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21 marzo 2024

La nave "Galeb", il gabbiano ambasciatore di Tito

E' stata la nave di rappresentanza del presidente jugoslavo Tito. Fino alla sua morte (nel 1980) effettuò 549 giorni di crociera, viaggiò per 86.062 miglia toccando 18 stati in tre continenti: Europa, Asia e Africa e ospitò ben 102 tra capi di stato e di governo.
Il Galeb nel 2023, nella la fase terminale dei lavori di restauro nel porto di Kraljevica, all'ingresso della Baia di Buccari. Per singolare coincidenza, il giovane attivista comunista Josip Broz "Tito" aveva lavorato nei cantieri navali di Kraljevica/Porto Re nel 1926, dove guidò uno sciopero e scrisse il suo primo articolo, che fu pubblicato nel giornale “Operai Organizzati”. I datori di lavoro volevano sbarazzarsi di lui e in ottobre lo licenziarono.
galeb
Il "Brod Mira Galeb" (Nave della Pace Gabbiano) era la residenza marit-
tima del Maresciallo Josip Broz Tito dal 1953 al 1979. Qui è ormeggia-
ta nel porto di Fiume nel 2017, in attesa del suo restauro, che é in corso.
C'é stata un'epoca in cui questo grande yacht divenne un simbolo per i popoli della ex-Jugoslavija e per le molte nazioni del movimento dei paesi non-allineati.
Tito e Churchill sul Galeb. Di spalle Jovamka, la moglie di Tito. Il leader
dei paesi "non allineati"vi ospitò i principali capi politici mondiali.
👉Il "Gabbiano" debutta nel 1953 quando risale il Tamigi per portare Tito all’incontro con il primo ministro inglese Winston Churchill, in quella che fu la prima visita di un capo di stato comunista nel Regno Unito. Poi, nel 1954 in visita in Turchia e in Grecia. Successivamente in India e Birmania sulla rotta dei Non Allineati. E poi ancora Port Said, Aden, Bombay, Vizagapatam, Calcutta, Rangoon, Madras, Cochin e ancora Port Said...
Dopo la morte di Tito, la nave effettuò il suo ultimo viaggio di stato nel 1989.
Tra gli ospiti del Galeb figurano il Presidente degli USA Kennedy, la Regina Elisabetta di Inghilterra, i leader cubani Fidel Castro e Ernesto Che Guevara, Paolo e Federica di Grecia, l’Imperatore d’Etiopia Haile Selassie, Re Hassan II del Marocco, il presidente egiziano Nasser, il libico Mu'ammar Gheddafi, i Primi Ministro indiano Nehru e Indira Gandhi, il Presidente dell’Indonesia Sukarno, il Presidente del Ghana Nkrumah, il Presidente della Tunisia Bourguiba, Sirimavo Bandaranaike di Ceylon (prima donna al mondo ad essere Primo Ministro), il Premier della Birmania U Nu, il Presidente della Guinea Sékou Touré, l’Arcivescovo di Cipro Makarios e molti fra i leader dell'Est: il romeno Nicolae Ceaușescu, i sovietici Leonid Brežnev e Nikita Kruščëv.

La lunga e complicata storia del Galeb di Tito.
Era stata varata a Genova nel 1938 col nome di "RAMB III" (Regia Azienda Monopoli Banane) destinata al trasporto veloce delle banane prodotte nella Somalia italiana.

17 aprile 2023

I ciclomotori Tomos dalla autogestione jugoslava al post-comunismo liberista (una fine poco epica)

I motorini Tomos della Jugoslavija di Tito sapevano sopravvivere alle peggiori strade balcaniche, dove servivano polso fermo e robustezza.
Un Tomos Colibrì del 1961, prodotto nel pieno della economia autogestio-
naria di Tito e Kardelj, cui fecero seguito i "tuboni" in stile europeo.
Erano prodotti in Jugoslavia ed erano molto più aderenti allo stile ciclomotoristico tedesco o austriaco (Sachs e Puch per esempio) che non a quello italiano.
👉Rispetto al nostro Piaggio Ciao poteva vantare una sospensione posteriore nonché quella anteriore con forcella telescopica anzichè a "biscottino", nonchè un cambio a 2 marce automatiche anzichè monomarcia.
Tutti pensano che verso la fine degli anni '80 il ciclomotore più economi-
co fosse il Ciao ma in realtà (con il Peripoli Day) era il Tomos A3. Qui in
versione 1991, cioè dopo aver divorziato dall'estetica austro-tedesca.
👉Lo scotto da pagare era uno stile più grezzo e datato, ed in effetti per l'epoca l'A3 era esteticamente indietro di un buon decennio, cosa che ne inficiò la diffusione: ben difficilmente un 14enne italiano ne avrebbe voluto uno, nonostante le sue valide caratteristiche. La sua economicità lo rese anche protagonista delle televendite: poteva addirittura essere visto in vendita insieme a televisori e tegami.
👉Tuttavia alla Tomos, diventata nel frattempo slovena, va dato il merito di essere stata per anni l'ultima costruttrice rimasta al mondo di ciclomotori 2 tempi, ottenendo persino un piccolo seguito di nicchia negli USA, dove i suoi modelli (aggiornati e talvolta molto gradevoli come il Tomos Classic) sono stati venduti fino alla chiusura della fabbrica di Capodistria, nel 2019.

4 novembre 2022

L'ospedale partigiano Franja (Alpi Giulie slovene)

Incuneato in una forra per sfuggire agli attacchi aerei. Oggi é un museo in grado di consegnarne la memoria alle generazioni future.
ospedale partigiano Franja
L'entrata era nascosta nella foresta e l'ospedale poteva essere raggiunto solo
tramite dei ponti che all'occorrenza potevano essere retratti.
Il grande partizanska bolnica Franja è stato in attività dal 23 dicembre 1943 al 5 maggio 1945.
Venne diretto dalla dottoressa Franja Bojc Bidovec ed è uno dei pochi ospedali partigiani sloveni, attivi durante la seconda guerra mondiale, che in qualche modo sono "sopravvissuti" fino ad oggi. Le virgolette sono dovute al fatto che il suo aspetto odierno é dovuto ad una attenta ricostruzione, dopo l'alluvione che nel 2007 lo aveva distrutto.
ospedale partigiano Franja
La posizione incassata nella gola, gli alberi e il camuffamento degli edifici nascondevano l'ospedale agli aerei nemici.
👉Era stato progettato per ospitare 120 pazienti alla volta ma venne continuamente ampliato fino ad essere composto da ben quattordici capannoni di legno. C'erano baracche adibite a camerate con i letti a castello, quelle adibite a sale operatorie e radiografie, una cucina, un magazzino, una lavanderia con bagni, una centrale elettrica, vari altri rifugi per i feriti e un bunker per la guardia.
ospedale partigiano Franja
Ospedale partigiano Franja.  Vedi il sito dell'attuale museo ed anche la voce in Wikipedia. Si veda anche il blog di Gabriella Giudici.

10 maggio 2021

Jovanka, Tito e la Jugoslavija

La grossa Jovanka e il maresciallo Tito erano la coppia perfetta che incarnava lo slogan fondante del regime: bratstvo i jedinstvo, "fratellanza e unità".
I concetti di fratellanza e di unità erano infatti plasticamente incarnati nel matrimonio di lei, che era una combattente partigiana serba della Lika (*), con lui, che era un croato kajkavo (**).


Il Maresciallo Tito, la regina Elisabetta di Inghilterra, Jovanka e il prin-
cipe Filippo di Edimburgo. Due capi e due consorti quando la Jugosla-
vija era alla guida del movimento dei "paesi non allineati".
(*) La Lika é una regione croata che si affaccia sull'Adriatico e si estende verso l'interno. Faceva parte del cosiddetto confine militare antiturco, baluardo etnico-militare creato dagli Asburgo in funzione anti-ottamana favorendo e incentivando l'insediamento di bellicosi coloni d'etnia serba in territorio croato.
(**) Croato kaikavo: cioé mezzo sloveno, visto che il caicavo è un dialetto affine allo sloveno, tanto che anch'esso, come lo sloveno, utilizza il kaj? per dire "cosa?" o "che cosa?".

"Nike e Max Mara, Benetton e Hugo Boss, neanche a forze riunite sono in grado di offuscare il Smrt fašizmu, sloboda narodu. Ci avevo creduto, un giorno. In cima alla decapitata torre civica svetta la bandiera. Di un neonato colore. Indeficienter? I fiumani o meglio i riječani di oggi la credono un’offesa." (Tiziana Dabovic, del gruppo Facebook "Un fiume di Fiumani")

31 agosto 2020

Filter 57, le sigarette "rovesce" della Jugoslavija

Probabilmente sono state le sigarette più amate dagli operai jugoslavi negli anni dell'autogestione, anni sempre in bilico fra est e ovest.
filter 57
Prendono il nome dall'anno 1957, anno in cui vennero messe a punto e
commercializzate. Sono ancora prodotte dalla stessa ditta slovena, che
nel frattempo è stata però acquisita dalla "Imperial Tobacco" britannica.
A differenza degli altri marchi dell'epoca, come Morava, Optaija, Drina, Jadran, Drava e così via, le Filter 57 erano confezionate col filtro all'ingiù e questo fu un fatto che le rese molto popolari tra la classe operaia.
👉E il motivo era che durante l'orario di lavoro, le mani erano spesso sporche, e quindi estrarre la sigaretta dal pacchetto senza afferrarla per il filtro era più pulito.
👉Attenzione però: sembra che non si trattasse di una scelta voluta, ma piuttosto il frutto di un errore del tutto casuale: infatti secondo il museo di storia contemporanea della Slovenia, un errore tecnico del tutto fortuito è stato il vero motivo per cui le sigarette "57" sono state confezionate sottosopra.
sigarette jugoslavija
Sono tuttoggi prodotte dalla slovena "Tobačna Ljubljana" che nel 1962 coprì l'86% della produzione jugoslava. Qui assieme ad altre sigarette jugoslave dell'epoca.

20 luglio 2020

Si passava dai valichi di seconda categoria

Negli anni della guerra fredda il confine italo-jugoslavo non é mai stato una linea contesa, ma una fascia porosa e, a suo modo, anche aperta.
Tra gli esempi più estremi di "valichi secondari" nei dintorni di Trieste c'è il posto confi-
nario della Val Rosandra, che conserva tutt'ora i colori jugoslavi e si trova giusto di fron-
te alla vecchia  trattoria Bottazzo. Erano l'opposto dei valichi dove confluivano i turisti.
La gente del posto vi era abituata. Conviveva con il "doppio livello", diciamo così.
Una storia che andava avanti dal 1945 e che è proseguita fin dopo il trattato di Osimo, e che è finita in archivio solo dopo l'ingresso della Slovenia nella Unione Europea.
👉Ma quando la Jugoslavija di Tito era ancora unita,  tutti - ma proprio tutti - fosse solo per la benzina o per la carne o per qualche stecca di sigarette, vi si passava sempre, semplicemente per risparmiare o farsi una birra.
Propustnica alla mano si andava verso il confine di seconda categoria, aperto solo dalle 8 alle 18 e che poteva essere oltrepassato solo da coloro che erano residenti entro 10 km dal confine. I valichi di seconda categoria erano defilati, non segnalati in quanto irrilevanti se non per i residenti e collegavano i piccoli centri abitati a cavallo del confine.

28 giugno 2020

Tomos APN6: il leggendario motorino jugo

Questo mitico ciclomotore si dimostrò in grado di sopravvivere alle micidiali strade sterrate della Jugoslavija di Tito.
Tomos apn6
Un "Tomos APN6" tutt'ora in servizio, fotografato al porto di Sansego/Susak nell'estate 2019. Il marchio "Tomos" viene dallo sloveno To-Tovarna, Mo-motorjev, S-Sežana (ossia "Azienda motociclistica di Sežana") ed indica una azienda di ciclomotori con sede a Capodistria, in Slovenia.

La produzione in strutture temporanee iniziò nel 1955 e la fabbrica fu
ufficialmente aperta nel 1959 dal presidente Josip Broz-Tito.
Con le sue bisarche, la "Tomos" trasportava ciclomotori in tutte le sei re-
pubbliche della federazione jugoslava (qui a Maribor, Slovenia).

Una società per la produzione di moto era stata fondata a Sežana nel luglio del 1954 e presto venne firmato un accordo di licenza con la grande società austriaca "Steyr-Daimler-Puch".
👉L'azienda austriaca costruiva moto economiche e robuste molto adatte a strade sterrate e terreni scoscesi com'erano all'epoca quelli jugoslavi, e offrì anche termini e condizioni di licenza favorevoli, in quanto dubitava che la fabbrica jugoslava sarebbe mai stata in grado di funzionare in modo indipendente.
👉Il mese successivo, il nome "Tomos" comparve per la prima volta nei documenti dell'azienda. Nell'ottobre 1954, il governo jugoslavo iniziò a costruire la fabbrica "Tomos" a Capodistria, l'importante centro industriale marittimo della Slovenia.

Tomos apn6
"Tomos" rimase un'impresa statale anche dopo l'implosione della Jugoslavija dei primi anni '90 quando la Slovenia, con i suoi stretti legami con Austria e Italia, fu la prima a ottenere la indipendenza. Nel 1998 è stata privatizzata e venduta a "Hidria", una società privata slovena. Sopra: un esemplare di "Tomos APN6" perfettamente restaurato.

13 maggio 2020

Le tifoserie nere nella implosione della ex-Jugoslavija

C’è una foto che spiega più di ogni altra cosa cosa è stato il 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir di Zagabria.
Un giovane croato di 21 anni viene immortalato mentre frattura con una ginocchiata la mascella di un poliziotto jugoslavo. È il capitano e la stella della Dinamo Zagabria, la squadra che quel giorno avrebbe dovuto affrontare la Stella Rossa di Belgrado in una partita che non verrà mai giocata. Il suo nome è Zvonimir Boban. La scintilla che diede fuoco alla prateria...

4 aprile 2020

Jugovirus, l'epidemia di vaiolo nel paese di Tito

Nel 1972 la Jugoslavija fu inaspettatamente colpita da un’epidemia di vaiolo. Ci sono molte analogie con l’odierno Coronavirus,  soprattutto nel modo in cui il paese reagì verso la malattia: molti errori ma anche scelte risolutive, dalla quarantena al vaccino di massa.
Nessuno pensò che potesse essere vaiolo: l’ultimo caso risaliva al 1930.
Nell’inverno del 1971, il 35enne Ibrahim Hoti si preparava a realizzare un suo grande desiderio: il pellegrinaggio alla Mecca. Per gli jugoslavi, all’epoca, ottenere il passaporto era cosa facile; l’altra cosa che gli serviva – come indicato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per coloro che si recavano in Medio Oriente – era il vaccino contro il

4 maggio 2019

Kozarcanka, cioé la "donna di Kozara": la genesi di un'icona della Jugoslavija socialista...

La "Kozarčanka" (ossia "la donna di Kozara") è un'icona della resistenza jugoslava e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
La giovane in foto è Milja Marin, una partigiana serba, foto-
grafata da Georgij Skrigin, nell'inverno 1943-1944, nel nord
della Bosnia, ai piedi del monte Kozara. Skrigin le fece indos-
sare un cardigan, il suo berretto militare "Titovka" e un fucile
MP38/40 alla spalla, e le disse di sorridere.
La partigiana della foto è Milja Marin, una partigiana serba, fotografata da Georgij Skrigin, ballerino di origine russa e anche fotografo artistico conosciuto a livello internazionale, che aveva ricevuto prestigiosi premi in numerose mostre fotografiche alla fine degli anni '30.
Tra il 1942 e il 1945, Skrigin scattò circa 500 fotografie
di guerra, alcune delle quali sarebbero diventate leggen-
darie nella Jugoslavia  socialista del Maresciallo Tito.
👉Dopo la guerra, in cui l'esercito partigiano di Tito risultò vittorioso, la "Kozarčanka" divenne una vera icona della Jugoslavia socialista. In guerra era stata uno dei simboli della partecipazione di massa delle donne come volontarie nella lotta partigiana, lotta, che verrà ricordata nei decenni successivi e che riuscì a creare un sentimento comune di appartenenza nazionale perfino in un paese come la Jugoslavia, altamente diversificata a livello etnico.
👉Più tardi, nel 1968, Skrigin pubblicò una monografia delle sue fotografie di guerra, dove intitolava quella di di Milja Toroman "Kozarčanka" ("Donna di Kozara").
Sembra sana, riposata e di buon umore, i suoi vestiti sono puliti e in ordine. Il sorriso luminoso comunica fiducia e ottimismo, persino gioia ed entusiasmo; i pericoli e gli sforzi della guerra sembrano lontani, la vittoria vicina. Questa icona di massa ha glorificato sia la bellezza che l'entusiasmo delle giovani rivoluzionarie partigiane.
👉Una versione modificata di Kozarčanka (senza il fucile) apparve persino sulla copertina di un album del 1986 della famosa pop band jugoslava "Merlin".

Fonti: Batinić, Jelena "Donne e partigiani jugoslavi: una storia della resistenza della seconda guerra mondiale", Cambridge University Press, 2015.
Lukić, Dragoje; " Rat i djeca Kozare", (2a ed.) Narodna knjiga, 1984.

24 aprile 2019

A Pivka (San Pietro in Carso) c'è un parco-museo militare dell'epoca jugoslava che merita una visita

Ad una cinquantina di chilometri da Trieste, c'è una caserma che ha attraversato tutte le grandi fasi del Novecento. Costruita durante il fascismo, fu utilizzata dall’Armata federale jugoslava e poi dalle forze indipendentiste slovene. Ora è un museo.
Un tank federale che schiaccia una piccola automobile civile: una installazione che sembra alludere al vittorioso secessionismo sloveno del 1991. Tutte le notizie storiche e le informazioni pratiche si possono trovare nel bel reportage curato dal sito "Osservatorio Balcani e Caucaso".

1 maggio 2017

Da "Roll over Beethoven" a "Rock Partizani": il rock in opposition nella Jugoslava di Tito...

I "Bielo Dugme" (traduzione: "Bottone Bianco") sono stati il gruppo rock più famoso della Jugoslavija di Tito. Nel corso della loro carriera realizzarono ben tredici album: il primo nel 1974 e l'ultimo nel 1989.
Nella versione dei Bijelo Dugme il pezzo di Chuck Berry diventa "Ne spavaj mala moja muzika dok svira (non dormire mentre suono la mia musica") e non perde un grammo di energia. Oggi Bregovic - anche grazie allo stretto legame con il regista Emir Kusturiza - è diventato un poliedrico musicista di levatura internazionale.
Anche se all'epoca qui in Italia gli Jugoslavi erano considerati retrogradi,
analfabeti e ignoranti, in realtà negli anni Sessanta per molti aspetti sia
il costume che l'apertura mentale erano molto aggiornati. Già nel 1968 la
balera di Abbazia faceva ascoltare e ballare"Light my fire" dei Doors, che
invece qui  a Trento doveva ancora arrivare...
Venne fondato da Goran Bregović, che fu il leader della band fino allo scioglimento nel 1989. Nella sua adolescenza Bregović aveva frequentato la scuola musicale per violinisti di Sarajevo, dalla quale venne espulso per "poco talento".
Poco dopo l'espulsione, la madre comprò a Bregović una chitarra, evento che determinò la nascita dei "Bijelo Dugme".
Il gruppo, forse perché proveniva dal cuore del Paese, ossia dalla Bosnia-Erzegovina, di fatto rappresentò l'unità spirituale della Federazione, mostrando l'esistenza un comune spazio culturale fra gli slavi del sud, al di là delle infinite differenze etniche, linguistiche, religiose e storiche.

28 luglio 2016

Il motel tondo di Plomin, da Tito a oggi

Fu costruito nei primi anni Sessanta, quando Tito aprì i confini al turismo occidentale per rastrellare valuta pregiata, soprattutto marchi tedeschi. Allora sembrava ipermoderno e forse lo era davvero, chissà...
Motel Labin Hotel Flanona
Quel "motel" contenuto nel nome originale ("Motel Plomin") sapeva
maledettamente di modernità e trasgressione, anche perchè rimaneva
aperto fino a notte fonda. In basso a destra una inquadratura dell' "Ho-
tel Flanona", nome attuale che tenta una citazione colta (Flanona era
il nome romano dell'attuale Plomin, che durante l'intermezzo fascista
era chiamata Fianona).
Posti così strizzavano l'occhio ai turisti occidentali cercando di accreditare la Jugoslavija come paese libero e democratico (cioè comunista ma autogestionario e aperto alle idee occidentali).
👉Aperto nel 1964, divenne ben presto un'attrazione anche per gli abitanti del posto, e non solo per i turisti. In quegli anni i progetti "modernisti" crescevano come funghi.
Motel Labin Hotel Flanona
Al motel, durante i frequenti viaggi da Opatija a Brioni, soleva fare tap-
pa il maresciallo Tito (a destra con gli occhiali), qui in compagnia del
presidente cecoslovacco Novotny, il 13 Settembre 1967. Le foto in bian-
conero sono tratte dal blog locale labinska-republika.
👉Lo stile di quegli anni Sessanta? Beh, era semplice: bastava riferirsi a quel modernismo cementizio che affondava le radici nel razionalismo architettonico del primo Novecento e che poi si estese senza soluzione di continuità fino all'urbanista e archistar Le Corbusier, il sacerdote del cemento armato delle terre occidentali.
👉Prima del motel lì c'era una bella area di sosta con tavolo e panche in pietra. Dopo la costruzione del tunnel sotto il Monte Maggiore il motel lentamente deperì.

16 maggio 2016

Frane Barbieri, il comunista pentito e di successo

L'inventore del termine "eurocomunismo" era un titoista di lungo corso, pentitosi durante la "primavera croata" degli anni '70, quella brutta sbornia liberal-democratica destinata a portare al potere un ceffo come Tudjman (mentre il nostro approda a "il Giornale" di Indro Montanelli).
Frane Barbieri
Il Vjesnik portava sulla testata lo slogan partigiano "Smrt fašizmu,
sloboda narodu!" (Morte al fascismo, libertà al popolo!). Nei primi
Settanta Barbieri si trasferì in Italia dopo essere stato espulso dalla
Lega dei comunisti jugoslavi (in quanto legato al gruppo liberale
serbo legato agli ex-ministri Nikezić e Popović, che si contrappo-
neva a Tito). Barbieri concluse la sua carriera a "il Giornale" di
Montanelli, con Enzo Bettiza.
Il 26 giugno 1975 coniò il termine "eurocomunismo" in un articolo comparso sul "Giornale Nuovo" di Indro Montanelli: era intitolato "Le scadenze di Brezhnev".
👉Da un quotidiano della destra fascisteggiante Frane Barbieri si sforzava di analizzare il mondo dell'Est, impresa impossibile per i suoi datori di lavoro che erano chi più e chi meno dei fascisti della prima ora, semplicemente riciclati nell'Italia di Degasperi e del Patto Atlantico.
👉Strana fine per Barbieri, che era stato direttore della "Vjesnik" nella Zagabria della primavera liberale croata (1971-72) e anche fondatore del "Mercoledì" (Vjesnik u srijedu o VUS).
👉Era uno slavo del Sud, figlio di due culture e scrittore di frontiera con in più un'esperienza personale di dirigente comunista, fatta tra la giovinezza e la maturità in quel confuso ma vivace laboratorio ideologico che fu la Jugoslavia anti-stalinista, la Belgrado di Gilas, Kardelj, Bakaric.
Questo bagaglio sarebbe bastato da solo a fare di Barbieri un osservatore specialissimo dell' universo comunista, e in particolare dell' Europa dell' Est.
Dopo che nel 1974 Montanelli e Bettiza (anche lui originario della Dalmazia, di Spalato)
Bistrò Conca d'Oro
Oggi l'unica traccia rimasta è il redivivo "Conca d'Oro", questo localino
trendy della Rijeka più modaiola, che è gestito dai figli.
ebbero fondato "il Giornale", FraneBarbieri divenne una delle firme più prestigiose del nuovo quotidiano di destra.
Si fece un nome soprattutto per gli articoli in cui analizzava il mondo comunista e per le sue interviste con le personalità politiche più diverse, da Berlinguer a Craxi, dal romeno Ceausescu agli spagnoli Suarez, e Carrillo, allo statunitense Harriman .

25 aprile 2016

Fiume e Rijeka: il dopoguerra, la coabitazione, il cemento, gli urbanisti e gli archistar

Il produttivismo socialista della Jugoslavija di Tito. I lunghissimi anni del dopoguerra schiacciati fra la paura dell'intervento sovietico e le illusioni autogestionarie. Cosa ne è rimasto nella città più saccagnata dal Novecento.
Skyscrapers in Rijeka.
Il centro di Fiume prima e dopo la cura costruttivista degli urba-
nisti di Tito, iniziata negli anni del dopoguerra e sviluppatasi fi-
no agli anni Settanta. Proprio come da noi, proprio come Le Cor-
busier come Renzo Piano (incredibilmente simili nei risultati,
anche se gli assunti ideologici di di partenza erano molto diversi).
I primi piani quinquennali consa-crati all'industria pesante, l'abban-dono delle campagne e il conseguente urbanesimo.
La mancanza di alloggi, la coabitazione e la politica della casa nei centri urbani hanno prodotto soluzioni sbrigative: costruire in altezza.
Cantieri su cantieri che hanno ac-cerchiato e invaso il vecchio centro cittadino, ottocentesco e ancora a misura d'uomo. La città ne è uscita sfregiata, forse più di quelle dell'oc-cidente capitalista.
Costruire in altezza: Tito e i suoi non erano i soli a pensarla così in quegli anni e i critici di casa nostra farebbero bene a ricordarsi prima di Le Corbusier (l'urbanista) e poi di Renzo Piano (l'archistar) entrambi intellettuali interamente occidentali, e l'archistar Piano ne ha fatte di cazzate, a partire dalla distruzione del quartiere dei mercati Les Halles a Parigi.
Le concezioni urbanistiche di Le Corbusier vennero molto teorizzate e poco praticate in Europa.
Fra gli esempi paradigmatici più coe-renti abbiamo a Trento nei primi anni Settanta le "Torri di Madonna Bianca", alla periferia Sud della città: per dire che all'epoca la Jugo è stata, in fondo in fondo e incredibili dictu, assolutamente "up to date", addirittura più occidentale e più moderna del Norditalia.

10 novembre 2015

Quando Che Guevara venne in visita a Fiume

Il 19 agosto 1959 il "front-man" mediatico della rivoluzione castrista Ernesto Che Guevara visitò Fiume a capo di una delegazione che era formalmente interessata all'autogestione delle fabbriche...
Che Guevara Rijeka
La celebre foto di Petar Squatting Grabovac, che ritrae "El Che" l'8 agosto 1959 a passeggio nel  Korzo di Rijeka, la via del passeggio che costeggia il centro storico. Vedi anche l'articolo di Giacomo Scotti (nella foto è il giovane all'estrema destra) in "La Nuova Alabarda" in cui lo scritto fornisce una vivace descrizione della presenza dei cubani nella città nonchè la ver sione PDF del suo scritto "Una foto con Che Guevara".
Che Guevara in una immagine di repertorio
scattata sui monti della Sierra cubana negli
anni della guerriglia.
Il giovane leader della "revolucìon cubana" e Tito, il timoniere della Jugoslavija autogestionaria, nonchè fondatore e guida del movimento dei paesi non allineati si incontrarono a Rijeka.
Petar Grabovac
L'unico documento rimasto della visita in città di Che Guevara è rimasto la celebre foto di Petar Squatting Grabovac, ex fotoreporter di "Novi List", lo stesso che ha immortalato gli incontri e le visite di molte delegazioni e uomini di stato (Che Guevara, Nasser, Nehru, Krusciov, Breznev etc.). Le sue fotografie sono state pubblicate periodicamente nelle riviste americane, italiane e francesi, monografie e calendari. Tra i partecipanti all'evento c'era anche lo scrittore e giornalista Giacomo Scotti.
👉Ufficialmente la delegazione cubana era arrivata per vedere com'era il "nuovo corso" e l'autogestione delle fabbriche. In realtà ciascuna parte cercava nell'altra un qualche appoggio: i cubani sostegno e difesa contro l'accerchiamento USA e gli jugoslavi un'adesione all'idea che per essere comunisti non occorreva per forza dipendere da Mosca.
👉"El Che" Guevara e i suoi compagni visitarono il cantiere navale "3 Maggio", simbolo della città e della guerra di liberazione antifascista. L'ingresso al cantiere fu consentito solo alle autorità politiche e ai giorna- listi accreditati. Non mancò una passeggia nel Korzo e i cubani pranzarono poi nel ristorante dell'hotel "Park " nell'oltrefiume cittadino.

11 marzo 2015

Quel Dakota nella Bela Krajina

Uno strano incontro negli anni Ottanta.
Dakota Bela Krajina
Tre scatti  che vengono direttamente dagli anni Ottanta. Da qualche anno
il vecchio Douglas Dakota a elica dell'armata partigiana è stato spostato
a Metlika e restaurato (in alto a sinistra: le insegne jugoslave ben visibili
nei vecchi scatti sono state cancellate dal regime attuale). Ecco le coordi-
nate: Nord 45,6188 Est 15,2909. E l'indirizzo: Otok, 8330 Metlika.
Fra le stoppie a bordo strada era improvvisamente emerso il profilo inconfondibile di un vecchio Dakota americano, l'aereo che avevo visto in diecine di film sulla seconda guerra mondiale. Era lì, abbandonato nella pianura, col portellone aperto, ingrigito dagli anni ma ancora in buone condizioni. Con qualche acrobazia ero riuscito a salire sulle ali e a guadagnare la fusoliera. Dal vecchio abitacolo pieno di sedili in tela e tubi metallici ero riuscito a passare nella cabina di pilotaggio. Qui i numerosi strumenti del cruscotto erano stati asportati, dai buchi vuoti pendevano fasci di fili elettrici ma il cockpit era intatto. I vetri inquadravano la campagna e la prospettiva diventò improvvisamente militare e guerresca. 
Durante la seconda guerra mondiale, gli americani e gli inglesi, dalla Bela Krajina, territorio libero, trasportavano i feriti negli ospedali degli Alleati in Italia e trasportavano armi ed materiali ai partigiani titini.

12 gennaio 2015

La battaglia della Neretva

Nel maggio del 1943 i partigiani di Tito rompevano l'accerchiamento nazista con la battaglia della Neretva, tra Sarajevo e Mostar, in Bosnia.
Tito, che ogni sera si faceva proiettare un film, volle il
famoso attore Richard Burton nella figura del coman-
dante partigiano (Tito tesso) nel film "La battaglia
della Neretva" (1969).
La battaglia della Neretva si combatté nel 1943 tra le forze dell’Asse (tedeschi, italiani, ustascia, cetnici) e l’Armata popolare di liberazione della Jugoslavia.
L’Armata popolare di liberazione della Jugoslavija, cioè i partigiani, era composta da serbi, croati, musulmani, ebrei, rom, patrioti di vari orientamenti politici, comunisti convinti e non comunisti, religiosi e atei.
👉Questo fatto distingueva i partigiani dai cetnici (nazionalisti serbi) e dagli ustascia (nazionalisti croati), entrambi movimenti mono-nazionali e mono-religiosi, entrambi collaboratori, durante la seconda guerra mondiale, dei nazisti te-deschi e dei fascisti italiani.
👉La leggendaria battaglia della Neretva è conosciuta anche come la battaglia per i feriti (“bit-ka za ranjenike") perchè i partigiani portarono in salvo circa quattromila feriti.
Negli annali della Seconda guerra mondiale, la battaglia sulla Neretva viene ricordata per la sua strategia basata su un astuto inganno
Il film divenne più noto all'estero (vinse anche una
nomination all'Oscar) che in Italia, quando alzare il
velo sulla partecipazione dei militari italiani alla re-
sistenza jugoslava era considerato all'epoca un
argomento "scottante".
che permise ai partigiani di Tito di salvarsi da una situazione disperata.
L’offensiva tedesca, impegnata nell’operazione “Weiss”, puntava a distruggere sia il comando supremo sia il principale ospedale dei partigiani. Nel marzo 1943 i partigiani furono spinti in un angolo che sembrava senza via di uscita. Alle spalle c’erano circa centomila soldati nemici accompagnati da diverse unità d'élite rinforzate da brigate corazzate. Dall’altra parte la Neretva e, oltre l’unico ponte che collegava le due sponde del fiume, ventimila cetnici, alleati dei tedeschi. Le truppe di Tito erano impacciate da migliaia di feriti, di ammalati, e di civili che si ritiravano di fronte alle forze nemiche.
a Prozor, i partigiani si diressero verso il ponte sulla Neretva, l’unica via di uscita dall’accerchiamento. Contrariamente a quanto tutti si aspettavano, Tito ordinò ai suoi ingegneri di far esplodere il ponte. Fu un'azione che aveva dell'incredibile, perché significava chiudere l'unica via di fuga. I generali tedeschi si convinsero che

16 agosto 2014

L'apertura di Tito al turismo occidentale

I primi passi dello "yugoturismo" furono d'impronta collettivista e sovietizzante. Poi, negli anni dell'autogestione, Tito incoraggiò le famiglie private.
Turismo in Jugoslavija
Materiale turistico degli anni Sessanta che richiama la grafica delle coper-
tine di certi quaderni in uso nelle nostre scuole elementari del dopoguerra.
Nei primi anni Sessanta la situazione economica del paese era difficile, le ferite della guerra e i focolai di opposizione interna ancora non sopiti; tra i guai finanziarie c'era la scarsità di divise estere pregiate che, dopo il boicottaggio sovietico seguito alla rottura Tito-Stalin del 1948, erano indispensabili per gli approvvigionamenti sui mercati internazionali.
Fu soprattutto questo l'argomento a pesare sulla decisione di Tito, che accettò di dar corso all'idea di una compagna dei tempi della guerra partigiana: 
Turismo in Jugoslavija
Nelle guide turistiche dell'epoca i nuovi centri turistici integrati, di solito
molto grandi e di impronta razionalista, venivano mostrati con orgoglio
e fungevano da biglietto da visita della Jugoslavija non allineata ed aperta
alla realtà internazionale.
attirare i turisti occidentali sulla costa sulla costa dalmata.
👉Sorsero come funghi enormi centri turistici integrati, hotel, campeggi, ristoranti, bar. Erano per lo più lontani dai centri abitati, in tratti di costa isolati e suggestivi.
👉Il secondo passo avvenne negli anni Settanta, con l'apertura del settore all'iniziativa privata: mutui edilizi agevolati a chi riservava una quota delle nuove abitazioni ad affittacamere, e sul litorale fu il boom delle sobe, le Fremdezimmer ricavate nelle case famigliari.
👉Ma fu, soprattutto, un'alluvione cementizia che interessò tutti i centri costieri, chiudendo in molti casi l'accesso diretto al mare, a quelle baie e baiette che prima potevano essere raggiunte con facilità a piedi.

27 giugno 2014

Il 28 giugno nella ex-Jugoslavija

No, da queste parti non si scherza sul 28 giugno. Quello che ci riguarda da vicino é il 28 giugno del 1991 quando la guerra sconfinò a Gorizia.
IL 28 GIUGNO PIU' FAMOSO E' QUELLO DEL 1914, quando il nazionalista serbo Gavrilo Princip uccise a Sarajevo l'Arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia. La leggenda e le balle della storia vogliono che questo assassinio fosse la causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale...
C'E' UN SECONDO 28 GIUGNO, meno famoso, ma ugualmente decisivo: quello del 1948, quando Stalin sconfessò Tito e la Jugoslavia, cacciandola dalla "famiglia socialista": fino al 1955 nella suddetta famiglia il titoismo fu considerata la più grave delle deviazioni, condannando gli incriminati al carcere o addirittura alla fucilazione: in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Germania Est, Romania, Bulgaria.
UN ALTRO 28 GIUGNO drammatico – ancora una volta in Jugoslavia – fu quello 1989, quando a Gazimestan in occasione del seicentesimo anniversario della disfatta della Piana dei Merli, il presidente della Repubblica Federativa di Serbia, Slobodan Milošević, dichiarò guerra a tutto il Paese se non avesse seguito la sua linea politica... quella che porterà alle guerre inter-jugoslave e alla "pulizia etnica".
IL 28 GIUGNO DEL 2001, sono le (nuove) autorità di Belgrado a impacchettare il suddetto Milošević e spedirlo all'Aja sotto processo...