7 agosto 2019

L'elicriso, che cattura l'odore delle isole del sole

Le isole del Quarnaro hanno un loro odore secco e penetrante, che nelle calde settimane estive si mischia al frinire delle cicale.
elicriso
C'è un bel post di un blog dalmata che ne parla diffusamente, anche se è
scritto in croato, ovviamente.
Non è l'aroma della salvia, o del ginepro, o del timo, o di qualche altra fra le tante piante aromatiche che vi crescono spontaneamente.
👉L'impronta olfattiva delle isole viene dall'elicrisio, una modesta piantina grigia dai fiori gialli, che si trova a bene fra la pietra e il vento e che coi suoi colori sbiaditi si mimetizza fra le chiare rocce carsiche su cui prolifica.
Si trova a suo agio col solleone più implacabile, e per tutto l'anno rilascia gli aromi accumulati d'estate...
👉Si mette un mazzetto fra la biancheria e quando si apre l'armadio ne esce il profumo delle isole.
elicriso
Piantine di elicriso nella baia di Martinscica, a due passi dall'antica distilleria di olii essenziali creata da Andrej Linardic, oggi Ristorante Sidro. In basso a destra: un cespuglione di elicriso approfitta dei ruderi della vecchia tonnara per trovare riparo dall'impietosa bora invernale e garantirsi così la sopravvivenza.

31 luglio 2019

La geografia d'Italia deformata dalla nostalgia

La geografia non è materia da lasciare ai nazionalisti, sempre pronti ad espandere i confini "oltre ogni ragionevole dubbio".
La fantasia di Claudio Susmel si nutre di ipotesi e non ama cercare riscontri nella
realtà. Perfino un irredentista convinto come Cesare Battisti (che però era un com-
petente geografo) aveva evitato di falsificare la geografia.
👉Le cartine di Claudio Susmel sono più ideologiche che geografiche e infatti l'Italia "geografica" di Susmel si spinge fino a Zara, cioè dove le mire nazionl-fasciste del primo Novecento intendevano fissare i confini italiani.
👉45 tra cartine e schizzi forzano i confini naturali e li fanno tracimare nell'area geografica balcanica, sempre in nome di pure ipotesi e con solo qualche occasionale puntello di carattere storico. Vede giapidi, liburni e romani sulle rive del Quarnaro e forza i confini naturali della geografia per rincorrere le proprie visioni.
👉L'aspetto più anacronistico del libro è però che sia stato editato oggi (2017).

24 luglio 2019

La civiltà isolana dell'alto Adriatico mostra le sue antiche radici contadine, ancora più profonde di quelle marinare (che sono le più visibili)...

A dispetto delle convinzioni comuni, la natura dei coloni rivieraschi e isolani dell'alto Adriatico non era affatto "marinara" ma piuttosto contadina e terragna, in accordo con la loro origine storica di fuggitivi balcanici sospinti a settentrione dalla montante marea turca.
vidovici
I villaggi d'altura, lontani dal mare, vivevano di piccolissima agricoltura.
I muretti a secco separavano sempre le proprietà per ripararle dalla bora.
I pescatori erano contadini che nei mesi estivi si dedicavano alla pesca.
cevapcici
I cevapcici, polpettine di carne mista pecora-maiale (e manzo, sulla co-
sta), accompagnati dai prodotti dell'orto: peperoni e scalogno. E' uno
dei piatti-base della tradizione terragna. Anche i turisti li apprezzano.
Gli insediamenti d'altura anzichè di insenatura e la importanza della pecora nell'economia e nella dieta delle classi povere sono lì - prima di ogni altra cosa - a testimoniarlo.
👉Era una civiltà minore, un'economia di sopravvivenza, dipendente da fazzoletti di terra arida, ritratta e invisibile, votata alla pastorizia semi-brada, ignota alle scintillanti rotte commerciali che fecero la fortuna di Venezia e dei suoi porti adriatici. La pesca vi integrava la dieta contadina.
Sardele grigliate sulla gradela accompagnate da patate e bietole"Attualmente non pescano che i contadini del littorale, dagli scogli e dalle isole ne’ tempi permessi dall’agricoltura; perciò la pesca, come arte, langue ed è poco più che un nulla in commercio” (anonimo citato in De Brodmann,, 1821)
“Fino dai tempi più antichi le nostre popolazioni costiere intendevano alla pesca, non già per trarne diletto o per fare commerci di pesce, bensì per procacciarsi un buon alimento poiché i prodotti della terra, specie sulle isole, non bastavano a soddisfare tutti i bisogni. In generale la pesca si esercitava in misura molto limitata; si pigliava cioè tanto, quanto occorreva al consumo domestico, con tutto che il mare abbondava di pesce”. (Pastrović, 1913)

22 luglio 2019

Paolo di Canidole

Una storia di orgoglio, spirito indipendente e selvatichezza anarchica, ben raccontata da Claudio Magris nel suo magistrale "Microcosmi".
Le due piccole e dimenticate isole di Canidole
sono ancora più piccole della piccola Sansego.
"Agli inizi degli anni Cinquanta, la Repubblica Federale di Jugoslavia, da poco signora di quelle isole, lo aveva richiamato per il servizio militare. Paolo considerava già un sopruso i quattro anni passati al fronte – nonostante fosse l’unico sostegno della madre vedova – per l’opinabile gloria del Duce e dell’Impero, grazie alle cui iniziative la sua isola aveva cambiato bandiera. Si era rifiutato di presentarsi alle autorità militari jugoslave ed era rimasto a casa, ad assistere la vecchia madre. La polizia, venuta a prenderlo, non lo aveva trovato, perché si era nascosto; era sbarcato allora un reparto dell’esercito, che aveva setacciato a ventaglio e invano un isolotto di 1,2 Kmq, mentre Paolo, nascosto – in dicembre – in mare, fra gli scogli, tenendo fuori dall’acqua solo gli occhi, aveva osservato le infruttuose ricerche.

Il paese aveva assistito muto alla caccia, con l’istintiva ostilità della selvaggina verso i cacciatori; il maestro elementare, interrogato, aveva replicato che lui, se faceva il maestro, non poteva fare anche il poliziotto e tale risposta viene ancora citata, fra le isole, con precisione filologica. Il comandante del reparto, rientrato alla base, aveva comunicato che Paolo non si trovava a Canidole, ma Paolo di Canidole aveva mandato a dire che lui, sull’isola, c’era. Più tardi – ma qui i racconti si facevano confusi – l’autorità militare jugoslava, dimostrando un’intelligenza benevola che raramente si associa al potere, era venuta – tramite i buoni uffici di un

15 luglio 2019

La "Italia Vincitrice" e l'imbarazzante falso storico del Leone di Lissa.

La battaglia di Lissa del 20 luglio 1866 fu sempre una spina nel fianco per gli italiani, che l'avevano malamente perduta. Il monumento austriaco ai caduti imperiali si trovava nel cimitero di Lissa, ma fu trafugato dal fascismo in fuga dalla costa dalmata e ancora oggi si trova (udite udite) presso l'Accademia Navale di Livorno.
Leone di Lissa
Le due targhe: "ITALIA VINCITRICE" e "NOVEMBRE 1918" erano state
applicate durante l'effimera occupazione seguita alla WW1: come se la vit-
toria nella WW1 avesse potuto annullare la cocente sconfitta del 1866. La
occupazione italiana dell'isola iniziò il 4 novembre 1918 e terminò con il
Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920.
Lissa fu sempre una spina nel fianco per gli italiani, che avevano perso la battaglia.
👉Così, quando gli italiani sgombrarono Lissa dopo l'occupazione militare del 1918-20, trafugarono il monumento.
👉E' incredibile, ma ancora oggi si trova presso l'Accademia Navale di Livorno.
Al posto dell'originale, ancora ai tempi della Jugoslavia, venne installata una copia di misure ridotte.
👉"Dopo l'indipendenza, il governo della "nuova Croazia" provò a farsi ridare indietro il leone originale, senza risultato.
E quindi la copia in dimensioni ridotte venne sostituita da una nuova copia in scala 1:1.
Secondo quanto scrive Giacomo Scotti in un suo libro sulla battaglia di Lissa, nella nuova copia sono stati tolti i nomi di tutti i marinai italiani che caddero a Lissa nel 1866. Non bisogna infatti scordare che il Veneto all'epoca faceva parte dell'Impero. Non sono però mai riuscito ad andare a Lissa per verificare questa notizia. La cartolina è stata pubblicata dalla Cartoleria Niccolò Musina di Lissa."
(testo e foto dal gruppo facebook Istriadalmaziacards)

14 luglio 2019

Il prosciutto del Carso, così secco e così salato

Il vento di bora è l'ingrediente segreto di molti insaccati chersolini perché è la bora a donar loro quel gusto riconoscibile, e quindi unico.
prosciutto del carso
Il kraški pršut appeso a stagionare, ieri e oggi. Oltre al prosciutto, il ven-
to di bora contribuisce alla maturazione della pancetta del Carso, kraška
panceta, e a quella della coppa di maiale del Carso, kraški zašinek.
“Adesso Duttogliano si chiama Dutovlje e fa parte della Repubblica Slovena. Ma una volta, parlo degli anni prima della guerra, lassù c’era il Regno d’ Italia e le bettole del Carso erano piene di gitanti triestini. Negli stanzoni c’era odore di pollo fritto, i bicchieri di Terrano lasciavano cerchi scuri sui tavoli e il prosciutto color corteccia veniva tagliato a grosse fette.” (Tullio Kezich, “Il campeggio di Duttogliano”)

9 luglio 2019

Lo scalogno, il cipollotto adriatico cotto dal sole...

E' una piccola cipolla dal colore rosso asciutto o violaceo chiaro, sul tipo dei cipollotti di Tropea. Cresce bene nei terreni asciutti o riarsi.
Scalogni nudi e scalogni vestitdi, tra gli accesi colori di ajvar e feferoni.
In cucina lo si ritrova soprattutto accanto ai cevapcici e ai raznici, assieme alla mitica salsa ajvar, la rossa.
Se paragonato a quello delle cipolle vere e proprie il suo sapore è più delicato eppure allo stesso tempo più ricco di aromi, perchè richiama quelli dell'aglio.
👉Lo scalogno è di sicuro più leggero della classica cipolla ma se ai palati più delicati dovesse apparire anche lui un po' troppo deciso, può essere sostituito dall'ancora più moderata ma sempre molto aromatica erba cipollina.
cevapcici, salsa ajvar, polenta, scalogno e peperoni.
Una grigliatina di primavera con cevapcici manzo-maiale, salsa ajvar, polenta, scalogno e peperoni.
scalogno
Scalogno (kozjak) e cipolle (luk) al mercato all'aperto di Fiume.