18 ottobre 2018

Il rustico pane del contado istriano, che veniva impastato e cotto in casa

Il pane si poteva cuocere nel forno (molte case contadine disponevano di un piccolo forno a legna) oppure "sotto la campana", cioè direttamente fra le braci del fogolar davért, il "camino aperto" di casa.
pane istria
La foto (tratta dal blog Europainistria) mostra un piccolo forno destinato
alla panificazione domestica in uso nelle campagne istriane e sulle isole.
Il pane veniva cotto una o due volte alla settimana, non di più.
Il "pane bianco" era fatto con farina di grano e si mangiava molto di rado, nelle occasioni festive o in caso di malattia.
Spesso la pasta per il pane era un misto integrato con farina gialla di mais e/o con farina d’orzo, oppure con un altro tipo di cereale.
La farina di grano era considerato un lusso e raramente veniva impiegata da sola.
peka dalmata
La popolare peka dalmata, il coperchio a campana di lamierone di ferro, era usata anche per fare il pane nelle famiglie che non disponevano di un proprio forno. Il pane veniva cioè cotto sul "focolare aperto", il punto-fuoco che non mancava mai nemmeno nella casa più misera.

9 ottobre 2018

Il belvedere "Vedetta Italia" sul Carso triestino

La sua storia inizia nel 1908, quando il "Club Touristi Triestini" innalzò una torre di bianca pietra calcarea per celebrare i sessant'anni di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ma il suo nome originario ("Vedetta del Giubileo") durò poco perchè il fascismo lo cambiò subito.
vedetta italia
Era una grande torre in pietra bianca, alta 11 m, progettata dall'architetto
Carlo Hesky e realizzata con fondi frutto di una sottoscrizione pubblica.
Si chiamava "Vedetta del Giubileo". Nel 1922 passò alla Società Alpina
delle Giulie del CAI, che la ribattezzò "Vedetta Italia".
E divenne così la "Vedetta Italia".
Più tardi, nel corso della WW2, per la sua visibilità divenne un bersaglio ben individuabile dall’aeronautica anglo-americana, e i tedeschi la demolirono, facendo anche sparire tutte le pietre che la componevano.
Quella attuale è stata costruita nel nel 1956 dall’"Ente provinciale del Turismo d’Italia" tramite il Selad, la "Sezione lavoro aiuto disoccupati".
vedetta italia
Si noti che in origine anche la collocazione era diversa: si trovava allo stesso livello della attuale palestra di arrampicata, ma più spostata in direzione di Prosecco, come ben si vede nella foto in bianco e nero. Oggi la Vedetta Italia è raggiungibile dal sentiero CAI n. 1, dal n. 12 o dalla passeggiata "strada Napoleonica".






18 settembre 2018

Il gulasch dei cow-boy della puzta, che pian piano è sceso fino alle isole adriatiche...

L'aggettivo ungherese gulyás ("alla bovara") è penetrato, complice il multietnico impero austro-ungarico, fin nella penisola istriana dove il rosso che accompagna i piatti di carne, originariamente dovuto alla paprika della puzta, ha imparato a convivere con il rosso del pomodoro mediterraneo.
"I sapori ora forti ora delicati dell'Adriatico e del Danubio, della puszta
e dell'Anatolia, dalla morbida palacinca austriaca al pepato gulasch ma-
giaro fino alla pregnante sarma ottomana, vi erano rimescolati e filtrati
con sapienza..."
(Enzo Bettiza, "Esilio"Arnoldo Mondadori Editore,
Milano, 1996, pag 213)
Una mutazione che s'è poi completata col sodalizio con gli gnocchi veneti, che venivano dall'altra sponda dell'Adriatico.
Ed ecco comparire gli "gnocchi al gulasch", che sulle isole era gulasch di agnello, soprattutto.
E' un piatto di congiunzione fra le tradizioni delle due sponde adriatiche, veneta l'una e ungherese e austriaca l'altra.
Il termine "gulasch" è un semplice adattamento tedesco dell'ungherese gulyás, che significa "alla bovara".

9 settembre 2018

L'ajvar verde della Natureta

E' proprio impossibile sbagliarsi: è un'ajvar verde! La si distingue immediatamente anche alla vista per il colore (sì, verde) ed è composta di peperoni (rigorosamente verdi), melanzane, cipolla, spezie e aglio.
ajvar verde
L'ajvar verde sul tagliere con pane nero e cipolla, mentre aspetta le
famose suha klobasa (salsicce asciutte) della Slovenia.
E' stata lanciata dalla casa slovena Natureta e contiene meno peperone rosso.
Altre differenze? Direi più estetiche che altro. Come la più classica ajvar rossa, non è solo un condimento ma si usa anche come antipasto.
La casa dichiara peperoni verdi (78%), melanzane (7%), cipolle, olio di girasole, zucchero, sale, antiossidanti: acido citrico, aromi naturali, spezie.

22 agosto 2018

La ricomparsa dell'olivo in Croazia

La coltivazione dell’olivo s'era diffusa fin dall'antichità lungo le due sponde del mare Adriatico. Sulla costa orientale comprendeva tutte le isole maggiori e tante tra quelle più piccole.
olivo istria
I nuovi scassi agricoli e la messa a dimora di piante d'olivo interessano
anche la penisola istriana. Qui un terreno all'interno di Rovigno, nella
cosiddetta "Istria rossa".
Dopo la lunga parentesi del Maresciallo Tito, le cui scelte economiche erano tutte volte all'industrializzazione del paese, oggi ogni anno continuano a sorgere nuovi oliveti e gli oli migliori di solito provengono dai piccoli oliveti.
Inoltre, alcune abitudini ed usi locali, come il lavaggio delle olive nell'acqua di mare, fanno dell’olio d’oliva croato un qualcosa di ancora più tipicizzato.
olivi croati
La varietà buža (scura) e oblica (verde) sono quelle più frequenti e diffuse lungo la costa e sulle isole croate, dove è consuetudine mischiare le diverse specie di olive. Ma nelle ultime stagioni gli olivicoltori locali hanno iniziato ad offrire anche oli d’oliva di una singola precisa qualità, e a sottolineare in modo particolare l’offerta di specie autoctone da cui si producono oli a km zero.

15 agosto 2018

"Soto la defonta se stava molto ben: se magnava bigoli e loganighe col cren"

Va da sè che "la defonta" era la defunta monarchia austriaca... o più precisamente l'impero bicipite di Francesco Giuseppe, che fu per metà austriaco e per l'altra metà ungherese, e che "chiuse baracca" nel 1918.
bigoli loganighe
Un piatto di bigoli col ragù di luganighe de Cragno, le quali si mangia-
vano bollite in acqua e spolverate di cren (rafano) fresco gratuggiato.
Tra le tradizioni perdute vanno annoverati anche i proverbi e le filastrocche, conosciute e ripetute da tutti, soprattutto quand'erano piccanti.
Un'altra filastrocca dal sapore popolaresco era "Me piase i bigoli co le loganighe, Marieta fameli per carità!" che ben si prestava al grasso doppio senso: "Me piase i bigoli co le loganighe, Marieta damela per carità, Marieta damela sul canapè".

5 agosto 2018

Una geografia di mare, di Stati e di misure: a Trieste "c'erano sempre 40 centimetri in meno"

Durante la breve traversata da Brestova a Faresina/Porozina, la penna di Paolo Rumiz raccoglie la dimenticata storia delle altimetrie austriache, che venivano misurate dallo "zero" batimetrico triestino,
carta istria
In questa carta italiana del 1920 è ben evidente il Canale della Faresina.
e dei malintesi che si produssero una volta passati sotto il Regno d'Italia, che usava quelle genovesi.

"Durante la traversata Cesare Tarabocchia da Lussino raccontò una storia stupefacente. Disse che nel 1918, col passaggio di Trieste all'Italia, il punto zero trigonometrico agganciato al livello del mare non fu più calcolato sull'Adriatico settentrionale, ma sul Tirreno, con punto di riferimento Genova. E poiché il mare d'Occidente era mediamente più basso di quaranta centimetri rispetto a quello d'Oriente, il livello reale del mare a Trieste risultò quasi sempre superiore a quello virtuale impostoci dai tirrenici, il che falsò dalle nostre parti le misure altimetriche calcolate su quello zero d'importazione. C'erano sempre quaranta centimetri in meno.
Gli italiani ignoravano che tutto il reticolo delle altimetrie austro-ungariche era stato costruito proprio a partire dallo zero triestino, e per la precisione sul livello del mare nel canale di Ponterosso, misurato dai geografi imperiali. Non sapevano che l'altezza dei monti transilvani e della Slovacchia, dei campanili dell'Ungheria e del Tirolo, delle colline di Moravia e delle isole dalmate, tutto dipendeva dal mare di Trieste, primo porto dell'impero. Ma anche dopo il 1918 le nazioni nate dalla dissoluzione dell'Austria-Ungheria conservarono le trigonometrie imperiali. Tutte, salvo l'Italia alla frontiera dell'est. Col risultato che oggi, dal Lago di Costanza ai Carpazi, le altimetrie di mezza Europa sono calcolate su una città che per una beffa del destino non può misurare in modo veritiero nemmeno se stessa.
Appoggiato alla murata del traghetto, pensai che ancora oggi quei centimetri verticali misurano la cancellazione di un grande ruolo europeo, meglio dei chilometri fra Trieste e Roma, e persino meglio degli orari Trenitalia. Riflettei che a Trieste – a differenza di Lussino - non esiste un museo della marineria degno di questo nome per il semplice motivo che esso magnificherebbe un passato austriaco. E conclusi che è difficile avere un futuro, se il presente si fonda su tali rimozioni. Pensai tutto questo sulla rotta di Faresina, mentre il sole puntava allo zenith. Sui traghetti c'è che viene e c'è chi va, e la mente macina strade vagabonde e travolge le barriere del tempo."

(da "il Piccolo" del 3 novembre 2012)
Brestova Porozina
Estate 2017: dal traghetto che porta a Porozina. Oltre al molo di Brestova, si individuano il borgo di Brsec e la cima del Monte Maggiore.