbahn per il transito dei convogli lungo la propria linea della ferrovia Vienna-Graz-Lubiana-Trieste.
La Ferrovia Trieste-Erpelle si arrampicava sulla destra orografica della
Val Rosandra, di fronte al Monte Carso. Nella foto é ben visibile la cicla-
bile che é stata ricavata sul suo tracciato. Venne dismessa nel 1958.
La ciclabile realizzata sul sedime della Trieste-Erpelle utilizza i viadotti
e i tunnel del tracciato originario. Essendo intersecata da diversi sentieri
si presta bene anche alle escursioni pedonali, sia brevi che lunghe
Dopo la costruzione della "Ferrovia Istriana" (1876) che collegava Pola con Divača e con il resto della rete ferroviaria dell'impero, sorse il problema di realizzare un collegamento ferroviario tra Pola e Trieste, a carico dello stato per evitare di dipendere dalla priva Südbahn. Dopo numerosi progetti, prese corpo l'idea di realizzare un collegamento attraverso la Val Rosandra, tenendo conto che dalla stazione di Erpelle/Hrpelje-Kozina, posta lungo ferrovia Istriana, si sarebbe potuto raggiungere rapidamente Trieste.
C'erano cinque stazioni: Trieste S. Andrea (l'attuale Campo Marzio), S.
Anna, poi le frazioni di S.Giuseppe, S.Antonio e S.Elia
 per arrivare, do-
po un tracciato con pendenze fino al 3,3 %, nella stazione di Erpelle, sul-
la linea Divača-Pola. C'erano 
23 passaggi a livello in meno di 20 km.
👉Il 26 di ottobre 1885 dello stesso anno venne posata la prima pietra della nuova linea, che partiva dalla stazione di "Trieste S. Andrea" (l'attuale Campo Marzio) raggiungeva dapprima la stazione di S. Anna, poi le frazioni di S. Giuseppe, S. Antonio e S. Elia per terminare, dopo un tracciato con pendenze fino al 33%, nella stazione di Erpelle, sulla linea Divaccia - Pola.
Realizzata tra il 1885 e il 1887: vennero costruiti i viadotti su 7 canaloni,
6 ponti in ferro, 5 gallerie, i muri di sostegno sulle pendici del monte
Stena e 3 stazioni ferroviarie.
Questa nuova linea si dimostrò sin da subito fondamentale per la rinascita delle attività portuali e commerciali della zona: grazie alla ferrovia paesi come Erpelle e Cosina conobbero in brevissimo tempo un notevole sviluppo. Tutta l'area servita dalla linea divenne meta domenicale di centinaia di triestini che raggiungevano l'altopiano carsico, dove si potevano trovare trattorie, buon vino e la famosa birra Adria proveniente dal paese di Senosecchia.
Sul viadotto di Cattinara. Altre notizie e foto in ferrovieabbandonate.it
oppure in ilmondodeitreni.it.
👉Ma l'apertura del Canale di Suez, lo straordinario sviluppo di Fiume oltre al ritorno del Lombardo-Veneto all'Italia, avevano ridestato l'interesse degli Asburgo verso la città Trieste che necessitava quindi di un'efficiente collegamento ferroviario e di nuove infrastrutture portuali.
👉Fu così decisa le realizzazione della linea ferroviaria denominata Transalpina, per collegare Vienna a Trieste, che da un lato fu l'artefice principale di una forte ascesa commerciale della città ma dall'altro fece iniziare il lento declino della linea della Val Rosandra. Nel luglio del 1906 viene attivato il primo tratto della nuova linea da Trieste a Jesenice.
Tra i passeggeri abituali c'erano le Mlekarize (lattaie), le  venderigole o
 breschize (venditrici del mercato) e le savrinke (rivenditrici di uova).
👉La linea Trieste-Erpelle fu pesantemente penalizzata dalla "concorrenza" della Transalpina che assorbì gran parte del traffico merci e passeggeri a lunga percorrenza. Sopravvisse un discreto traffico di passeggeri e merci verso l'Istria e Pola non paragonabile però con quello che aveva visto la fine dell'ottocento.
👉Durante la WW1 venne destinata esclusivamente a servizi di approvvigionamento per le truppe militari. Con la fine della guerra il servizio ferroviario tornò alla normalità, ma la ferrovia visse un periodo di piena provvisorietà fino al 1920 quando,a seguito dei trattati di pace, la ferrovia passò all’Italia così come i territori dell'Istria.
Erpelle/Kozina, capolinea della ferrovia della Val Rosandra, era sulla "Fer-
rovia Istriana" che da Pola saliva fino a Divača, a sua volta situata sull'im-
portante Vienna-Graz-Lubiana-Trieste, detta "Südbahn" (foto del 1907).
👉Con il potenziamento della linea Trieste-Pola, la linea di Erpelle inizia un lento declino, declassata a linea locale: il traffico merci e passeggeri da e per l'Istria viene instradato per Pola, perdendo il naturale collegamento con Divača. Sulla linea troviamo in orario solo tre coppie di treni per Pola, che salgono a quattro nel 1931. A questi treni si aggiungono due coppie di treni limitati ad Erpelle.
👉Nel 1930 le FS decidono un programma di ammoder-namento delle principali linee nazionali, ed anche l'intera rete istriana e la linea della Val Rosandra venne inclusa nel programma. Vennero intraprese opere di consolidamento della massicciata, sostituito l'armamento, sostituiti gli impianti di segnalamento delle stazioni e muniti di barriere i principali passaggi a livello.
👉Il secondo conflitto mondiale non provoca gravi danni alla linea, che però al termine del conflitto, viene a trovarsi sul nuovo "provvisorio" confine tra Italia e Jugoslavia.
Il 31 dicembre 1958 Il giorno successivo, è il treno accelerato 1730, in partenza da S. Elia alle ore 22:18, nell'indifferenza più assoluta, a chiudere l'esercizio della linea, che venne smantella nel 1966.

12 gennaio 2021

I triestini di metà Ottocento (poco prima delle esplosioni nazionaliste) descritti da un inglese

Un libro per viaggiatori del 1846, lo "Hand-Book of Northern Germany" dell'inglese John Murray includeva Trieste, città “meridionale”, fra le mete notevoli dell'Europa tedesca.
Hotel de la Ville nel 1848 (ora ufficio Fincantieri).
“The Hotel of Trieste”, da “The Illustrated London News”.
Scriveva Murray: “Gli abitanti di Trieste sono una razza meticcia, provenendo da tutte le parti del mondo; alcuni dei più ricchi mercanti sono greci, ebrei e inglesi. Tra i cittadini di Trieste possiamo trovare Tedeschi, Americani, Italiani, Greci, Ebrei, Armeni, ecc ecc; i marinai e i pescatori vicino alle banchine provengono quasi tutti dalla Dalmazia. Gli abitanti originari sono Italiani; la gente di campagna che frequenta il mercato sono slavi di origini illiriche. L’italiano è il linguaggio prevalente ed è usato nelle corti di giustizia; ma tutti i tipi di lingue vengono parlati: nel pubblico viene usato spesso il tedesco; dai popolani un dialetto slavo. [...] Tra le esportazioni di Trieste troviamo le produzioni delle miniere di Idria, di quelle ungheresi, lino, tabacco, tessuti di lana da diversi domini dell’Austria e tessuto di calicò stampato dalla Svizzera. Le importazioni sono cotone dall’Egitto; pellicce, uva passa, seta, riso e olio dal Levante; grano da Odessa; e ogni forma di prodotto tropicale e coloniale dalle Indie occidentali e dal Brasile. La costruzione delle navi è una delle attività principali e i costruttori di navi di Trieste sono talmente conosciuti per la loro abilità che progetti per vascelli di vario tipo vengono qui commissionati da diverse parti del mondi.”

5 gennaio 2021

Una rapida occhiata ai cento dolci triestini, che sono da sempre mitteleuropei e danubiani

Da questo punto di vista Trieste può senz'altro essere considerata una capitale regionale asburgica piuttosto che una città italiana...
presnitz
Il prèsnitz: è una pasta sfoglia (farina, acqua e burro) natalizia ripiena
di frutta secca. Il ripieno è di noci, mandorle, pinoli, fichi, prugne, albi-
cocche, uvetta, cioccolata grattugiata, zucchero, cannella, chiodi di garo-
fano e rum. E' chiamato anche "Gubana goriziana".
Le portate dolci delle tavole triestine provengono per lo più dalla tradizione dolciaria austriaca e slovena affermatasi nei secoli della dominazione austriaca.
👉A sua sua volta la pasticceria austriaca era stata sottoposta ad influssi ungheresi, balcanici, ottomani.
Alcuni fra i dolci più famosi e radicati della tradizione austriaca (in primis il famoso strudel) mostrano infatti ascendenze turche e dunque orientali.

La putìzza: è un'altro dei dolci arrotolati di origine austro-ungarica, soffice e dal ripieno più ricco, frutta secca e cioccolato. Si può considerare il parente ricco della Gubana delle Valli del Natisone. La preparazione prevede due lievitazioni.
Gli strucoli dolci: sono degli arrotolati di pasta frolla presenti in tante versioni e dal dal ripieno molto variabile: noci o mele, soprattutto. Praticamente è uno Strudel di stampo mitteleuropeo, come questo fotografato a Egna (Bolzano). Ma ci sono anche gli strucoli dolci fatti con la pasta sfoglia (che è molto più sottile e balcaneggiante).
pinza triestina
La pinza: è il classico dolce riservato alle festività pasquali.
Premurska gibanica: è un dolce tradizionale sloveno, originario della regione del Prekmurje, verso l'Ungheria. E' una pasta frolla a più strati farcita con semi di papavero, noci, miele, uvetta e ricotta. Viene cotta in un tegame di terracotta. Gli strati sono ben quattro e la forma può essere sia rotonda che quadrata.
I crostoli ossia hroštole, kroštole o hroštule: associati al carnevale e comunque ai mesi freddi, non sono altro che i diffusissimi crostoli (le chiacchiere veneziane, o frappe, bugie, cenci, galani, eccetera).
Le palacìnke: sono delle omelettes dolci, ossia frittate d'uovo e farina farcite di marmellata. Tradizionalmente venivano arrotolate su sè stesse e poi per mangiarle venivano affettate come un salame. La moda turistica attuale le vuole ripiegate in quarti come queste.
Le frìtole: assieme ai cròstoli  queste piccole frittelle si cuociono nei giorni del Carnevale.
Il classico krapfen austriaco: un bombolone fritto e farcito con marmellata o crema.

9 ottobre 2018

Il belvedere "Vedetta Italia" sul Carso triestino

La sua storia inizia nel 1908, quando il "Club Touristi Triestini" innalzò una torre di bianca pietra calcarea per celebrare i sessant'anni di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ma il suo nome originario ("Vedetta del Giubileo") durò poco perchè il fascismo lo cambiò subito.
vedetta italia
Era una grande torre in pietra bianca, alta 11 m, progettata dall'architetto
Carlo Hesky e realizzata con fondi frutto di una sottoscrizione pubblica.
Si chiamava "Vedetta del Giubileo". Nel 1922 passò alla Società Alpina
delle Giulie del CAI, che la ribattezzò "Vedetta Italia".
E divenne così la "Vedetta Italia".
Più tardi, nel corso della WW2, per la sua visibilità divenne un bersaglio ben individuabile dall’aeronautica anglo-americana, e i tedeschi la demolirono, facendo anche sparire tutte le pietre che la componevano.
Quella attuale è stata costruita nel nel 1956 dall’"Ente provinciale del Turismo d’Italia" tramite il Selad, la "Sezione lavoro aiuto disoccupati".
vedetta italia
Si noti che in origine anche la collocazione era diversa: si trovava allo stesso livello della attuale palestra di arrampicata, ma più spostata in direzione di Prosecco, come ben si vede nella foto in bianco e nero. Oggi la Vedetta Italia è raggiungibile dal sentiero CAI n. 1, dal n. 12 o dalla passeggiata "strada Napoleonica".






4 gennaio 2018

Le venderigole di Trieste

Le venderìgole stazionavano al mercato di Ponterosso, dove vendevano soprattutto frutta e verdura. Queste venditrici ambulanti erano donne 
Le venderigole e le mlekarice non erano attive solo in Ponterosso.
del popolo, ed erano combattive, decise, rumorose.
Esercitavano proprio dietro il palazzo del comune, nella piazzetta che si chiama Piazza Piccola.
C’erano poi le pancogole, che vendevano il pane, (fatto rigorosamente solo con le farine del comune, altrimenti erano guai). 
Le venderigole di Piazza della Legna (Piazza Goldoni). Una disanima dei mercati triestini è nel blog RighevagheIn questi mercati all'aperto si potevano trovare anche prodotti conservabili, come formaggio, carne e pesce sotto sale, stoccafisso e sarde en savor. Negli anni Trenta venne inaugurato il grande mercato coperto sulle rive e i banchetti non furono più esposti al sole estivo e alla bora invernale.



27 dicembre 2017

Cosa bolle nelle caldaie dei buffet triestini?

Sobbollire piano piano, per almeno due, tre ore e più. Per i puristi la regola è semplice: non servono né cipolla, né sedano o carota, basta il 
bollito misto di caldaia buffet triestino
Con l'arrivo dell'autunno a Trieste ritorna il ”misto di caldaia", fatto di
bolliti suini mantenuti caldissimi nell'acqua quasi bollente e impiattati
con  
generose grattugiate di Kren (radice di rafano fresco).
brodo, sia pure bollito e ribollito, senza disdegnare quello dei giorni precedenti...
Le carni (tutte di maiale) sono messe a sobollire in un brodo raramente sgrassato, spesso solo allungato con altra acqua bollente ma, diciamolo, ben raramente sostituito.
👉E' in questo brodo che nasce il sapore del misto di caldaia. Asieme alla classica porzina di maiale la  sua bollitura lenta ma ininterrotta ospita i cotechini assieme alle lingue salmistrate, agli zampetti e alle orecchie salati, alle costine e ai carrè (kaiserfleisch) affumicati, e anche alla pancetta e alle salsicce e ai Würstel...
bollito misto di caldaia buffet triestino
Tra i pezzi più significativi, la salsiccia di Vienna (Wiener o Frankfurter), salsiccia di Cragno (dal nome della città slovena di Kranij), e poi il prosciutto cotto, la porzina (coppa suina, vera prelibatezza), il Kaiserfleisch (filetto con osso) o il filone senz'osso (carrè), la costina affumicata. Da servire con senape, radice di kren grattugiata e birra.
bollito misto di caldaia buffet triestino
Il mitico "misto caldaia", versione triestina del Bauernschmaus bavareseè un misto di carni suine bollite e ribollite nella "caldaia" dei buffet cittadini.

14 dicembre 2017

Dicembre 1920: si stampava a Trieste "Il Popolo di Trieste"

Esce a Trieste il primo numero de "Il Popolo di Trieste", fotocopia politica del "Popolo d’Italia" di Benito Mussolini.
il popolo di trieste
In quel dicembre del 1920 l'ammutinamento militare di d'Annunzio che aveva galva-
nizzato i nazionalisti italiani giungeva al termine lasciando il posto al "fascismo di
confine", il più violento e estremista.
L’anno successivo (1921) la Federazione Fascista triestina raggiunse i 14.756 iscritti e diventò quella che contava il maggior numero di aderenti sull’intero territorio nazionale.
Fin dall'inizio l'Istria, con Trieste e Fiume, si confermò territorio d'elezione delle grandi manovre politiche del fascismo ancora nascente.
Da quelle parti l'animosità antislava della minoranza italiana viveva di vita propria.
In fondo il fascismo si limitò a cavalcarla, ad esacerbarla e a legittimarla.
La "marcia su Roma" sarebbe avvenuta il 28 ottobre del 1922, quando al confine orientale tutto s'era consumato con largo anticipo...
il popolo di trieste
Il giornale fu fondato da Benito Mussolini nel 1914 con soldi procuratati da Filippo Naldi, un giornalista che dirigeva il «Resto del Carlino» di Bologna e che vantava numerosi agganci negli ambienti industriali genovesi e milanesi. Tra l'abbandono dell'Avanti! e la fondazione del Popolo d'Italia prese anche soldi francesi, in parte governativi e in parte procurati dai socialisti interventisti francesi.

21 ottobre 2017

La mussolera di Trieste

La mussolèra, ossia la venditrice di mussoli, le grosse vongole grigiastre che si annidano fra gli scogli del litorale triestino. Gli intenditori li degustavano dal vivo con una spruzzata di limone.
mussolera mussolo trieste
Il banchetto della mussolàra in un magistrale scatto di Ugo Borsatti, il
Cartier Bresson triestino, del 1955. Oggi sarebbe celebrato nei blog dei
cultori dello "street food" che letteralmente significa "cibo di strada" ma
che fa pensare al "cibo del popolo".
mussolera mussolo trieste
Questa sorta di "cozza chiara" vive attaccata agli scogli del litorale ed è
pescata agganciandola con un rampino metallico. 
"Il profumo del mare non si può riprodurre. Ma, in quel 27 novembre 1955, è davvero invitante: la mussolera, la venditrice dei saporiti frutti di mare, offre la "mercanzia" ai passanti. Il suo banchetto in via Sorgente è uno dei tanti sparsi in varie zone di Trieste: banchetti al femminile perchè i titolari sono sempre donne. Chissà perché è un mestiere cui i maschi non ambiscono. Caratteristica curiosa: ogni banchetto ha in dotazione un asciugamano, uno solo, per pulirsi dopo il pasto. Ma nessuno si scompone. Da allora sono passati quasi cinquant'anni. Eppure ancor oggi, chi vede la "mia" mussolera e il suo "ristorante" all'aperto e non è più giovanissimo, ricorda con rimpianto gli ottimi molluschi praticamente scomparsi. Un giorno sono in studio e scorgo un'anziana signora inginocchiata davanti alla vetrina in cui è esposta una copia della foto. Penso che possa star male e le chiedo: "Va tutto bene?" Senza neanche rialzarsi, si volta verso di me e, guardandomi dal basso in alto, mi dice con voce tremula: "Me par de sentir l'odor"." (dal sito www.ugoborsatti.it)

10 settembre 2017

Settembre 1938: sono in pochi a ricordarselo, ma le italianissime leggi razziali debuttarono a Trieste

Siamo sempre noi: gli "italiani brava gente". E da dove decidiamo di annunciare le nostre leggi razziali se non dalla fascistissima Trieste?
trieste leggi razziali
Mussolini annuncia le leggi razziali in piazza Unità: 18 settembre 1938.
Il 18 settembre 1938 Benito Mussolini annuncia l'entrata in vigore delle leggi razziali.
Lo fa da un palco appositamente installato in piazza Unità d'Italia a Trieste.
Aveva scelto Trieste perchè la conosceva bene e sapeva di giocare in casa.
E oggi? Solo nel 2013, dopo lunghe pressioni del Comitato Danilo Dolci, il Comune s'è piegato ad apporre sul selciato della piazza una targa che ricorda quell’evento.
trieste leggi razziali
Mussolini aveva di fronte una piazza stracolma e osannante: la peggior prova di cos'è stata Trieste, che Umberto Saba, conoscendola bene, aveva considerato "la città più fascista d'Italia".

20 giugno 2016

Le benemerite mlekarice slave

Città italiane e entroterra slavo: ogni mattina a Trieste e a Fiume il fabbisogno di latte era garantito dalle mlekarice, contadine "s'ciave" che scendevano dalle alture portando a spalla o a dorso d'asino i pesanti bidoni di latte appena munto.
mlekarice
"Le donne del latte" è il titolo di un pregevole lavoro cen-
trato sui dintorni di Trieste e curato dalla Associazione
Slovena di Cultura Tabor di Opicina (edito da SKD Tabor,
Opãine 2000 / A.S.C. Tabor, Opicina 2000).
La sussistenza quotidiana dei due porti imperiali, Trieste per l'Austria e Fiume per l'Ungheria, veniva garantita dal sudore di queste donne socialmente invisibili, precarie, ambulanti e "s'ciave".
👉Il latte era facilmente deperibile e perciò doveva arrivare dai dintorni delle città. Ecco perchè ci si abbassava a servirsi delle contadine dei dintorni (solitamente s'ciave, cioè slave).
👉Lo stesso schema città-campagna si ripeteva in tutti i centri costieri d'Istria e Dalmazia. Uno schema intessuto di pregiudizi i cui nodi vennero definitivamente al pettine con la caduta del fascismo, quando i vent'anni di oppressione razzista alimentarono la jacquerie contadina seguita all'8 settembre 1943.
mlekarice
Le venditrici di latte (mlekarice) affiancavano le venderigole, sanguigne popolane che animavano i mercati all'aperto di frutta e verdura nelle città. L'epopea delle mlekarice terminò con l'avvento del frigorifero. Città italiana e contado "altro" come del resto in quegli anni succedeva anche nel neo-acquisito Alto Adige.

17 settembre 2015

Gli sdoganati di San Giusto

Sul "colle sacro" della città non una ma ben sei targhe di marmo celebrano il falso storico e materializzano il lato oscuro di questa città, che ha tenuto a battesimo il fascismo di confine.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
I precursori degli anni Cinquanta: la prima pietra del revisioni-
smo storico era stata posta già negli anni Cinquanta: se nelle piazze
delle città italiane le parole "Guerra di Liberazione" celebravano in
modo formale, ufficiale e istituzionale la guerra partigiana condotta
contro i fascisti nostrani e i nazisti tedeschi per liberare il Paese, a
Trieste no, quelle stesse parole venivano usate per celebrare la macel-
leria del 1915-18, un mito militarista  e patriottardo capace di deviare
l'attenzione dall'imbarazzante orientamento politico locale.
Negli anni di Berlusconi Silvio la spianata "sacra" di San Giusto diventò territorio di caccia dello squadrismo politico cittadino, una brutta genìa abituata al travestitismo politico e al mimetismo ideologico: si stava meglio quando c'era Lui, italiani vittime, bestialità slava, sacri destini, dio patria e famiglia, fatali compiti, sacri confini, virtù guerriere, popolo civilizzatore, la superiore schiatta italica. E poi: l'alleato germanico, i traditori della patria, l'onore e la virtù, insomma tutta la paccottiglia della falsa coscienza fascista.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1997: si mimetizzano dietro la sigla "Associazione
Orfani di Guerra". Non esiste infatti alcuna associazione con questo no-
me (esiste invece una A.N.F.C.D.G. - Associazione Nazionale Famiglie
Caduti e Dispersi in Guerra, che fu costituita nel 1917 e venne poi eretta
in ente morale nel 1924).
A Trieste l'antico fascismo di confine è sempre sopravvissuto a sè stesso, la mala pianta degli "irredenti" e dei "legionari" dannunziani è ancora viva, basta entrare in qualsiasi bar e cominciare a parlare in dialetto, e tutto diventa immediatamente chiaro. Pannella l'avevo capito già quarant'anni fa quando aveva sponsorizzato "il Melone" la lista qualunquista che permetteva ai fascisti di partecipare senza apparire (un vero capolavoro qualunquista del "digiunatore").
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1998: ci mettono la firma anche quelli della fascistis-
sima associazione d'arma dei  Lagunari.
Berlusconi li ha poi  sdoganati trasformandoli ipso facto da impresentabili squadristi in ministri della Repubblica. L'anima nera triestina ne ha subito approfittato e (siamo nel 1997) l'impasto di falsa coscienza e menzogne storiche che agita il retropensiero locale è riemerso dai tombini.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 1998: si nascondono anche all'interno degli organi
ufficiali dello Stato. Molto imbarazzante la presenza di questa lapide
voluta dagli ambienti fascisteggianti della  Polizia di Stato triestina.
Insomma, il neofascismo triestino non aveva osato ancora presentarsi a volto scoperto, si era sempre nascosto dietro giochi di parole e giochi delle tre carte con la storia.
Fino a Berlusconi erano rimasti fermi agli anni Cinquanta - fascisti dentro e  patriottici fuori - e in quegli anni avevano eretto a San Giusto l'ambiguo monumento "Trieste ai Caduti nella Guerra di Liberazione MCMV-MCMVIII" (che poi sarebbe 1915-18).
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 2000: anche i cosiddetti "sminatori" del 1945 si ag-
gregano alla grande ammucchiata ideologica della destra triestina.
Ma con l'arrivo di Berlusconi le cose cambiano.
La lista dei "travestiti di San Giusto" si apre nel 1997.
Gli ineffabili che stru-mentalizzano la sigla "Orfani di Guerra" sentono l'aria che cambia, e piazzano la propria lapide giusto prima della nomina dello squadrista milanese Ignazio La Russa a Ministro della difesa nel governo Berlusconi IV°.
Gli sdoganati di San Giusto a Trieste.
Gli sdoganati nel 2011: con la cacciata di Berlusconi il delirio raggiun-
ge l'apice e vuole mettere il cappello su un caso irrisolto: la "famiglia po-
lesana" e il "grigioverde" garantiscono: tutta colpa dei comunisti slavi!
Così, finito Berlusconi, finisce anche l'alluvione di lapidi a San Giusto. 
Il resto è un crescendo di presenzialismo e una frana di credibilità.
Il delirio raggiunge il suo apice nel 2011 quando i travestiti del neofascismo esauriscono le sigle del collateralismo e sono costretti a ricorrere per ben due volte alla fantomatica "Federazione Grigioverde": prima nel 2009 e poi nel 2011, quando (anche a nome di una non ben chiara "famiglia polesana") allungano le mani sulla "strage di Vergarolla", uno dei tanti fatti non chiariti che il piagnisteo giuliano-dalmata ha inteso arruolare nel suo delirio vittimista.

3 luglio 2015

La Vedetta di Moccò

Si affaccia sulla Val Rosandra da uno sperone roccioso posto appena un centinaio di metri sopra lo storico Rifugio Premuda.
Vedetta di Moccò
Anche la Vedetta di Moccò, come la vicina Vedetta di San Lorenzo, è mes-
sa a perpendicolo sulla Val Rosandra, ma si trova 200 metri più in basso,
179 metri sul livello del mare. E' raggiungibile anche per sentiero dal Ri-
fugio Premudaun dislivello d'un centinaio di metri appena. Lungo il ci-
glione carsico triestino gli analoghi belvedere panoramici, noti come
"Vedette del Carso", sono una decina.
Può essere agevolmente raggiunta con una breve ma ripida risalita del sentiero che parte dal piazzale del rifugio.
Ma la visita alla Vedetta di Moccò può anche essere tranquillamente abbinata a quella della Vedetta di San Lorenzo, da farsi in auto; basta proseguire brevemente nella discesa verso S. Antonio in Bosco e prendere, sulla sinistra,
Vedetta di Moccò
Zoom sul costolone roccioso del Monte Carso ( m 457) con dettagli della
chiesetta di S. Maria in Siaris (m 220) e del Cippo Comici (m 280). 
la stradina che porta al cimitero di Moccò. Lasciata l'auto al parcheggio del cimitero o poco prima lungo la strada, si procede poi lungo un evidente sentiero in
orizzontale che porta, 2-300 metri più avanti, alla vedetta.
Di forma semicircolare come la "gemella" di San Lorenzo, consente una vista ravvicinata al tratto iniziale della Val Rosandra ed al suo naturale portone d'ingresso, l'abitato di Bagnoli con la strettoia di Bagnoli Superiore.
Siamo alla stessa altezza della chiesetta di S. Maria in Siaris, abbarbicata sulle pendici del Monte Carso, proprio di fronte a noi, perfettamente visibile come anche il Cippo Comici, che ricorda il famoso rocciatore triestino Emilio Comici.

29 giugno 2015

La Vedetta di San Lorenzo

Questa è l’unica delle vedette del Carso triestino raggiungibile agevolmente in automobile. E siamo proprio di fronte al Monte Carso.
vedetta di san lorenzo
E' una delle Vedette del Carso più note e frequentate. Si affaccia sul ver-
sante nord della Val Rosandra a 340 metri di quota e si raggiunge dallo
spiazzo-parcheggio che si trova sulla sinistra duecento metri oltre il
ristorante "Al Pozzo" di San Lorenzo.
Ci si arriva da Trieste seguendo le indicazioni per la foiba di Basovizza e, una volta arrivati al sito, tirando dritti fino al grumo di case di San Lorenzo. Cento metri oltre, sulla sinistra, c'è uno spiazzo dove lasciare l'auto. Pochi metri a piedi e siamo alla vedetta, che si trova sul versante nord della Val Rosandra, sopra la ciclabile che sfrutta il tracciato dell’ex-ferrovia Trieste-Herplje, a 340 metri di quota.
👉Da questa vedetta si può ammirare dall'alto la Val Rosandra, con la Chiesetta di Santa Maria in Siaris, il Cippo Comici e la temuta sella della bora che incanala il vento spazzando l'intera valle.