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22 gennaio 2026

"Suor Intingola", la cuoca della Casetta Rossa che seguì D'Annunzio da Venezia al Vittoriale

E' stata una delle figure più importanti del Vittoriale. Il poeta le si rivolgeva quotidianamente con bigliettini scritti a ogni ora del giorno e della notte per richiedere menù, spuntini e merende.
Albina entrò a servizio di D'Annunzio a Venezia, nel 1916, a 24 anni d'età e quando il Poeta si trasferì dalla Casetta Rossa di Venezia al Vittoriale di Gardone Riviera la portò con sé con l’incarico di cuoca personale e responsabile della «cambusa». Dava corso alle "comande" che le arrivavano quotidianamente direttamente da D'Annunzio, sotto forma di bigliettini recapitati dalla servitù. A destra: la cucina del Vittoriale.
Uno dei tanti biglietti inviati ad Albina da Gabriele, che si doleva di avere
"una improvvisa passione per il can-nel-lo-ni".
Albina Becevello, questo il nome della Cuoca Pingue, o Suor Intingola, o Suor Indulgenza Plenaria, o Suor Ghiottizia, era una veneta di Paese, un borgo di pianura nel trevigiano, nata nel 1892.  Fu proprio alla Casetta Rossa di Venezia che Gabriele conobbe Albina: la ereditò con la casetta sul Canal Grande, che aveva acquistato dal principe Hohenlohe. Da allora Albina rimase a servizio fino alla morte del Poeta, avvenuta nel 1938, come persona fidata in cui riporre la più totale fiducia.
Aloisia è uno dei tanti nomignoli dati da d’Annunzio a Luisa Baccara, la
celebre pianista che fu sua compagna "ufficiale" negli anni del Vittoriale.
D'Annunzio aveva con Albina un rapporto di complicità e amicizia, valga
per tutti bigliettino: «da otto giorni non chiavo. Inutile che tu mi mandi gli
zabaioni non avendo bisogno di raddrizzare la schiena. Mandami piutto-
sto una mona sottile». 

Albina cucinava i pasti per le venticinque persone circa che vivevano al Vittoriale con il Comandante, tra domestici e amici. Nella cittadella, infatti, dimoravano l’architetto Giancarlo Maroni, nell’abitazione denominata il Casseretto, il segretario Tom Antongini, l'amante ufficiale Luisa Baccara, la governante multiruolo Aelis e circa diciotto domestici.
La visita del ministro sovietico Cicerin scatena in D'Annunzio confidenze
culinarie: 
«L’altra sera, dopo ventinove ore precise di stretto digiuno ir-
rigato d’acqua ascetica […] inghiottii sette uova col guscio, e il nero ca-
viale del mio diletto infetto Cicerin, e i misteriosi scampi del mio Carna-
ro tradito, e la carne dell’irsuto porco e gli afrodisii tartufi dal detto por-
co dissepolti, e le più acerbe frutta, e il più grosso cacio, e il più denso
caffè»
.
👉Alla cuoca, piuttosto robusta e campagnola, vennero risparmiati gli assalti sessuali. D'Annunzio fu sempre generoso con lei e con i suoi parenti, in particolare col fratello mutilato di guerra, che aiutò ad entrare in possesso di un terreno agricolo. Gabriele  offriva a ogni piè sospinto omaggi concreti: mille lire per un pasticcio di fegato, cinquecento per un piatto di pastasciutta e tre pappardelle con uova, altrettanto per una colazione succulenta, addirittura duemila (due mesi di un buon stipendio) per accompagnare le ferie conquistate grazie a un mucchio di «sottilissime patatine fritte». Il poeta omaggia la sua «Suor Albina di Tutti i Fuochi» con una filastrocca: «A Suor Albina / che fa la Galantina / e fa la Gelatina / e fa la Patatina / e fa la Minestrina / e il petto d’Agostina / tutto alla buccarina / con l’arte sua divina!».
(da "La cuoca di d'Annunzio: I biglietti del Vate a 'Suor Intingola'. Cibi, menù, desideri e inappetenze al Vittoriale", UTET Ed. del Kindle)

31 ottobre 2025

Comisso e la polenta dei pescatori di laguna

Dura o mola? Chissà quale delle due polente si cucinava a bordo del peschereccio chioggiotto raccontato da Giovanni Comisso...

"Quando viene la sera, lungo la laguna, nella improvvisa freschezza dell'aria si sente un odore di fumo e di polenta, come in alta montagna arrivando al primo paese. Sono i pescatori di laguna che preparano da mangiare a bordo dei loro battelli." (Giovanni Comisso, "Il porto dell'amore", Longanesi & C., Milano, 1973, pag 39)
Che si sia trattato di un bragozzo o di un trabaccolo ha poca importanza.
Si tratta delle stessa imbarcazione adriatica, mossa da due vele al terzo
ed il nome dipende dalle dimensioni (maggiori nel caso del trabaccolo)
ed eventualmente dalla presenza di una terza velatura montata al fiocco
sulla asta di prua. Un trabaccolo di dimensioni e struttura più leggere
prendeva il nome di "trabaccolo da pesca".
Aveva da essere dura o morbida? In montagna la fanno dura: le popolazioni di montagna fanno una polenta compatta e "da taglio" che ben si accompagna ai formaggi e ai salumi e che può anche, una volta fredda, essere portata nei campi avvolta in un tovagliolo e mangiata sul posto. E' quella che preferisco, meglio ancora nella sua versione "taragna" cioè preparata con un mix di mais e grano saraceno.
In laguna la fanno morbida, come nel caso della "polenta e schìe" (gamberetti) preparata con una polentina, spesso bianca (cioè ottenuta da mais bianco, molto diffuso nel veneziano) o gialla ma lasciata molto molle, della consistenza è ideale per accogliere il sugo dei gamberetti (lessati o fritti) o di molti altri tipi di pescato, seppioline in testa...
Polenta bianca e gamberetti della laguna: la tradizione veneziana.
👉All’inizio dell’estate 1921 Giovanni Comisso si reca a Chioggia e incontra i marinai del veliero "Il gioiello", che aveva aiutato a Fiume. Si tratta di un veliero che faceva sponda tra Chioggia e le coste delPolenta bianca e gamberetti
Quarnaro e dalmate. Nell'estate del 1924 percorre di nuovo l’alto Adriatico, le coste istriane e liburniche, le isole di Veglia, Arbe, Cherso, a bordo del bragozzo del capitano Gamba. Pubblica "Il porto dell’amore" (1924), in cui racconta la sua esperienza fiumana come legionario
Polenta "dura" di mais e grano saraceno con crauti e luganeghe trentine.

dannunziano. Si veste come un marinaio, lavora con loro e li aiuta nel contrabbando di vestiti e berretti.
👉Durante l’estate del 1920, assieme a Guido Keller, Comìsso naviga in barca tra le isole del Quarnaro, provando emozioni che ispireranno le pagine più incantate de "Il porto dell’amore". Assieme ad altri legionari, fonda il Movimento Yoga, anarcoide e con accenti antimodernisti, e l’omonima rivista. Sulla testata campeggia una croce uncinata (simbolo del sole) e la scritta: "Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione". Settimanale, ne usciranno solo quattro numeri. Nel primo numero, si dichiara la necessità di introdurre «strane forme di vitalità in ogni movimento, in ogni ambiente, ecco il nostro programma. […] Amare i nostri vizi come le nostre virtù, come ci consiglia Nietzsche. Muoversi. Vivere. Distruggere. Creare. Come scopo. Non per un ideale, ma per esser ciò l’ideale».

13 agosto 2025

Il ricercato liquore "Aurum" fu una delle infinite pensate commerciali di Gabriele d'Annunzio

E' una sorta di limoncello all'arancio che fu creato per le signore bene che intendevano "inzuppare il biscotto"...
aurum liquore
Il Kursaal Aurum di Pescara. Il nome rimanda al gioco fra parole latine
aurumche significa oro, e aurantium, che significa arancio.
Fu Gabriele d’Annunzio che ai primi del Novecento suggerì al fondatore della fabbrica, Amedeo Pomilio, il nome da assegnare a questo liquore a base di agrumi, utilizzato per bagnare il pan di spagna, utilizzato per le torte e anche per affogare vari gusti di gelato.
👉La produzione industriale del liquore (40°) iniziò nel 1925. Successivamente, negli anni trenta, venne costruito il liquorificio presso il Kursaal Pomilio, a Pescara.
La confezione attuale dell'Aurum.
Lo stabilimento, inserito in una struttura precedente progettata dall' Arch. Antonino Liberi, venne rivisto negli anni Trenta dall'Arch. Giovanni Michelucci, che vi inserì una struttura forma a ferro di cavallo e ne fece un esempio di architettura industriale.
Ed infine, agli inizi degli anni settanta, l'impianto di produzione è stato trasferito nella sua sede attuale di Città Sant’Angelo (Pescara).
aurum liquore
L’Aurum è un liquore con una gradazione di 40°, a base di brandy ed infuso di arance. È una specialità di Pescara. La storica distilleria era presso il Kursaal Pomilio, oggi museo "Aurum - La fabbrica delle idee".

2 agosto 2025

Aelis, che per 27 anni fu la discreta governante "tuttofare" di Gabriele D'Annunzio

Amélie Mazoyer: la "bruttina assai" che seguì D'Annunzio dal 1911, quando lei aveva 24 anni e lui ne aveva 48, fino alla morte del Vate (1938). Fu sua  cameriera, governante, amante, confidente e ruffiana.
Gabriele D'Annunzio e una rara immagine di Amélie Mezoyer, sua fedele servitrice e fidata confidente.
Amélie in una delle rarissime immagini che ci sono rimaste. Fu
definita da D'Annunzio una «generosa dispensatrice di orgasmi
eccellenti
»
 con la sua «bocca meravigliosa» e con la sua «mano
donatrice di oblio»
.
Aelis (come la chiamò il poeta) gli era stata presentata come una cameriera molto speciale, da un noto uomo d'affari dell'epoca, Schumann, ed entrò a servizio di Gabriele d'Annunzio nel 1911, quando il poeta, in fuga dai creditori, si era rifugiato in Francia.
Nello stesso periodo i due si stabilirono entrambi in uno chalet ad Arcachon (Francia) dove, secondo il diario da lei redatto, D'Annunzio ebbe un'attività sessuale davvero eccezionale. Nel 1920, quando partì definitivamente per Venezia, occupando otto vagoni ferroviari contenenti libri, mobili e accessori provenienti dallo chalet di Arcachon. A Venezia, Aelis rimase, anche dopo che D'Annunzio si era stabilito al Vittoriale di Gardone sul Garda, per non suscitare la gelosia di Luisa Baccara. Ma nell'agosto del 1922, dopo la misteriosa caduta dalla finestra della sorella di Luisa (*), la fece richiamare e la sistemò definitivamente al Vittoriale. Allo stesso tempo, Aelis si incaricò di organizzare l'ingresso e l'uscita delle diverse donne che arrivavano
Dal diario tenuto da Amélie negli anni dl Vittoriale Giordano Bru-
no Guerri ha ricavato un libro che ha intitolato "La mia vita carna-
le", denso di dettagli inediti e di particolari scabrosi.

"invitate" da d'Annunzio, tra cui la pittrice Tamara de Lempicka.
👉Amelié venne sbattuta fuori dal Vittoriale la sera stessa della morte di Gabriele, assieme a Luisa Baccara, l'altra donna che "governava" le stanze private della Prioria al Vittoriale.

Una breve biografia di Aélis Mazoyer (all'anagrafe Amélie, 1887 - 1965): nata nella regione francese della Borgogna, entrò a servizio presso la dimora parigina di Gabriele D'Annunzio a partire dal giugno del 1911. La giovane donna, divenutane in breve amante, amica, governante e cameriera, seguì poi il Poeta in Italia, separandosene solo durante e dopo il periodo fiumano, quando rimase a Venezia, nella Casetta Rossa, fino all'ottobre del 1922. In seguito venne chiamata al Vittoriale dove s'insediò come governante, destinata ad assistere d'Annunzio nelle sue perversioni, a volte come protagonista, a volte come gelosa intermediaria. Esperienze trascritte in un diario che ci offre, come nessun altro testo, l'immagine della vita quotidiana di D'Annunzio nel suo "Buen retiro" gardesano. Abitò nelle stanze più interne della Priorìa dannunziana: la cosiddetta Clausura, che condivise con Luisa Baccara.

14 giugno 2025

I personaggi dell'impresa di Fiume: Guido Keller

Durante la WW1 l'irrequieto e anarcoide Keller era stato un asso dell'aviazione del gruppo Baracca. A Fiume, protetto da D'Annunzio, fu legionario, uscocco e filibustiere, poi fu futurista, fascista, esploratore.
Guido Keller von Kellerberg fu certamente di difficile collocazione politica.
Qui lo vediamo in una sua celebre fotografia, utilizzata nella locandina di una
organizzazione anarchica contemporanea. Morì in povertà nel 1929, dopo una
breve vita di avventure e di eccessi.
E' stato l'uomo che, a Ronchi, ruppe gli indugi e sbloccò la situazione dando così il via all'impresa fiumana: andò a sequestrare, pistola in pugno, i camion militari che dovevano portare gli ammutinati da Ronchi a Fiume.
👉A Fiume fece parte del "cerchio magico" dei preferiti di D'Annunzio. Amava passeggiare nudo sulla spiaggia e quando è stanco batteva la campagna attorno a Fiume dormendo all'aria aperta, nudo, mangiando frutta e noci in compagnia di giovani legionari.
In un altro scatto altrettanto famoso Keller comparve in veste di Tritone (qui
con dedica autografa a Margherita Sarfatti, l'intellettuale ebrea che fu la mu-
sa e l'amante di Benito Mussolini e che nel '38 dovette fuggire negli USA per
scampare alle leggi razziali).

👉Keller divenne famoso per le sue beffe: riuscì ad intercettare le linee telegrafiche tra Jugoslavia ed Italia, procurando al Comandante preziose notizie militari. Partito in volo di ricognizione, tornò con un asinello legato al carrello dell'aereo: riferì che il motore dell'aereo si era fermato in territorio jugoslavo ma che lui lo aveva riparato: aveva incontrato un somaro, gli era piaciuto e aveva deciso di portarlo in regalo a D'Annunzio. Il gusto del gesto piaceva al Vate come a Keller.
👉Fu lui a cambiare il nome della taverna "Il Cervo d’Oro" in quello di "Ornitorinco" che frequentava con Giovanni Comisso, Léon Kochnitzky, Henry Furst, di cui era grande amico e sodale omosex. 
👉Nell’estate del '20, in piena impresa fiumana,  Keller si ritira in esilio volontario sulle colline tra Fiume e la campagna slava, cerca la fusione con la natura, dorme all’aperto, si lava nei torrenti, pratica sesso libero e vario. Comisso ricorderà con ostentata pudicizia certi risvegli nel bosco «al solletico della barba di Keller».

14 marzo 2025

Luisa Baccara, che da "silenziosa compagna del guerriero" divenne la "prigioniera del Vittoriale"

Le strisce monocromatiche della rivista Web "Diacronie" dedicate alla pianista Luisa Baccara colpiscono nel segno.
I testi letterari di "Diacronie" sono stati redatti dai collaboratori al progetto editoriale adattando la scrittura a ciascun personaggio "con sforzo mimetico" per rispecchiarne "la visione del mondo e lo stile espressivo".
Gabriele D'Annunzio e Luisa Baccara in un accostamento che rimanda,
per l'abbigliamento e le atmosfere, a quando la pianista seguì il Vate nei
16 eccitanti mesi dell'avventura fiumana.

Dopo le giornate esaltanti di Fiume la tela di ragno che l'esteta Gabriele aveva stretto  attorno alla pianista Luisa si trasformò in una camicia di forza che aveva come orizzonte la raffinata prigione dorata del Vittoriale sul Garda, un luogo esclusivo, meraviglioso e affascinante, ma asfissiante. E dal quale, morto D'Annunzio, Luisa fu immediatamente sfrattata.

2 marzo 2025

"Fiume o morte!" - un documentario multilingue sull'avventura fiumana di Gabriele D'Annunzio

Pellicola ibrida che - tra il resto - documenta la prima volta in cui il futuro "saluto romano" fu inquadrato,  ripreso e impresso su pellicola.
E' un film-documentario fatto a strati, come la torta dobos. Un oggetto narrativo non identificato fatto assemblando testi e generi diversi che vanno dal documentario al comico, dallo storico al biografico, dal goliardico al drammatico, dal grottesco al musicale. Con interviste fatte a chi passa per strada, anche in fiumàn... nella Rijeka di oggi.



Fresco vincitore al International Film Festival di Rotterdam. E' un documentario
ibrido e multilingue firmato dal regista fiumano croato Igor Bezinović. Una pro-
duzione mista Croazia/Italia/Slovenia, inconsueto "oggetto narrativo non identi-
ficabile" incentrato sui sedici mesi di occupazione dannunziana della città.
Nelle sequenze iniziali vediamo gli attuali ponti sul fiume alle quali vengono poi sovrapposte foto e disegni degli stessi ponti risalenti al Natale del 1920, giorno in cui D’Annunzio ne ordinò la distruzione.
👉Nei primi dieci minuti i commenti e i dialoghi sono in croato sottotitolati in italiano, ma nel momento in cui i cittadini/interpreti mettono in scena la rievocazione degli eventi storici, molti passano al dialetto fiumano che diventa la lingua del film fino al momento della disfatta dei «legionari» dannunziani «tutta una mularìa che a casa no i ga de far
chissà cossa».
Nel corso del Novecento Fiume ha avuto sei bandiere. Prima di quella croata, la
repubblica Federale di Yugoslavia, prima ancora il Regno d'Italia, il Regno di Ju-
goslavija, il Libero Stato di Fiume e all'origine di tutto l'Austria-Ungheria. In co-
lore giallo il territorio dell'effimero Libero Stato di Fiume, l'ectoplasma previsto
dal Trattato di Rapallo (1920) che poco dopo fu annesso al Regno d'Italia in for-
za del Trattato di Roma (1924).
👉Il fijumanski oggi è quasi scomparso dall’uso quotidiano, sono proprio le persone della città a testimoniare di come il tempo e gli eventi abbiano reso minoritario quel dialetto in una città stratificata come la sua architettura; alle strutture e agli edifici di epoca ungherese e asburgica si sono in seguito affiancati o sovrapposti quelli risalenti alla presenza italiana, poi quelli della lunga stagione socialista e infine quelli attuali della "nuova Croazia".

20 novembre 2024

La taverna dell'Ornitorinco, che a Fiume divenne luogo d'incontro dei dannunziani più scalmanati

Nei sedici mesi dell'avventura dannunziana una piccola locanda sul porto diventò il ritrovo dell'ala più estrema, futurista, visionaria ed eversiva dei giovani legionari fiumani che impazzavano in città.
Con il numero 1 il modesto edificio di tre piani fuori terra che ospitava il cenacolo dei legionari ammessi nel cerchio magico di D'Annunzio. Con il 2 il Palazzo Modello e con il 3 l'ingresso al Corso, il salotto di Fiume.
Al numero 5 di Adamiceva Ulica c'è ancora l'edificio di tre piani fuori ter-
ra costruito in zona portuale negli anni '70 del 1700. Un secolo e mezzo
dopo qui c'era la taverna "Al Cervo d'Oro", un locale da angiporto che i
legio
nari più esaltati e ben introdotti nel cerchio magico di D'Annunzio
eles
sero a loro sede informale.
Questa taverna con camere fu scoperta una sera d’autunno da Ludovico Toeplitz che si era perso nei vicoli della città vecchia. Aveva un nome altisonante, "Il Cervo d’Oro", e pochi locali male arredati, tavoli poveri, pareti annerite.
I più insofferenti e più filibustieri avevano iniziato a frequentare il Cervo d'Oro poi la ribattezzarono sul campo dei bagordi e degli eccessi. Divenne così "L'ornitorinco".
Ci andavano personaggi come Guido Keller, Giovanni Comisso, Leone
Kochnitzky, Ludovico Toeplitz, Mario Carli e da ogni sorta di sognato-
ri, cocainomani, disadattati e umanità varia di entrambi i sessi. Ci anda-
va anche Gabriele D'Annunzio e Luisa Baccara. Qui il Vate mangiava
il famoso risotto di scampi e beveva il "Sangue Morlacco" dei Luxardo.

Scriverà Giovanni Comisso: “All’Ornitorinco il Sangue Morlacco riceve
la sua denominazione. Innocuo Sherry Brandy, discretamente appiccico-
so, estremamente discutibile, sotto nessun aspetto il liquore si merita tan-
to nome; sennonché un giorno un quotidiano britannico rese di pubblica
ragione come D’Annunzio fosse “un tiranno barbaro che succhiava il san
gue dei Morlacchi”. La trovata ci tenne allegri e il Comandante impose
di nuovo il nome al falso Sherry Brandy”
.
👉"Sarebbe una bettola da dimenticare, se non servisse un ottimo risotto agli scampi. Ludovico Toeplitz ci porta gli amici della Segreteria speciale, che decidono di farne il loro covo. Sarà un’oasi libera dalla disciplina e dal Palazzo. Si fanno riservare una saletta al primo piano, la decorano con tappezzeria di cotonina rossa, candele, rami d’alloro. Keller sceglie come centrotavola un ornitorinco impagliato, saccheggiato in qualche museo di storia naturale. Sostiene che potrebbe essere il simbolo del Comandante: «Ha una corazza eburnea spoglia di peli come la tua testa», gli dice. L’insolenza e l’idea di un circolo indipendente piacciono a d’Annunzio, che ribattezza il locale «La taverna dell’Ornitorinco» e ci va spesso, per fuggire dall’«atmosfera deprimente della caserma carica di invidie e pettegolezzi». Qui è libero di scherzare, ridere, incontrare giovani esaltati e ragazze esaltanti. Intorno alla saletta e ai frequentatori

18 ottobre 2024

Il futurista Mario Carli, che divenne Ardito nelle trincee della WW1 e fu poi Legionario a Fiume

Scrittore, giornalista di successo e poeta, aderì sin da giovane al movimento futurista di Marinetti dove si collocò nell'ala anarchico-rivoluzionaria, interpretandone l'anima più estrema, violenta, anarchica e mangiapreti. Ammirava la Russia di Lenin.
"Ritratto aereo di Mario Carli" di Gerardo Dottori (1931).
Acceso interventista, partì volontario nella prima guerra mondiale riuscendo a farsi arruolare nei reparti di Arditi, gli incursori di prima linea ideati dal generale Capello, dove trovò l'ambiente elitario, indocile, rissaiolo e antiborghese a lui congeniale.
👉Fu a Fiume con Gabriele D'Annunzio, che però ne temeva l'estremismo "di sinistra". Carli, che faceva parte della frangia più “scalmanata” dell’impresa, tentò di tradurre la temperie fiumana in un organico progetto rivoluzionario, teso a rovesciare il regime di democrazia borghese e parlamentare in Italia.
Mario Carli quando era capitano degli Arditi.
👉A Fiume diede vita alla rivista militante "La testa di ferro" spingendo con ciò il Vate a spostarne la redazione a Milano per allontanarlo da Fiume. Oltre alla firma di Filippo Tommaso Marinetti sul giornale comparvero quelle di Alessandro Forti, Umberto Foscanelli, Cesare Cerati, Emilio Settimelli, Vincenzo  Fani Ciotti detto Volt, Piero Belli, Leòn Kochnitzky, Guido Keller, Giovanni Comisso. Nella sua persona confluirono arditismo, futurismo, fiumanesimo e fascismo.
Mario Carli nella sede bolognese del quotidiano "L'Impero",
fondato nel 1923, con la squadra d'azione "Me ne frego".
«Prendendo la Russia come modello tipico di rivoluzione sociale, si vede anzitutto che il bolscevismo è stato un movimento, non tanto grettamente espropriatore, quanto rinnovatore, perché ha voluto ricostituire in base a ideali vasti e profondi l'edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il decrepito regime zarista. Inoltre il bolscevismo russo, animato da un potente soffio di misticismo, non si è mosso con quei criteri di pacifismo codardo, che fanno dei cortei proletari italiani altrettante processioni d'innocenti agnellini (...). Il popolo russo ha saputo anche difendere la sua rivoluzione, e gli eserciti di Lenin si sono battuti, spesso, vittoriosamente, contro i bianchi paladini della reazione. Assodato poi che i socialisti italiani non credono nella rivoluzione, non la vogliono e non fanno nulla per provocarla, possiamo stabilire in modo definitivo che noi legionari non avremo mai alcun contatto, e neppure alcun cenno d'approccio, con quella ottusa cocciuta grettissima cretinissima Chiesa che è il Partito Ufficiale Socialista italiano...» (Mario Carli, "Con D'Annunzio a Fiume", Milano, Facchi Editore, 1920, pag. 106-107)

19 giugno 2024

Il Caffè Fantoni di Villafranca, vicino al Garda

Liberty, trendy e dannunziano, raffinato e modaiolo, un locale sempre pronto nel seguire l'aria che tira e che inventò pure l'«Acqua di Fiume».
Questo celebre caffè di Villafranca fu aperto nel 1842, quando la cittadina faceva ancora parte del "quadrilatero militare" ed era ancora austriaca. Un luogo che non sfuggì alle sensibili antenne estetiche e affaristiche del Vate...


Dedica autografa di D'Annunzio su carta intestata della Reggenza del Carnaro, durante l'occupazione di Fiume.
Locandina dell'epoca che vanta le qua-
lità dell'"Acqua di Fiume".
Il fondatore era stato Giovanni Fantoni, cioè il creatore della ricetta nonché della forma delle celebri sfogliatine di Villafranca. A Giovanni succedette il nipote, il cavalier Marcello Fantoni, che aveva imparato dal nonno l'arte della pasticcieria.
👉Marcello, che era uomo di grande fantasia, era riuscito in quegli anni a mettere d'accordo  l'irredentismo con i dolci peccati di gola. Infatti, mentre attorno a Villafranca si snodavano l'epopea e la retorica del Risorgimento, il signor Fantoni (suddito austriaco) sfornava la "Torta della pace" per l'armistizio di Villafranca del 1859 ed i " Biscotti Umberto", con un occhio di riguardo verso il principe piemontese di casa Savoia che si era battuto sul Quadrilatero.
👉Sempre lui, ma stavolta rivolto ad una italianità decisamente più nazionalista che guardava a Gabriele D'Annunzio e ai suoi legionari fiumani, distillò "l'Acqua di Fiume", creata per celebrare l’impresa di D’Annunzio del 1919, un liquore che venne esaltato dall'interessato in una sua lettera: "limpida e leggera come quella che dal Carso scende ad alleviare l'ardore della città Olocausta", come scrisse lo stesso poeta al cavalier Marcello nel 1921, poco prima della "marcia su Roma".
Il rinomato "Caffè Fantoni" sul corso principale di Villafranca veronese.
👉Negli anni successivi, che furono quelli del fascismo trionfante, il modaiolo e sempre più allineato Caffè di  Villafranca, fece uscire dalla sua cucina nuove opportunistiche creazioni: i "Biscotti della Libia", la "Focaccia Jolanda", l'elisir al mandarino "Mikan-shu" e l'amaro "Cochinchin".
👉In generale la fama e i successi del Caffè Fantoni; soprattutto nei primi decenni del Novecento, non furono dovuti soltanto alla qualità dei suoi prodotti, che pure c'era, ma anche all'astuzia di chi li creava, ammiccando di volta in volta agli avvenimenti storici e soprattutto al regime del tempo, insomma adattandosi prontamente "all'aria che tira". Una creatività indifferente ad ideali e convinzioni politiche e pronta ad adeguarsi, come l'acqua che prende la forma della caraffa.


13 dicembre 2023

Ha per titolo "Poeta al comando" il romanzo fiumano dello storico Alessandro Barbero

Le ultime giornate di D'Annunzio a Fiume immaginate e messe su carta dalla penna di un grande storico contemporaneo. Col consueto rigore.
L'effetto della cannonata che sloggiò D'Annunzio da Fiume. Il colpo del-
la nave militare italiana centrò la finestra dello studio di D'Annunzio. 
Pubblicato nel 2003 per Mondadori e riedito da Sellerio.  Alessandro
Barbero, "Poeta al Comando", Sellerio Editore, Palermo, 2022
.
Alessandro Barbero dà libero sfogo alla sua vena creativa  e racconta il fluire della vita quotidiana del Vate dentro e fuori dal Palazzo del Governo, durante l'esperimento della "Reggenza del Carnaro". Lo fa adottando la forma del romanzo storico, una scelta in verità sorprendente per uno storico di professione.
👉Penso che si debba essere ben documentato sulla vasta produzione di Tommaso Antongini, l'amico e sodale del poeta che durante l'impresa di Fiume divenne (con il grado di capitano) suo segretario personale, al corrente di tutti i risvolti e i segreti, anche i più scabrosi, della vita quotidiana del "Comandante". La voce narrante, infatti, è quella di Tom, esplicito e voluto riferimento a Tom Antongini.
👉Tra le "chicche" del libro la pruriginosa avventura con la figlia diciassettenne del senatore Cosulich (sì, quello della gran schiatta che prima inventò la marineria lussignana e poi aprì i cantieri navali di Monfalcone) e che fu il principale esponente dell'oligarchia imprenditoriale e commerciale fiumana.
Il grande storico italiano è stato capace di trasformare il passato in un racconto appassionante.

3 novembre 2023

Nicolina Fabris, che fu la mamma dei granatieri

Nicolina Fabris aveva accolto e protetto i futuri ammutinati mentre pensavano alla ribellione. Divenne così "la mamma dei Granatieri".
Una foto celebrativa di Nicolina Fabris tra gli ammutinati del Rgt. Granatieri della "Marcia di Ronchi", a cose fatte.
Per quanto ne sono questa è la sola immagine che ritrae la pa-
sionaria Nicolina Fabris fra i "suoi" Granatieri.
Fu "mamma" solo per la sua età, perchè per le convinzioni radicalmente nazionaliste ed l'attivo ruolo avuto nella insubordinazione dannunziana dei militari che erano stati di stanza a Fiume questa donna sfoderò piuttosto uno spirito da "suffragetta fiumana", una figura femminile d'elite che caratterizzò poi l'avventura fiumana di D'Annunzio muovendosi in un paesaggio culturale che anticipava temi, posture e stili di vita del femminismo radical-chic dei nostri tempi (insegnante, aveva allora 60 anni).
“A Fiume… Nicolina Fabris… era una donna sulla sessantina, di stirpe veneta, di sentimenti italianissimi… durante la guerra italo-austriaca, si prodiga per alleviare le sofferenze dei nostri prigionieri, e sfida più volte il rigore e la vendetta degli sbirri ungheresi… Né basta: ella riuscì anche a sottrarre alle ricerche della polizia un certo numero di prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, alcuni dei quali ricoverò e nascose nella propria abitazione… All’ingresso delle truppe italiane a Fiume, la troviamo in prima fila, ad accogliere i liberatori… la casa Fabris diventa un circolo di

18 gennaio 2023

L'impresa di Fiume e le simpatie omosex dei legionari nel racconto di Giovanni Comisso

A Fiume emerge per la prima volta, pubblicamente e non più nascosta, l'omosessualità. Secondo Mario Carli, esponente futurista, "è una delle molle che porta i legionari a Fiume perché sanno che lì, finalmente, possono esprimere liberamente la loro sessualità".
Il clima di eros senza limiti che caratterizza la vita a Fiume è descritto dal ro-
manzo di Giovanni Comisso "Il porto dell'amore", un'autobiografica ambien-
tata a Fiume tra la primavera del 1920 e il Natale di sangue dello stesso anno.
Leone Kochnitzky, Giovanni Comisso, Aldo Keller, Henry Furst sono gli intellettuali di punta del comando fiumano e sono tutti omosessuali o bisessuali.
Le cene, gli amori, la droga, le giornate oziose, riescono a raffigurare bene la vita quotidiana di Fiume nel suo svolgersi a volte lento, a volte tumultuoso.
👉E' un viaggio nella città senza norme, senza vincoli, dove tutto è possibile, lecito, rifugio di chi vede in Fiume la festa-guerra e la vacanza dall'Italia borghese.
👉Il "gruppo Yoga" pensa all'omosessualità come a un completamento dell'amore e predica la necessità di insegnare la scienza dell'amore inteso come trasformazione.
👉Nel contempo, la libertà anarcoide della "città di vita" viene aspramente criticata dai socialisti: Turati, in una lettera alla

1 febbraio 2022

"Gli ultimi giorni di Fiume dannunziana"

E' poco conosciuto questo libretto, d'autore anch'esso semi-sconosciuto, che propone una cronaca giornalistica del "Natale di Sangue" (l'ultima settimana del dicembre 1920, quando le truppe regolari italiane "sloggiarono" con la forza i legionari dannunziani dalla città ponendo fine a 15 mesi di occupazione eversiva.).
I. E. Torsiello, "Gli ultimi giorni di Fiume Dan-
nunziana", 
Giuseppe Oberosler Editore, Bolo-
gna, 1921. Consultabile nel sito archive.org.
"...mi porto al palazzo della Reggenza. I due colpi tirati contro di esso dalla super-dreadnougths Andrea Doria sono stati veramente di una terribile precisione. Un primo colpo ha preso in pieno una finèstra quasi al centro della facciata, uccidendo un granatiere e ferendone gravemente altri tre; un secondo colpo ha colpito uno spigolo ornamentale che si trova a destra della finestra della stanza da lavoro del Comandante. Le scheggie del proiettile sono entrate nella stanza di d'Annunzio, fracassandone letteralmente la poltrona dove egli normalmente siede, in quel momento egli si trovava nella parte opposta della camera, vicino ad un tavolo, insieme ai capitani Zoli e Coselschi ed è rimasto leggermente ferito alla testa. Nel piano inferiore in un sontuoso androne nel quale era penetrato il primo colpo della Doria, vedo ancora a terra tre larghe chiazze di sangue, lasciate dal granatiere morto e che d'Annunzio non ha permesso che fossero lavate.".

24 gennaio 2022

L'Alfa Romeo "Soffio di Satana" di D'Annunzio

La 6 cilindri di 2300 c.c. nella speciale versione "Soffio di Satana" é stata la più famosa fra le molte Alfa Romeo possedute da D'Annunzio.
Alfa Romeo 6C 2300 T
L'Alfa Romeo 6C 2300 nacque come berlina sportiva ma ebbe anche impieghi diversi. La versione modificata entrò in servizio come autovettura di servizio per gli alti ufficiali e una speciale versione con carrozzeria allungata divenne l'autocorriera rapida "Freccia del Carnaro" che fu in servizio fra Fiume e Trieste.
Alfa Romeo 6C 2300 T
L'Alfa Romeo "Soffio di Satana" di Gabriele D'Annunzio conser-
vata al Vittoriale di Gardone. Fu costruita in due soli esemplari.
L'immaginifico non amava solo le femmine, ma anche le automobili, specie quelle lussuose. 
Nella scuderia di Gardone Riviera oggi ne sono rimaste tre: la Fiat 501 T4, la Isotta Fraschini e l'Alfa Romeo "Soffio di Satana" (nome in sigla "6C 2300 T" dove "T" sta per Touring).
👉L'infatuazione di D’Annunzio per le Alfa Romeo iniziò nel 1932 quando il celebre pilota sportivo Tazio Nuvolari gli portò, nei giardini del Vittoriale, la Berlina 6C 1750 quarta serie, cui seguirono, in poco più di due anni, una 6C 1750 GT quinta serie e poi una 6 cilindri 2300 T con carrozzeria berlina Touring 4 posti, targa BS 10764, soprannominata per la sua linea leggerissima "Soffio di Satana”.


3 novembre 2021

Il trentino conte Filippo di Castelbarco, che fu tra i legionari dannunziani a Fiume

Un nobile rampollo trentino alla corte di D'Annunzio nella "impresa di Fiume", l'impresa che spianò la strada al fascismo.
Filippo di Castelbarco accanto a Gabriele D'Annunzio (con il labaro che portava ricamato il motto "Fiume o morte").
Filippo di Castelbarco a colloquio con D'Annunzio. Ripreso all'ingresso
del "Palazzo del Governo", che fu la sede di D'Annunzio a Fiume.
A impresa finita, Gabriele D’Annunzio venne invitato nella residenza avita di Loppio da Filippo di Castelbarco, che a sua volta era cittadino onorario di Fiume.
👉Il vate planò sul laghetto col suo aereo privato e raggiunse la nuova dimora ricostruita nel 1926 sulle rovine del palazzo, presidio austriaco nella grande guerra e alla fine ridotto a un cumulo di macerie.
👉L'irredentista trentino Pier Filippo di Castelbarco era un esaltato:
La residenza dei Castelbarco a Loppio, presso Mori (Trentino). A Fiume
c'era un gruppo di giovani irredentisti trentini di nobili origini, i rampolli
dei conti di Castelbarco Filippo e Sigismondo), dei conti Manci Giannan-
tonio Manci
 e poi Gigino Battisti (figlio di Cesare Battisti) nonché Silvio
Bettini, G.B. Adami (poi passato al fascismo) e il capitano Piffer.
"E' bello discendere dai Crociati...; saper risalire a loro più bello ancora. Profilo fiero, sguardo fermo e nobile, fronte altera; riquadratura salda, andatura pacata, quasi grave; si direbbe il gran maestro di un ordine militare. Aristocratico, monacale, guerriero. In altri tempi aveva occupato varie annate ad adunare e ordinare, in un castello tridentino^ l'archivio della sua famiglia gloriosa. Venne la guerra. Gli Italiani si avanzarono in Val Lagarina. Il capitano Castelbarco si trovò rimpetto a casa sua, colla batteria. Lui stesso puntò

12 settembre 2021

Due simpatie nascoste degli eversori che tifarono D'Annunzio (prima) e Mussolini (poi): i Duchi d'Aosta e i 7 ufficiali dei Granatieri di Sardegna

Se non é zuppa é pan bagnato: il ramo aostano dei Savoia e gli ufficiali dei Granatieri di Sardegna. Dentro le pulsioni reazionarie incardinate nelle classi dirigenti italiane del primo Novecento.
Il vecchio rifugio Alpino "Duchessa d'Aosta" negli anni fra le due guerre, sul Monte Maggiore di Fiume.
Il 1° Reggimento "Granatieri di Sardegna" aveva fatto parte del corpo di
occupazione internazionale mandato a Fiume nell'ottobre del 1918 ma fu
evacuato dopo che in città aveva dato origine a incidenti e scontri con i
militare francesi. Fu il nerbo della dannunziana impresa di Fiume.
Seguirne le tracce serve a farsi un'idea di quel "golpismo di confine", che non fu materia esclusiva dei fascisti. Che Francesco Giunta sia stato l'inventore del "fascismo di confine" é fuori di dubbio, però...
👉Il Duca Emanuele Filiberto, già comandante della III Armata sul fronte del Carso era di orientamento militarista e di simpatie fasciste, come la consorte Duchessa d'Aosta, a cui il fiumanesimo post-bellico intitolò successivamente il rifugio alpino sul Monte Maggiore di Fiume.
Il Piazzale Principe del Piemonte sul Monte Cengio (Altopiano di Asiago)
da dove inizia il sentiero che celebra la battaglia che arrestò la avanzata
dell'esercito austroungarico nel 1916.
👉Il corpo dei Granatieri di Sardegna é stato uno dei più politicizzati dell'intera WW1, sempre nei punti chiave delle cronache di guerra: Col di Lana, Monte Cengio e infine Fiume, durante l'occupazione alleata (Italia, Francia, etc.) seguita alla fine della WW1.
👉Attorno a sette ufficiali dei Granatieri di Sardegna si coagularono le pulsioni golpiste della destra eversiva italiana, saldando grande industria, reducismo e paura del socialismo montante.
Il "Piazzale Principe del Piemonte" introduce il turista al "Sentiero dei Granatieri" che, scavato nella roccia viva, si affaccia sulla pianura vicentina giusto all'imbocco della Valdastico. La retorica del fiumanesimo punteggia di riferimenti criptici numerosi luoghi di culto del reducismo militare, che tracimò poi nel fascismo.