16 luglio 2018

"Milica Jardasa", la passeggiata a mare che dalla baia di Preluca va verso Costabella

Lo fa collegando una serie di spiaggette e piccoli approdi tra la baia di Preluk e il quartiere di Kantrida, all'estrema periferia occidentale della città di Fiume.
Qui si sta tranquilli sempre, perfino a ferragosto. E' un tratto di costa completamente sconosciuto al turismo massificato della vicina Abbazia e fortunatamente ignorato dai cafoni neo-ricchi della "Croazia da bere". Anche se Costabella si trova proprio di fronte ad Abbazia ne sembra lontana mille miglia. Offre un notevole colpo d'occhio sull'intero litorale e sul massiccio del Monte Maggiore (Utcka, in croato) che lo chiude alle spalle.

Questa passeggiata va dalla baia di Preluk (Preluca) fino a Kantrida (Can-
trida, la periferia di Fiume, popolare e proletaria, dove c'è il cantiere nava-
le "3 Maggio") ed è lunga circa 3 chilometri.
Vedi le altre foto in Google Photo.
La passeggiata "Milica Jardasa" inizia alla baia di Preluca (Preluk).
A tratti più larga e simile a una classica Promenade, a volte più stretta, si spinge per 2,5 chilometri in direzione di Kantrida, passando fra scogli e calette, sempre a pelo d'acqua.
La municipalità di Rijeka ha in previsione di prolungarla di altri 3,5 chilometri edi farla giungere fino ai bagni di Kantrida.
Per ora si ferma all'altezza del bivio della litoranea, sbarrata
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
da una proprietà privata.
Venne realizzata ai tempi della dominazione italiana, come testimoniano le modeste villette in stile modernista e fascisteggiante, che ci sono giunte praticamente intatte, perfettamente conservate perfino negli infissi.
Ripercorsa oggi appare modesta, molto diversa dalla prorompente eleganza delle sontuose Promenaden asbur-giche della vicina Abbazia. Qui tutto è in tono minore, come minore era stato il fascismo italico che tentò - con risultati mo-desti assai - di gonfiare il petto nel ventennio del "libro e moschetto".
I gerarchetti e i pubblici funzionari italiani arrivati qui dopo la prima guerra mondiale, quando la città venne annessa al Regno d'Italia (ormai governato dal mascellone Mussolini) erano gente di bocca buona... figli del popolo che magari da piccoli avevano fatto la fame nelle zone depresse del Regno d'Italia e che di colpo erano diventati temuti funzionari pubblici.
Di quel mondo sopravvivono alcune amabili villette in stile modernista/futurista e anche dei bei tratti di passeggiata, ma Costabella è stata soprattutto un vorrei ma non posso, goffa imitazione dello splendore asburgico. L'orbace e l'autarchia rimanevano molto al di sotto delle sete e broccati del cosmopolitismo imperiale.

4 luglio 2018

La trattoria "Sidro" di Martinscica, bene alloggiata nella vecchia distilleria di salvia

E' un piccolo ristorante che si trova esattamente sul molo del villaggio, in una "location" che ha significato la sua fortuna turistica.
Sidro di Martinscica
Qui in uno scatto "fuori dal tempo" che risale al lontano 1993.
Tre gradini e si scende nell'acqua, mentre si aspetta che il cameriere porti le ordinazioni.
Prima del grande boom turistico dell'isola di Cherso, l'edifico è stato a lungo soprattutto un bar, in funzione sin dal mattino.
I suoi locali sono ospitati nell'edificio della vecchia fabbrica di olii essenziali di Martinscica. Qui per decenni si sono estratte le essenze di salvia, elicrisio ed altre erbe.
martinscica sidro
Il "Sidro" nel 2017, appena prima del cambio di gestione.
Questo ormai storico ristorante con terrazzo sul mare è stato ricavato nell'edifico della antica distilleria di olii essenziali, che condivide con il locale ufficio turistico. Ne rimane traccia in qualche foto appesa alle pareti...

24 giugno 2018

Il prosciutto cotto che se magna a Trieste

Si tratta del "cotto di Praga", però tagliato grosso al coltello e servito caldo con accompagnamento di cren e senape.
cotto alla triestina
Il “Pražská šunka od kosti” ha una storia di oltre 160 anni che inizia nel-
la capitale boema. E' ricavato da cosce di suino in salamoia, affumicate
al legno di faggio ed aromatizzate alle erbe. La sua produzione a Trieste
ha inizio nel 1874 ad opera dell'immigrato trentino Masè.
Un po' di storia: nel 1857 un macellaio di Praga di nome František Zvěřina ne iniziò una produzione limitata, utilizzando cosce intere con l’osso (od kosti).
Il suo metodo prevedeva di cuocerlo infilzandolo in uno spiedo sopra le braci ardenti.
Nel 1879, l’imprenditore ceco Antonín Chmel, fiutò l'affare e decise di produrlo con metodi industriali, mantenendo però la matrice originale messa a punto da Zvěřina e riuscì a farne un prodotto “cult”, esportato dalla Baviera alla Romania.

cotto alla triestina
Eccolo sul tavolo della Trattoria Bottazzo in Val Rosandra, doverosamente caldo, tagliato grosso e accompagnato da cren (rafano) fresco gratuggiato al momento, e senape.

14 giugno 2018

Teranel, quel liquore al mirtillo su base di vino...

Dolce ma anche asprigno, dai 14 ai 17 gradi, il Teranel (o Teranin) è un liquore da dessert. Si confezionava partendo dal vino Terrano (una variante istriana del friulano Refosco), che era un vitigno piuttosto
teranel
I mirtilli provenienti dai boschi del Gorski Kotar venivano immersi nel
vino ottenuto dall'uva istriana Teran, addolcito con il miele. Il tutto da-
va a questo liquore un sapore molto piacevole, che risultava ottimo se
servito come aperitivo oppure come vino da dessert.

rustico molto diffuso nel contado  istriano pre-industriale.
Da questo rosso Terrano l’uomo istriano ha imparato a produrre un certo liquore, il “Liquore di Teran”, che si faceva in casa aggiungendo al vino succo del mirtillo nero, miele e un po' di zucchero.
Questo inconsueto "liquore di vino" veniva apprezzato a fine pasto, servito a temperatura ambiente al momento del dessert.

5 giugno 2018

Il modus operandi dell'immaginario "giuliano-dalmata" (sempre intollerante al fact-checking)

Prendere un'affermazione falsa, lasciarla cadere nel contesto di una frase condivisibile, e il gioco è fatto: il falso storico è stato impiantato nella verità, e da quell'istante è diventato vero esso stesso...
invenzione della tradizione
La frottola dei pifferai di "Fiume italianissima" fa il paio con quella dei
"tradizionali kilt scozzesi", un clamoroso falso che venne smascherato
dallo storico Eric Hobsbawm nel suo "L'invenzione della tradizione";
cosa che richiama altri due celebri falsi storici: la "donazione di Costan-
tino" e i famigerati "protocolli dei savi di Sion" confezionati a tavolino
dalla Ochrana zarista e successivamente utilizzati da Hitler.
fiume veneziana
Come sanno gli storici, Fiume non è mai stata veneziana ma ha sempre
gravitato nell'orbita asburgica (prima austriaca e poi ungherese).
Prendiamo ad esempio un post pubblicato nel gruppo "Forum Fiume" di Facebook, pubblicato il 27 marzo 2018 e avvallato dall'amministratore del gruppo.
L'autore così scrive: "...il fatto è che il centro della città, antica dipendenza della Serenissima Repubblica di San Marco, era occupato da istriano-dalmati dalla parlata schiettamente veneta, mentre i dintorni erano abitati da contadini croati."
Apparentemente innocuo, senonchè la verità piazzata in coda di frase serve solo a stornare l'attenzione dalla balla colossale inserita ad inizio frase (nell'incipit), dove si allude ad una supposta ma mai provata "antica dipendenza della Serenissima Repubblica di San Marco".
Orbene, com'è agevole verificare in qualsiasi manuale di storia, Fiume non fu mai veneziana. Ma ciononostante, una volta gettato il seme, "l'invenzione dell'identità" è ormai compiuta... e nell'immaginario del reducismo può ormai vivere di vita propria.
Eric Hobsbawm non se ne sarebbe sorpreso: "Ogni società ha accumulato una riserva di materiali in apparenza antichi: per rinsaldare vincoli nazionali, per connotare la fisionomia di partiti e classi sociali. Questa sorta di ingegneria sociale e culturale ha caratterizzato l'affermarsi delle nazioni moderne, che hanno cercato di legittimare la loro storia più recente cercando radici nel passato più remoto".

25 maggio 2018

La baia di Buccari (Bakar), dove le Alpi finalmente tornano al mare

Quando finalmente si esaurisce, la catena alpina (che geograficamente inizia al Colle di Cadibona e finisce al Passo di Vrata) incontra il mare.
buccari bakar
Sembra un lago circondato da una corona di monti. Lo sbocco a mare è una strettoia facilmente difendibile larga solo 300 metri, non visibile nella foto perchè nascosta dal promontorio sulla destra, tagliato dalla strada litoranea che porta verso Fiume/Rijeka. Sullo sfondo, tra l'azzurro della foschia, si indovina il profilo dell'isola di Veglia/Krk.
buccari bakar
La vecchia Buccari in una foto d'inizio Novecento. La baia è esposta a
forti venti di bora e di scirocco. Qui d'inverno le imbarcazioni gelano
ma sui terrazi della baia si coltiva la vigna che dà la Bakarska Vodica.
Il centro storico è raccolto attorno al castello, situato sulla collinetta che sorveglia la baia del porto, che nel medioevo gareggiava in importanza con quello di Fiume.
La prima espansione in epoca moderna è dovuta all'imperatrice Maria Teresa d'Austria, che le conferì il titolo di città.
buccari bakar
L'impero autroungarico vi costruì una grande base navale, che in Italia
divenne famosa per la "beffa di Buccari", la guasconata di d'Annunzio.
Un'ulteriore espansione si ebbe nel corso dell'Ottocento, quando l'Impero austro-ungarico ne fece - assieme a Pola - una delle più importanti basi strategiche della marina militare.
Il declino economico iniziò nel 1873, con l'apertura della ferrovia Fiume-Budapest e il parallelo decollo commerciale di Fiume.
Nel Novecento (1930) la costruzione di una bretella ferroviaria consentì una mitigazione dell'isolamento.
baia di buccari
Dopo la WW2, negli anni del produttivismo industriale d'impronta socialista, divenne nel 1972 un importante terminal industriale e carbonifero, con pesanti stravolgimenti ambientali. Dopo la dismissione degli impianti l'enorme tubazione cilindrica che attraversava la baia è stata fortunatamente smantellata. Ma negli anni della "nuova Croazia" il disprezzo ambientale per la baia è proseguito, sotto forma di autostrade che incombono sull'abitato, quasi fossero prodezze architettoniche.

11 maggio 2018

I confini del Novecento: lo "Stato Libero di Fiume"

I confini dello "Stato Libero di Fiume" creato dal Trattato di Rapallo erano più ampi di quelli dello storico "Corpus Separatum", che la monarchia ungherese aveva definitivamente riconfermato nel 1868.
stato libero di fiume
L'estensione dello storico Corpus Separatum ungherese.
Fin dal 1779 la città di Fiume aveva vissuto (con la sola breve interruzione del ventennio 1848-68) la sua dorata stagione da “Corpus Separatum”: era diventata porto franco autogestito per graziosa concessione dell'illuminata imperatrice Maria Teresa.
E così fu fino alla fine della prima guerra mondiale.
Poi incominciarono i casini.
stato libero di fiume
Il Trattato di Rapallo (novembre 1920) trasforma il Corpus Separatum
ungherese in Stato Libero di Fiume e, rispetto al precedente Corpus Se-
paratum, amplia i confini fino alla baia di Preluka ma cede alla Jugosla-
vija una fascia a sud di Castua e anche lo scalo di Port Baross.
La città era un crogiolo di culture e religioni, una città cosmopolita dove molte persone parlavano più lingue.
C'era lavoro per tutti e tra le varie comunità etniche i rapporti erano improntati al reciproco rispetto.
La città aveva varie industrie e il suo porto lavorava per l'entroterra danubiano e mitteleuropeo.
stato libero di fiume
Col definitivo passaggio all'Italia (1924, Trattato di Roma) lo Stato Libe-
ro di Fiume viene suddiviso fra Italia e Jugoslavija. All'Italia viene asse-
gnata il centro-città di Fiume, alla Jugoslavija i suoi sobborghi orientali
esettentrionali, compreso il Port Baross. del Regno d'Italia. Ora Fiume e
Susak sono separate dal confine italo-jugoslavo, che corre lungo l'Eneo.
Ma dopo gli anni asburgici, quelli in cui Fiume era il porto dell'entroterra ungherese e Trieste era il porto dell'entroterra austriaco, arrivarono gli italiani e fu l'inizio del declino economico.
Il porto fu privato del suo vasto entroterra commerciale danubiano, il che significò un declassamento strategico senza prospettive.
Il tessuto sociale venne spezzato in due dal nuovo confine lungo il fiume, con il centro città benestante e affarista ad ovest (Italia) e il quartierone proletario di Susak ad Est (Jugoslavija).