9 settembre 2019

Fiume ungherese e Abbazia austriaca: orgogliose diversità che saltavano agli occhi anche in tavola

«Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio della Prima guerra mondiale, Abbazia costituiva, per noi fiumani, l'Estero, in quanto era sotto l'impero austriaco, mentre i fiumani erano cittadini del Corpo Separato del Regno di Ungheria. Quindi, di là bandiere giallo-nere e da noi, accanto a quello fiumano, il tricolore ungherese, mai...
paprika e pepe
Paprika ungherese e pepe austriaco comparivano accanto al sale e diffe-
renziavano le sfere di influenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Dal
gioco rimaneva però esclusi i pericolosi croati, raccolti in oltrefiume a
Susakpoco disposti a collaborare con gli ungheresi.
...mai separati l'uno dall'altro in occasione delle feste nazionali. Ad Abbazia predominio della lingua tedesca, da noi il nostro dialetto veneto con qualche accenno e vaga conoscenza dell'ungherese e del croato. Altre caratteristiche: accanto alla saliera, nelle trattorie e nei ristoranti, a Fiume, rosseggiava la paprika, ad Abbazia invece nereggiava il pepe macinato. Ad Abbazia grandi boccali di birra accanto ai würstel, da noi la birra piccola con il gulash a mezza mattina, al "Piccolo Borsa", in Riva.»
(Anna Maria Mori, "Nata
in Istria", edizioni BUR, posizione Kindle 2836)
Corpus Separatum fiumano
Il territorio del Corpus Separatum fiumano negli anni della "belle epoque", quando gli ungheresi flirtavano con gli italiani in funzione anti-croata. A sinistra il territorio istriano sotto amministrazione austriaca e a destra il territorio sotto amministrazione croata, facente parte del Regno di Croazia e perciò sottoposto al Regno di Ungheria.

5 settembre 2019

Turismo ad Arbe (e nella vicina isola di Pago)

Chi teorizza le vacanze intelligenti dovrebbe venire qui, nell'isola dalmata che vide protagonisti gli "italiani brava gente", quei "boni italiani" che non gasavano gli internati, ma li lasciavano semplicemente morire di fame. Dovrebbe venirci innanzitutto chi...
campi di concentramento italiani
L'isola di Rab (allora "Arbe") è un'isola sospesa fra cielo e mare a due passi da Fiume.
La targa è sintetica ("dal luglio 1942 al settembre 1943 qui operò il campo di sterminio
italiano fascista"). E' stata apposta dai governi della "nuova Croazia" e - quindi - non fa
cenno ai campi e alle foibe inaugurate dagli ustascia croati nella vicina isola di Pag.
...chi ha fatto del reducismo giuliano e dalmata una vera professione, e poi chi gli ha tenuto bordone, primi fra tutti Gianni Cuperlo, Massimo d'Alema e Giorgio Napolitano.
👉Sarebbe una visita istruttiva, soprattutto perchè ad Arbe non c'è niente di inventato o di esagerato.
👉I nostri neofascisti, a differenza del nostro terzetto radical-chic, sanno bene di cosa parlano e proprio per questo  motivo località come l'isola di Arbe non sono contemplati nel loro turismo ideologico, anche se sono parte integrante del loro album di famiglia.
arbe
Rab ieri (Arbe) e oggi (Rab) a confronto, con in mezzo la Jugoslavija di Tito e la "nuova Croazia" di Tudjman. Dopo l'8 settembre 1943 "Fiume fu invasa da masse di soldati sbandati provenienti dalla Dalmazia che avevano buttato le armi e cercavano di riparare nella penisola per fuggire dall’inferno jugoslavo e fu invece una grossa e dolorosa sorpresa vedere una misera umanità di vecchi e donne, con indosso laceri indumenti tipici dei bodoli della Bodolia, in cerca di un tozzo di pane. Nella Cittavecchia si distinse la signora Maria Mansutti, detta “Maria Kirizza” - poi profuga e dipendente delle Poste Italiane di Genova - che organizzò un “centro di ristoro” fra le donne del rione. Si venne così a sapere che questa gente arrivava dalla prigionia di Arbe e che era diretta in Jugoslavia in cerca di ciò che restava dei loro villaggi bruciati." (Rodolfo Decleva, testo completo qui, sottolineatura mia)

24 agosto 2019

La barca più diffusa fra i piccoli pescatori istriani, quarnerini e dalmati era la versatile "Gaeta"

Era chiamata anche "Gaietizza" (gajetica) cioè "piccola Gaeta", per differenziarla dall'originale tirrenico, che era più grande.
barca da pesca Gaeta
Le più diffuse erano le Gaete, che erano lunghe da 3 a 6 metri e larghe da
2 a 2,5 metri, con chiglia profonda circa mezzo metro. Qui vediamo una
Gaeta con forcole remiere esterne e fiocco aggiuntivo. Il disegno gemello
di poppa e prua ci dice della sua origine come barca a remi d'uso costiero.
👉La stazza variava dalle 2 alle 6 tonnellate e l'equipaggio variava fra tre e cinque marinai. Era attrezzata con un albero posto a un terzo di lunghezza dalla prora, armato con vela latina.
👉Raramente utilizzava il fiocco e spesso veniva mossa a remi da tre vogatori. Era coperta solo a prua e a poppa, dove si stivavano gli attrezzi da pesca.
Era utilizzata per vari tipi di pesca, a partire da quella alle sardine, anche nella variante "col fuoco".
Gaeta in sosta estiva
Una Gaeta in sosta estiva. Nel caso della pesca estiva delle sardine (Sardina pilchardus) con la rete a "tratta" le Gaete servivano da "luminiere” e venivano attrezzate con graticole di ferro sulle quali si accendeva il fuoco per attrarre i pesci durante le notti di luna nuova. Il ponte doveva essere il più largo possibile, per maneggiare con facilità le reti. L'origine della Gaeta è tirrenica e il nome allude al Golfo di Gaeta
barca gaeta
Modellino di Gaeta armata e pronta per la navigazione. Una variante della Gaeta era anche diffusa fra i pirati Uscocchi di Senj, che svilupparono anche lance a remi più lunghe ma sempre basate sulla doppia prua e sul pescaggio ridotto.

19 agosto 2019

La Malvasia istriana, un controverso vino bianco

Pare che il Malvasia prodotto in Istria figurasse anche sulla tavola della corte austro-ungarica, anche se non tutti lo trovavano gradevole.
malvasia istriano
Oggi il Malvasia è diventato un bianco da pasto, ma solo cento anni fa
era un bianco dolce e complicato, talvolta sgradevole se bevuto puro.
Sarà stata colpa dei contadini, che si destreggiavano male fra il momento più adatto alla vendemmia, la fermentazione, le temperature?
👉Il vitigno venne coltivato a lungo, poichè Venezia aveva bisogno di un vino in grado di tenere il mare senza trasformarsi in aceto e il moscato di Monemvasia (era il nome locale della fortezza di Malvasia nelle acque greche) faceva al caso.
malvasia istriana
Nella penisola, oltre alla malvasia istriana e al moscato, si producevano
anche i vini rossi dei contadini: refosco, terano, merlot e cabernet.
Lo stesso ceppo è finito sulle isole Eolie dove continua a chiamarsi Malvasia di Lipari: oggi è un vino dolce ma non stucchevole, prezioso, raro.
👉In tempi recenti questa antico vitigno ricco di aromi è stato addomesticato e piegato verso un gusto più sobrio, secco e di certo molto più internazionale. Chissà: forse qualcosa dell'antico sapore di Monemvasia è rimasto invece nel moscato di Momiano, che sta tornando in auge.

7 agosto 2019

L'elicriso, che cattura l'odore delle isole del sole

Le isole del Quarnaro hanno un loro odore secco e penetrante, che nelle calde settimane estive si mischia al frinire delle cicale.
elicriso
C'è un bel post di un blog dalmata che ne parla diffusamente, anche se è
scritto in croato, ovviamente.
Non è l'aroma della salvia, o del ginepro, o del timo, o di qualche altra fra le tante piante aromatiche che vi crescono spontaneamente.
👉L'impronta olfattiva delle isole viene dall'elicrisio, una modesta piantina grigia dai fiori gialli, che si trova a bene fra la pietra e il vento e che coi suoi colori sbiaditi si mimetizza fra le chiare rocce carsiche su cui prolifica.
Si trova a suo agio col solleone più implacabile, e per tutto l'anno rilascia gli aromi accumulati d'estate...
👉Si mette un mazzetto fra la biancheria e quando si apre l'armadio ne esce il profumo delle isole.
elicriso
Piantine di elicriso nella baia di Martinscica, a due passi dall'antica distilleria di olii essenziali creata da Andrej Linardic, oggi Ristorante Sidro. In basso a destra: un cespuglione di elicriso approfitta dei ruderi della vecchia tonnara per trovare riparo dall'impietosa bora invernale e garantirsi così la sopravvivenza.

31 luglio 2019

La geografia d'Italia deformata dalla nostalgia

La geografia non è materia da lasciare ai nazionalisti, sempre pronti ad espandere i confini "oltre ogni ragionevole dubbio".
La fantasia di Claudio Susmel si nutre di ipotesi e non ama cercare riscontri nella
realtà. Perfino un irredentista convinto come Cesare Battisti (che però era un com-
petente geografo) aveva evitato di falsificare la geografia.
👉Le cartine di Claudio Susmel sono più ideologiche che geografiche e infatti l'Italia "geografica" di Susmel si spinge fino a Zara, cioè dove le mire nazionl-fasciste del primo Novecento intendevano fissare i confini italiani.
👉45 tra cartine e schizzi forzano i confini naturali e li fanno tracimare nell'area geografica balcanica, sempre in nome di pure ipotesi e con solo qualche occasionale puntello di carattere storico. Vede giapidi, liburni e romani sulle rive del Quarnaro e forza i confini naturali della geografia per rincorrere le proprie visioni.
👉L'aspetto più anacronistico del libro è però che sia stato editato oggi (2017).

24 luglio 2019

La civiltà isolana dell'alto Adriatico mostra le sue antiche radici contadine, ancora più profonde di quelle marinare (che sono le più visibili)...

A dispetto delle convinzioni comuni, la natura dei coloni rivieraschi e isolani dell'alto Adriatico non era affatto "marinara" ma piuttosto contadina e terragna, in accordo con la loro origine storica di fuggitivi balcanici sospinti a settentrione dalla montante marea turca.
vidovici
I villaggi d'altura, lontani dal mare, vivevano di piccolissima agricoltura.
I muretti a secco separavano sempre le proprietà per ripararle dalla bora.
I pescatori erano contadini che nei mesi estivi si dedicavano alla pesca.
cevapcici
I cevapcici, polpettine di carne mista pecora-maiale (e manzo, sulla co-
sta), accompagnati dai prodotti dell'orto: peperoni e scalogno. E' uno
dei piatti-base della tradizione terragna. Anche i turisti li apprezzano.
Gli insediamenti d'altura anzichè di insenatura e la importanza della pecora nell'economia e nella dieta delle classi povere sono lì - prima di ogni altra cosa - a testimoniarlo.
👉Era una civiltà minore, un'economia di sopravvivenza, dipendente da fazzoletti di terra arida, ritratta e invisibile, votata alla pastorizia semi-brada, ignota alle scintillanti rotte commerciali che fecero la fortuna di Venezia e dei suoi porti adriatici. La pesca vi integrava la dieta contadina.
Sardele grigliate sulla gradela accompagnate da patate e bietole"Attualmente non pescano che i contadini del littorale, dagli scogli e dalle isole ne’ tempi permessi dall’agricoltura; perciò la pesca, come arte, langue ed è poco più che un nulla in commercio” (anonimo citato in De Brodmann,, 1821)
“Fino dai tempi più antichi le nostre popolazioni costiere intendevano alla pesca, non già per trarne diletto o per fare commerci di pesce, bensì per procacciarsi un buon alimento poiché i prodotti della terra, specie sulle isole, non bastavano a soddisfare tutti i bisogni. In generale la pesca si esercitava in misura molto limitata; si pigliava cioè tanto, quanto occorreva al consumo domestico, con tutto che il mare abbondava di pesce”. (Pastrović, 1913)