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10 febbraio 2020

Di foibe e di esodo: l'approfondito fact-checking del blog Giap, che fa parte della galassia Wu Ming

L'autore del testo, Lorenzo Filipaz, è triestino e figlio di un esule istriano. Dal ramo materno è di ascendenza slovena.
foibe esodo
Questo post risale al 2015 ma mantiene intatta la sua attualità. L'autore fa anche parte del gruppo di inchiesta su Wikipedia «Nicoletta Bourbaki».

5 febbraio 2020

Bettiza docet. A proposito di "memoria condivisa"

“Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco." Bettiza, uomo di destra cresciuto a Spalato, non le mandava certo a dire ai nostrani professionisti del piagnisteo giuliano-dalmata.
La "giornata del ricordo" fu inventata nel 2004, sull'onda dello
sdoganamento dei neo-fascisti voluta da Berlusconi e attuata
con la  "operazione foibe".  Con la corresponsabilità Dem.
Enzo Bettiza in un suo articolo pubblicato su "La Stampa" il 13 febbraio del 2005 definì la cosiddetta memoria condivisa come un "Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei. Tracciare gerarchie del male è spesso operazione opinabile e sconsolante.".
👉E poi così continuava: "Tuttavia, a quelli che più hanno levato la voce sulla nefandezza delle foibe,

17 febbraio 2018

I baby boomers italiani cresciuti a Fiume. La loro esistenza divisa e confusa.

Fu l'ingrato destino dei figli degli italiani che rimasero, "...un senso imperante di vergogna frammisto a un altro di fierezza, una confusione interiore..."
Fiume Rijeka
La Via Acquedotto è diventata oggi Vodovodna Ulica: "Mi hanno inse-
gnato a camminare lungo via dell’Acquedotto...".
Com'è forse successo per i Dableiber Sudtirolesi (che rifiutarono il trasferimento nel Terzo Reich) anche per i rimasti fiumani (che preferirono rimanere, ignorando che i titini erano anche parecchio nazionalisti) l'attaccamento, il senso di appartenenza ad un territorio in cui ci si sentiva profondamente radicati deve aver avuto il suo grosso peso nella decisione.
Fiume Rijeka
"...mi son sbucciata le ginocchia in Giardin Pubblico."
Per immaginare l'impatto psicologico sui bambini e ragazzini figli dei rimasti bisogna leggere la bella testimonianza di Tiziana Dabović, "Il silenzio dei rimasti", scritta e pubblicata a Fiume, nel 2012.
Da questa "testimonianza di una fiumana restàda" sono tratti i brani che seguono:
Fiume Rijeka
"Nella cattedrale di San Vito, col cuore aperto di Gesù sull’altare princi-
pale,  le prediche ci venivano impartite da un prete erzegovese: il časni,
ovvero venerabile, che io continuavo a chiamare časnik cioè ufficiale,
beccandomi regolarmente una penitenza."
"Non c’è stato attrito. Rimanere, abbracciare i nuovi arrivati, prestare mezza cipolla all’esotica vicina di casa, scoprire pian pianino le lingue balcaniche, imparare a pronunciare parole straricche di segni diacritici e di consonanti.
[...] Sono nata, dicevo, in Jugoslavia. Racchiusa in un tentativo di omertà mai resa palese. Ho parlato in fiuman. Mi hanno insegnato a camminare lungo via dell’Acquedotto, mi son sbucciata le ginocchia in
Fiume Rijeka
"I bambini di strada invidiavano quello che noi ricevevamo dai parenti
d’Italia. Ci guardavano allibiti mentre scartavamo le sorprese accovac-
ciati lungo i marciapiedi del rione di Scoglietto. Da quei pacchi miraco-
losi uscivano tante scatolette di ciuinghi: le gomme americane a forma
di sigaretta, alcune paia di calze di nylon, del caffè, qualche cappottino
smesso avvolto in carta luccicante, copie di fotoromanzi insieme all’im-
mancabile Settimana enigmistica."
Pubblico.
Giardin Pubblico.
Tutto era, nella mia testaccia e nella testolina di mia madre, italiano: e tutto doveva rimanere inconsciamente lì.
[...] A scuola, una delle quattro italiane della mia città, mi hanno imposto di leggere “Pinocchio”, il libro “Cuore”… ho sudato sulle Antologie diletteratura italiana del Petronio.
Ho guardato la Rai: “Topo Gigio” e “Carosello”.
Ma le scarpe, quelle scomode e dure della plastica Borovo, erano decisamente slave.

9 febbraio 2017

Il "giorno del ricordo", la penosa ciurma del revisionismo Dem e l'altra faccia del PCI triestino

Più che da semplici revisionisti storici, i tre si sono comportati da autentici collaborazionisti, volenterosi falsari dei fatti storici.
Massimo D'Alema, Gianni Cuperlo, Luciano Violante.
Ma anche il vecchio PCI triestino ha le sue colpe, vecchie, importanti e
accuratamente celate negli anni, a partire dal nazionalismo antislavo di
Vittorio Vidali (il leggendario "Comandante Carlos" delle Brigate Inter-
nazionali in Spagna) che dopo la rottura Stalin-Tito del 1948, quando la
Jugoslavija cadde in disgrazia, divenne libero di gettare fango sugli slavi.
👉E' grazie a questo terzetto che oggi agli scolari e agli studenti in gita vengono propinate le invenzioni del vittimismo giuliano-dalmata: "decine di migliaia di infoibati, gli slavi barbari e assassini, gli italiani brava gente, ammazzati solo in quanto italiani e non perchè fascisti". E così la frottola detta legge, sempre finanziata dalle casse pubbliche, da più di dieci anni. Nel corso del 2004 Gianni Cuperlo, Luciano Violante e soprattutto Massimo D'Alema si sono prestati a un gioco sporco: hanno messo la propria firma sotto i deliri del reducismo fascista.
Gli insegnanti che guidano le gite leggono ai propri alunni una "post-veri-
tà" farlocca sì, però "di Stato". Probabilmente non sospettano nemmeno
che si tratti di una post-verità fascista. In genere ripetono a memoria le di-
dascalie lette sui depliant del reducismo fascista. C'è da chiedersi: ma su
chi ricade la colpa di questa sceneggiata?
👉Infischiandosene della verità storica hanno fatto ingoiare al proprio partito le invenzioni neofasciste di Berlusconi e del reducismo giuliano-dalmata.
Solo per compiacere Gian-franco Fini e il suo protettore Berlusconi, che all'epoca "an-dava blandito anzichè com-battuto". E poi hanno coinvolto anche Giorgio Napolitano...

7 febbraio 2017

Quando la post-verità della "giornata del ricordo" fu trasformata in verità di Stato...

Perfino a destra, quantomeno fra le persone degne, l'invenzione del "giorno-del-ricordo" risultò fin da subito per quello che era. Il re era nudo fin dall'inizio, fin da quel lontano 10 febbraio 2004...
Giornata del Ricordo
La neo-verità  di Stato fu celebrata in pompa magna presso il pozzo di Ba-
sovizza. A suggellare l'accordo d'Alema-Berlusconi-Fini intervenne in
forma ufficiale il Capo dello Stato, Giorgio  Napolitano. Da quel momen-
to la propaganda del reducismo giuliano-dalmata divenne verità di Stato.
...quando i principali riferi-menti Dem dentro il governo Berlusconi II erano Massimo d'Alema, Gianni Cuperlo e Luciano Violante, un terzetto ansioso di mostrarsi dispo-nibile a "rivedere il passato" proprio come da tempo chie-devano gli eredi della repubblica di Salò: gli Almirante, i Tremaglia, i Fini e anche i neofascisti da "trame nere".
Giornata del Ricordo
Il discorso di Giorgio Napolitano non si mantenne nei limiti di un profilo
istituzionale ma adottò termini e concetti del reducismo fascista: parlò
"di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che
prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di
una pulizia etnica".
👉Le sensibili antenne di un dalmatico come Enzo Bettiza (ultra-destro ma moralmente integro) registrarono imme-diatamente la intima natura di questa operazione ideologica.
Ma lasciamogli la parola riproponendo un articolo pubblicato da "La Stampa" il 13 febbraio del 2005.
“Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco. Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei."

1 marzo 2014

Gli italiani brava gente e la genesi delle foibe a pagina 475 del "Point Lenana" dei WuMing

Terminato il ventennio berlusconiano la narrazione mainstream degli italiani brava gente è alle corde e sempre più si vede che "il re è nudo".
Da qualche tempo "Point Lenana" è diventato un caso letterario perchè cancella i confini fra i generi letterari. Sul libro in sè (e sul personaggio che l'ha ispirato) rimando a qualche mio post ma soprattutto a Giap, il blog curato da uno dei due coautori.

Qui voglio solo riportare in stralcio la rapida sintesi sulla questione degli esuli giuliano-dalmati così come viene tratteggiata con leggerezza e nonchalance, tra un'incursione narrativa e l'altra. Una semplice, rapida, sintesi che si trova a pagina 475:
«Se fai l'apprendista stregone mille miglia lontano da casa, nessuno dei tuoi cari subirà eventuali conseguenze spaventose. Se lo fai sull'uscio di casa (e i Balcani erano e tuttora sono l'uscio di casa), presto o tardi accadrà qualcosa di brutto in casa.
Di lì a poco, infatti, un doppio contrappasso ci avrebbe raggiunti e stretti in una manovra a tenaglia: a partire dall'autunno del '43, molti civili italiani avrebbero subito rastrellamenti, internamenti e massacri identici a quelli che i civili libici, somali e abissini avevano subito per mano italiana. Nel '45, gli spiriti a lungo tormentati nell'Adriatico Orientale si sarebbero vendicati travolgendo quel che irredentismo e fascismo avevano costruito, staccando Istria, Quarnaro e Dalmazia dai destini dell'Italia, causando un «esodo» italiano verso ovest dopo decenni di «esodi» sloveni e croati verso est [...] Anche in questo caso vale un discorso già fatto, quello sul colonizzatore che, vivendo come «naturale» il proprio dominio, trova inspiegabile la violenza del colonizzato.»
«Il raffronto tra i campi italiani della Jugoslavia e quelli della Libia, insomma, sembra avvalorare ulteriormente quell’impronta "coloniale" dell’aggressione fascista alla Jugoslavia… Oltre alle tende dei campi, anche i reticolati fatti erigere dal generale Roatta attorno alle principali città slovene (trasformate esse stesse, di fatto, in enormi campi di concentramento) ricordano quelli issati negli anni Trenta al confine libico-egiziano. E vale la pena ricordare che, il 29 luglio 1932, Pietro Badoglio invitava Graziani a non smobilitare la "intelaiatura della nostra azione di comando che ha come basi il reticolato e i campi di concentramento"».                                 (Carlo Spartaco Capogreco, "I campi del duce",
Giulio Einaudi Editore, Torino 2004, pag.141)    

10 febbraio 2014

Gli addetti ai lavori del piagnisteo giuliano-dalmata

"Il Giornale" di famiglia ha da sempre in pancia i fascisti mediatici sdoganati da Berlusconi e si presta volentieri a dare i numeri, quelli falsi s'intende.
reducismo fascismo revisionismo
Pola, agosto 2013: c'è chi cerca lo scontro e se non ci riesce passa la palla alla stampa amica. L'unico quotidiano che ha riportato questa notizia palesemente preconfezionata è stato "il Giornale" della famiglia Berlusconi. Lo ha fatto con un articolo che sembra preso pari pari da una velina dei servizi segreti italiani degli anni Settanta, anni in puro stile Sifar. Notare la firma in calce all'articolo de "il Giornale": Fausto Biloslavo. Ma vah?

29 settembre 2013

L'esodo italiano dall'Istria

Un libro equilibrato su un argomento difficile da maneggiare.
esuli istriani
Si tratta di "Istria allo specchio - storia e voci di una terra di confine" di Enrico Miletto, Franco Angeli Editore, Milano, 2007.
Con l'esclusione di diversi capitoli, il libro è anche parzialmente consultabile in Google Books.
Il testo si caratterizza per uno stile direi "equidistante" che lo differenzia nettamente dagli scritti intrisi di nostalgie fasciste in cui è facile imbat-tersi quando si legge la pubblicista delle associazioni giuliano-dalmate. L'approccio "quasi neutrale" dell'autore si riflette anche nella scelta delle testimonianze degli esuli che troviamo anche alle pagine 120 e 169 degli ampi estratto pubblicati in Google Books e riprodotti qui sotto: 

18 luglio 2013

Gli italiani d'Istria, tre volte beffati dall'esodo

Lo scrittore Fulvio Tomizza richiamò l'attenzione sulla triplice beffa che gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia avrebbero subito con il distacco dall'Italia.
Fulvio Tomizza ripreso nel paese di nascita, presso Umag-Umago.
Dette da lui, un istriano che non ha mai voluto cadere nella trappola della contrapposizione fra "italianità" e "slavismo", sono parole che meritano attenzione. Secondo Tomizza
● coloro che aveva scelto di andarsene finirono «Sparsi per l’Italia, in altri Paesi europei e nei continenti più lontani, morsi da nostalgia e da propositi vendicativi, acca-rezzati dalle destre e invisi alle sinistre per il loro acceso anticomunismo, là dove avevano avuto la possibilità

12 novembre 2012

La tristezza dei profughi giuliano-dalmati

La nostalgia giuliano-dalmata si nutre di falsi storici, come ben sa chi ha avuto occasione di entrare in contatto col loro ambiente.
Mussolini e D'Annunzio, i due avventurieri che hanno
sfasciato il tessuto civile di Istria, Fiume e Dalmazia.
Ricordo un raduno di profughi al Vittoriale di D'Annuzio presso Salò, cioè nella ex-capitale della Repubblica di Mussolini. Avevo accompagnato in auto i miei parenti arrivati apposta dall'Australia: commozione e ricordi comuni, certo, ma accompagnati da saluti romani, labari e gagliardetti. E poi l'anticomunismo viscerale, quello che va esibito sempre e comunque, anche quando non serve. La loro era una memoria distorta e incline alla falsificazione. Forse comprensibile, ma certo non giustificabile. Per sopportare il dolore della perdita e dello sradicamento si erano inventati una storia parallela basata sulla falsificazione storica:
Come se la ripetizione compulsiva di uno slogan potesse sostituirsi ai fatti e alla verità storica.