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10 febbraio 2020

Di foibe e di esodo: l'approfondito fact-checking del blog Giap, che fa parte della galassia Wu Ming

L'autore del testo, Lorenzo Filipaz, è triestino e figlio di un esule istriano. Dal ramo materno è di ascendenza slovena.
foibe esodo
Questo post risale al 2015 ma mantiene intatta la sua attualità. L'autore fa anche parte del gruppo di inchiesta su Wikipedia «Nicoletta Bourbaki».

5 febbraio 2020

Bettiza docet. A proposito di "memoria condivisa"

“Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco." Bettiza, uomo di destra cresciuto a Spalato, non le mandava certo a dire ai nostrani professionisti del piagnisteo giuliano-dalmata.
La "giornata del ricordo" fu inventata nel 2004, sull'onda dello
sdoganamento dei neo-fascisti voluta da Berlusconi e attuata
con la  "operazione foibe".  Con la corresponsabilità Dem.
Enzo Bettiza in un suo articolo pubblicato su "La Stampa" il 13 febbraio del 2005 definì la cosiddetta memoria condivisa come un "Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei. Tracciare gerarchie del male è spesso operazione opinabile e sconsolante.".
👉E poi così continuava: "Tuttavia, a quelli che più hanno levato la voce sulla nefandezza delle foibe,

10 aprile 2019

Ma guarda: le prime "foibe" di cui si ha notizia si trovavano sull'isola di Pag. E furono inventate dai nostri alleati: i fascistissimi ustascia...

...i fascisti croati del regime fantoccio messo in piedi da noi italiani. Furono "scoperte" dall'esercito italiano nel 1941 quando Pag/Pago, dopo la spartizione della Jugoslavija, passò sotto il Regno d'Italia.
ante pavelic
Il dittatore croato Ante Pavelic fu ricevuto in Vaticano da Papa Pio XII.
Già nel giugno del 1941 il governo ustascia ordinò l'arresto di massa de-
gli Ebrei e la loro deportazione nei campo di sterminio di Jadovno (nel-
le montagne del Velebit ) e dell'isola di Pag. L'arcivescovo Stepinac, che
sedeva nel parlamento ustascia, era in ottimi rapporti col Vaticano.
Appena 36 giorni dopo l’invasione della Jugoslavia, Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria se la spartirono con il consenso di Ante Pavelich, diventato Poglavnik del nuovo Regno di Croazia.
👉Le forze armate italiane scoprirono le foibe di Arbe nell'agosto 1941, quando il comandante del V Corpo d'Armata, generale Balocco, ordinò l'estrazione e la cremazione dei cadaveri che vi erano contenuti.
Erano sull'isola di Arbe/Pag, nei due campi di sterminio per ebrei di Siano e Metajna, dove i militari rinvennero 791 cadaveri, 407 di maschi, 293
pavelic hitler
Pavelic incontra Hitler nel 1941. Mentre esistono documentazioni foto-
grafiche dei campi di sterminio croati "anti-serbi" nulla ci è giunto sugli
analoghi campi "anti-ebrei". Le eventuali documentazioni sono tuttora
sepolte negli archivi delle forze armate italiane.
di femmine e 91 di bambini.
👉Non ci fu alcuna reazione nei confronti degli alleati ustascia. Viceversa, venne mantenuto il più assoluto riserbo, anche quando ai primi di settembre 1941 gli Italiani trovarono altre fosse comuni e valutarono le vittime fra le 8000 e le 9000, probabilmente serbi, zingari e comunisti.
👉Di questa scoperta dovrebbe esserci traccia nelle documentazione negli archivi militari italiani, che tuttavia mai vennero fatti conoscere al

1 settembre 2017

Istria, 8 settembre 1943: i giorni della vendetta...

Dopo l'8 settembre del 1943, quando fu chiaro che il fascismo aveva perso, l'Istria contadina insorse spontaneamente contro l'italianità fascista, dando vita a una jaquerie contadina che non andava troppo per il sottile (anche perchè aveva parecchi conti da regolare).
foibe istriane
Dal delirio dannunziano e fascista a quello della "Decima Mas". La para-
bola del fascismo portò alla foto di destra: gli adolescenti intruppati dal
principe romano Junio Valerio Borghese, che fu con Hitler contro l'Italia
libera e combattè i partigiani in Istria e, molti anni dopo, mai pentito, or-
ganizzò il fallito golpe del dicembre 1970.
Le foibe istriane cominciarono così, quando l'esercito partigiano di Tito era ancora molto lontano e si trovava molto a sud di Fiume.
Vendetta e liberazione dalla strafottenza. Durò un mese.
Con alcune centinaia di morti. Fascisti, collaborazionisti, spie e provocatori, militari, pubblici funzionari, possidenti.
E senza farsi mancare qualche vendetta personale, come sempre accade in questi frangenti. Il tempo della 
foibe istriane
La rivolta spontanea dell'Istria contro la presenza italiana venne dopo
un ventennio di vessazioni fasciste: Mussolini aveva cercato di cancel-
lare gli slavi per trasformare l'Istria in una "terra italianissima" mentre i
gerarchi locali istigavano apertamente alla pulizia etnica antislava.
vendetta durò meno di un mese.
Dal 4 ottobre in poi, al fascismo in fuga giunse il potente aiuto dei nazisti. La vendetta fascista potè attuarsi grazie all'appoggio militare hitleriano. Vennero massacrati 5.000 civili (andava di moda il rapporto 1:10) e ne deportarono altri 17.000. Contro i nazisti, i fascisti e gli ustascia c'era solo la disorganizzata risposta popolare che tentò di opporvisi militarmente.
fascismo di confine
Gli esuli italiani si atteggiano a vittime innocenti, frustrate dalla loro partecipazione ad eventi punitivi e avide di normalità ma inconsapevoli delle proprie colpe. Spesso trasferiscono la loro falsa coscienza a figli e nipoti. Accade in tutti i paesi "ospitanti": in Italia - ovviamente - ma anche in Australia, in Canada, negli Stati Uniti... In Australia mia cugina ha battezzato la figlia Karla col secondo nome di Benita. Karla Benita non sa bene cosa ciò significhi, sa solo che la madre voleva far contenta la nonna (mia zia) la quale da giovane, a Fiume, aveva portato il gagliardetto fascista del quartiere Torretta...

9 febbraio 2017

Il "giorno del ricordo", la penosa ciurma del revisionismo Dem e l'altra faccia del PCI triestino

Più che da semplici revisionisti storici, i tre si sono comportati da autentici collaborazionisti, volenterosi falsari dei fatti storici.
Massimo D'Alema, Gianni Cuperlo, Luciano Violante.
Ma anche il vecchio PCI triestino ha le sue colpe, vecchie, importanti e
accuratamente celate negli anni, a partire dal nazionalismo antislavo di
Vittorio Vidali (il leggendario "Comandante Carlos" delle Brigate Inter-
nazionali in Spagna) che dopo la rottura Stalin-Tito del 1948, quando la
Jugoslavija cadde in disgrazia, divenne libero di gettare fango sugli slavi.
👉E' grazie a questo terzetto che oggi agli scolari e agli studenti in gita vengono propinate le invenzioni del vittimismo giuliano-dalmata: "decine di migliaia di infoibati, gli slavi barbari e assassini, gli italiani brava gente, ammazzati solo in quanto italiani e non perchè fascisti". E così la frottola detta legge, sempre finanziata dalle casse pubbliche, da più di dieci anni. Nel corso del 2004 Gianni Cuperlo, Luciano Violante e soprattutto Massimo D'Alema si sono prestati a un gioco sporco: hanno messo la propria firma sotto i deliri del reducismo fascista.
Gli insegnanti che guidano le gite leggono ai propri alunni una "post-veri-
tà" farlocca sì, però "di Stato". Probabilmente non sospettano nemmeno
che si tratti di una post-verità fascista. In genere ripetono a memoria le di-
dascalie lette sui depliant del reducismo fascista. C'è da chiedersi: ma su
chi ricade la colpa di questa sceneggiata?
👉Infischiandosene della verità storica hanno fatto ingoiare al proprio partito le invenzioni neofasciste di Berlusconi e del reducismo giuliano-dalmata.
Solo per compiacere Gian-franco Fini e il suo protettore Berlusconi, che all'epoca "an-dava blandito anzichè com-battuto". E poi hanno coinvolto anche Giorgio Napolitano...

7 febbraio 2017

Quando la post-verità della "giornata del ricordo" fu trasformata in verità di Stato...

Perfino a destra, quantomeno fra le persone degne, l'invenzione del "giorno-del-ricordo" risultò fin da subito per quello che era. Il re era nudo fin dall'inizio, fin da quel lontano 10 febbraio 2004...
Giornata del Ricordo
La neo-verità  di Stato fu celebrata in pompa magna presso il pozzo di Ba-
sovizza. A suggellare l'accordo d'Alema-Berlusconi-Fini intervenne in
forma ufficiale il Capo dello Stato, Giorgio  Napolitano. Da quel momen-
to la propaganda del reducismo giuliano-dalmata divenne verità di Stato.
...quando i principali riferi-menti Dem dentro il governo Berlusconi II erano Massimo d'Alema, Gianni Cuperlo e Luciano Violante, un terzetto ansioso di mostrarsi dispo-nibile a "rivedere il passato" proprio come da tempo chie-devano gli eredi della repubblica di Salò: gli Almirante, i Tremaglia, i Fini e anche i neofascisti da "trame nere".
Giornata del Ricordo
Il discorso di Giorgio Napolitano non si mantenne nei limiti di un profilo
istituzionale ma adottò termini e concetti del reducismo fascista: parlò
"di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che
prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di
una pulizia etnica".
👉Le sensibili antenne di un dalmatico come Enzo Bettiza (ultra-destro ma moralmente integro) registrarono imme-diatamente la intima natura di questa operazione ideologica.
Ma lasciamogli la parola riproponendo un articolo pubblicato da "La Stampa" il 13 febbraio del 2005.
“Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco. Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei."

13 febbraio 2015

Gli "italiani brava gente" nella RAI di Bruno Vespa

Questo mito, molto duro a morire, è cresciuto nel dopoguerra democristiano, quando fascisti e criminali di guerra erano ancora in servizio attivo, riciclati e infrattati nelle pieghe della Repubblica nata dalla Resistenza (*).
foibe Bruno Vespa
La figura barbina di Bruno Vespa nella trasmissione "Porta a porta" per
la "Giornata del Ricordo" del 2012. Il popolare anchorman presentò que-
sta foto (fucilazione di partigiani slavi ad opera di  reparti dell'esercito
italiano) come "prova" della nefandezza antiitaliane dei partigiani jugo-
slavi. La figura barbina non merita commenti. Nota: Vespa si si giusti-
ficò dicendo che l’immagine "è tratta da un libro sloveno". Ma si è solo
limitato a sdoganare la propaganda fascista.
Solo dopo la svolta generazionale, dovuta alla scomparsa fisica per motivi di età, le sacche di connivenza e i silenzi complici hanno iniziato ad essere scandagliati dagli storici.
Tra i primi ci fu lo storico Angelo del Boca, soprattutto per quanto concerne la condotta delle forze armate italiane in Africa.
Più tardi e più timidamente, la stessa scoperta dell'acqua calda riguardò anche il nostro comportamento in Jugoslavija.
Così, mentre i neofascisti portati al governo da Berlusconi lanciavano sui media l'"operazione foibe", l'opinione pubblica più avvertita seguiva con interesse i risultati delle più recenti indagini storiche sul fascismo e, quasi inaspettatamente, veniva alla luce il torrente - questo sì carsico - delle testimonianze.
(*) Lo stereotipo buonista degli italiani presunta "brava gente" scimmiotta il titolo del film di uno dei padri del cinema neorealista, Giuseppe De Santis, film ambientato nella carneficina dei reparti ARMIR mandati in Russia da Mussolini per farsi bello con Hitler.

25 gennaio 2015

Dov'era Milovan Gilas nel 1945? O era il 1946? O forse non c'era? Scacco in tre mosse a Wikipedia.

L'interessante genesi di un falso storico che continua ad alimentare il piagnisteo giuliano-dalmata.
1) L'errore di Arrigo Petacco. «Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati
da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via
con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto. (Milovan Gilas)»
. La successi-
va edizione in brossura (priva di copertina) riportava, a pagina 142, l'an-
no esatto: 1946, ma ormai l'amo era stato gettato.
Da dove vengono le bufale che popolano il mondo inventato degli esuli? Basta che uno storico (Arrigo Petacco) faccia un errore (1945 anzichè 1946) e che questo errore venga poi ripreso e "megafonato" nella seguitissima rubrica di un giornalista di grido (Indro Montanelli), ed ecco che il seme del falso è gettato.
2) La contestata intervista rilasciata da Milovan Gilas alla
rivista Panorama di Fiume (nel 1991, durante la disintegrazione
Jugoslava): "[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj
andammo in Istria [durante la visita della commissione inter-
alleata anglo-franco-sovie-tico-statunitense] a organizzare la
propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commis-
sione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci
furono manifestazioni con striscioni e bandiere."
In un’intervista
rilasciata al Giornale di Brescia nel 2006, lo storico Raoul Pupo,
che di certo non può essere sospettato di essere filo-jugoslavo, ha
definito questa dichiarazione una «bufala sparata da Đilas» e
anche che la ricercatrice slovena Nevenka Troha ha dimostrato
«senza ombra didubbio»  che nel 1946 Đilas non mise piede in
Istria. E che in quei mesi Kardelj andò sì in Istria, ma per convin-
cere gli italiani a restare.
Per trasformarlo in frutto ba- sta farlo rimbalzare col taglia e incolla e dopo un po' il falso sboccia e vive di vita propria, ormai "cosa fatta capo ha" e alla galassia del piagnisteo non pare vero di avere un altro mattone da aggiungere alla verità inventata con cui ama baloccarsi.
Non si ascoltano nemmeno le prove del contrario (in questo caso lo storico Raoul Pupo) si preferisce farsi lisciare il pelo, come fa il recente spettacolo musicale di Cristicchi sulle foibe.
3) Ma Wikipedia la prende per buona e alla voce "Istria" riporterà:
«Sebbene queste uccisioni sommarie, precedute in alcuni casi da
sevizie e maltrattamenti, fossero analoghe a quelle perpetrate in
altre zone soggette al controllo dell’armata jugoslava, secondo
quanto testimoniò il braccio destro di Tito Milovan Gilas in Istria
ebbero l’intento di indurre la popolazione italiana a lasciare il
territorio.»
.
Bisognerà attendere il 25 maggio 2013 perchè un utente chieda a Wikipedia di inter- venire e così oggi - a buoi scappati - abbiamo in linea la seguente versione edulcorata: "Questo processo di slavizzazione forzata[27] secondo alcuni[28] sarebbe confermato dalla testimo- nianza del braccio destro di Tito, Milovan Gilas, che affermò testualmente d'essere andato in Istria nel 1946 assieme a Edvard Kardelj per «organizzare la propaganda anti-italiana» e «dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugo- slave» organizzando «manifesta- zioni con striscioni e bandiere». Il fine degli jugoslavi - per Gilas - era quello di indurre gli italiani «ad andare via con pressioni d'ogni genere».[29] La testimonianza di Gilas tuttavia è reputata "di limitata atten- dibilità" e "da considerare con una certa cautela" dallo storico Raoul Pupo.[30] In un'intervista concessa al Giornale di Brescia nel 2006, Pupo si è spinto oltre, definendo tale testi- monianza una "bufala sparata da Gilas": secondo Pupo è stato dimostrato che nel 1946 Gilas non si recò mai in Istria.[31]". (Nota: citazioni riprese dal blog Giap)

11 luglio 2014

Trieste e la "pulizia etnica" fatta dagli italiani

La memoria, quando pretende di farsi storia, non può permettersi di essere selettiva. E quindi: perché sorvoliamo sulle nostre violenze al confine orientale?
Dal 2004 il 10 febbraio è diventato il giorno del Ricordo: si vogliono
commemorare le foibe, le persecuzioni e l’esodo degli italiani d'Istria,
Fiume e Dalmazia. Si ricorda solo quel che si vuole ricordare e si finge
di dimenticare d'aver seminato vento. L'incendio del Narodni Dom non
fu affatto un caso isolato ma segnò l'inzio delle "foibe fasciste".
L'argomento scatena le irate reazioni dei "talebani dell'esodo" come scherzo-
samente chiamo anche i miei parenti fiumani. Qui mi limito a segnalare un articolo pubblicato dal sito giornalistico "L'Inkiesta" in occasione del "giorno del ricordo" del 2013.
Il taglio giornalistico non deve ingannare, è in realtà la miglior sintesi ch'io abbia trovato su quel periodo. Vero è che s'appoggia sui

10 febbraio 2014

Gli addetti ai lavori del piagnisteo giuliano-dalmata

"Il Giornale" di famiglia ha da sempre in pancia i fascisti mediatici sdoganati da Berlusconi e si presta volentieri a dare i numeri, quelli falsi s'intende.
reducismo fascismo revisionismo
Pola, agosto 2013: c'è chi cerca lo scontro e se non ci riesce passa la palla alla stampa amica. L'unico quotidiano che ha riportato questa notizia palesemente preconfezionata è stato "il Giornale" della famiglia Berlusconi. Lo ha fatto con un articolo che sembra preso pari pari da una velina dei servizi segreti italiani degli anni Settanta, anni in puro stile Sifar. Notare la firma in calce all'articolo de "il Giornale": Fausto Biloslavo. Ma vah?

11 febbraio 2013

Foibe e mass-media: un'insopportabile pressapochismo

L'incredibile approssimazione con cui l'argomento "foibe" viene spesso trattato dai mass-media.
foibe Bruno Vespa
La foto si riferisce in realtà alla fucilazione di un gruppo di civili slavi da parte di militari italiani. Che lo svarione venga fatto da un sito sconosciuto e poi ripreso da un aggregatore automatico di notizie come "Liquida" non è bello ma è spiegabile. Inaccettabile - invece - che la bufala sia stata mandata in onda da Bruno Vespa sulla rete RAI.

9 febbraio 2013

Le foibe e il revisionismo storico: intervista a Claudia Cernigoi

Con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 il governo Berlusconi istituì (per legge, appunto) il "Giorno del Ricordo", in pratica una cambiale agli eredi del fascismo giuliano-dalmata che, sdoganati e fatti ministri, battevano cassa.
L'operazione venne sostenuta dall'apparato mediatico di Berlusconi e
prese di sorpresa l'opinione pubblica, che abboccò alla grande. A poste-
riori colpisce l'ingenuità di tanti esponenti politici ex-PCI che finirono
col giocare il ruolo di utili idioti.
Diversi esponenti della sini- stra si fecero incastrare in iniziative, incontri e cele- brazioni, messì lì per legit- timare ricostruzioni azzar date basate su dati distorti. Ci cascò Piero Fassino ma ci cascò sopra tutti l'ottimo Giorgio Napolitano.
👉A mente fredda va ripresa in mano anche una vecchia intervista, molto schierata ma utile per capire, di Claudia Cernigoi, giornalista e stu- diosa di frontiera e di mino- ranza, che all'epoca fu fra le poche voci che richiamavano alla ragione e alla concretezza dei dati.

1) Come posso presentarti?
Sono una giornalista che dopo avere indagato sulla strategia della tensione (neofascismo, stragismo, “misteri d’Italia”), ad un certo punto ha iniziato a dedicarsi alla ricerca storica sulla seconda guerra mondiale,

8 febbraio 2013

"Operazione foibe a Trieste"

E' il titolo che la studiosa triestina Claudia Cernigoi dedicò nel lontano 1997 all'operazione di disinformazione e propaganda costruita negli anni '90 dal neofascismo italiano grazie a Berlusconi.
Il libro è esaurito da tempo ma l'autrice ha acconsentito a renderne dispo-
nibile una versione web.
L'autrice (che è giornalista pubblicista dal 1981, ha col-laborato alle prime radio libere triestine e dirige il periodico "La nuova ala-barda") decise di indagare sulle foibe per contribuire a mettere la parola fine alle speculazioni politiche che su questo argo-mento avevano sfruttato l'appoggio media-tico del berlusconismo rampante. Il libro fu edito dalle Edizioni Kappa Vu di Udine.
"Contabilità dei morti, dunque: e al di là delle roboanti cifre sparate da vari pseudo-storici, in questo libro si dimostra che dall'attuale provincia di Trieste nei fatidici "40 giorni" sono scomparse 517 persone, suddivise in queste categorie: Guardia di Finanza: 112; Militari di formazioni varie: 151; Polizia (compresi membri delle SS): 149; civili (compresi collaborazionisti e spie di vario tipo): 105. Con queste cifre non si può quindi parlare di genocidio, né di pulizia etnica, e neppure di violenza politica finalizzata alla conquista del potere.
Infine in questo libro si delinea la

31 gennaio 2013

Da dove viene la cultura della foiba (e c'entra anche la Lega Nazionale)

La matrice della “cultura della foiba” in Istria.
Localmente le madri parlavano della foiba per spaventare i bambini, in una versione paesana dell'uomo nero. Era faccenda italiana, cultura italica, urbana e costiera che i contadini  slavi dell'entroterra, dove doline e foibe c'erano davvero, sostanzialmente ignoravano.
In un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista questa poesiola era presentata dagli autori come "molto educativa":
"Con approvazione definitiva della commissio-
ne ministeriale pei libri di testo - giugno 1925.
Riprende la poesiola già pubblicata dal ministro
Cobolli-Gigli nel 1919
, ai tempi di Fiume.
De Dante la Favella
Mia mama m’ha insegnà,
Per mi xe la più bella
Che al mondo ghe xe sta.
E per difender questa
E sovenir la Lega [1]
Convien che ognun s’appresta
A fare el suo dover.
O mia cara patria
Mio dolce Pisin ,
Mio nono cantava
Co iero picin.
Me par de vederlo
Là in fondo al castel
Che sempre ‘l dixeva
A questo ed a quel:
Fioi mii, chi che ofende
Pisin, la pagherà:
In fondo alla Foiba
              Finir el dovarà.


Il testo della poesia destinata ai bambini delle elementari "In fondo alla foiba" è tratto dal libro “La Venezia Giulia: Trieste e Istria” Paravia, Torino, 1925.
👉In questo testo, “approvato” per l’uso nelle scuole, si insegnava che il “dovere” di difendere la “favella di Dante” si concretizzava nel far finire in fondo alla “Foiba” (cioè l’orrido che si spalanca a fianco del castello di Pisino, ossia il canyon con l'inghiottitoio della foiba lungo 500 e profondo circa 100 metri più ovviamente la parte sotterranea lunga 270 metri) tutti coloro che “offendevano” Pisino con parole non italiane: in pratica un invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria.
[1] La Lega di cui la poesia fa menzione è la "Lega Nazionale".
👉Vedi altri documenti nel sito diecifebbraio.

29 gennaio 2013

Cultura della foiba: l'istigazione a delinquere

 « Il paese [Pisino d'Istria, n.d.t.] sorge sul bordo di una voragine che la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell'Istria ».
Il ministro Cobolli-Gigli (a destra con i pantaloni a sbuffo)
assieme al ministro del lavoro nazista Seldte (alla sua dx)
alla stazione Termini di Roma nel corso di una visita uffi-
ciale dell'aprile 1939.
Parole del ministro fascista dei Lavori Pubblici Giuseppe Cobolli Gigli, che si era affibbiato da solo il titolo di "Giulio Italico". Non si limitò a parlare, queste parole di "preoccupazione nazionale" le scrisse nel 1927. E pensare che si riferiva all'Istria interna, un territorio a maggioranza slava. Da buon fascista, falsificava la realtà e nel farlo alzava pure la voce.
👉Era lo stesso uomo che nel 1919, complice il clima "fiumano", aveva istigato all'infoibamento degli slavi (ma anche di sindacalisti, socialisti, etc.): "A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che i buta zò in quel fondo chi ga zerto morbin". La "poesia" del libretto fu poi ripresa, elaborata ed inserita in un libro destinato alla scuole elementari dal regime fascista nel 1925.

23 marzo 2012

"A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin"

Sono i versi minacciosi di una canzonetta dialettale diffusa in ambito "italiano" ai tempi dell'impresa di Fiume, poi inserita dal regime fascista in un testo per le scuole ai tempi della italianizzazione dell'Istria.
Foibe
Il dannunziano nazionalista Giuseppe Cobol divenne ministro durante il
regime fascista, quando la sua canzonetta venne inserita con lievi modifi-
che e sotto forma di poesia in un libro di testo destinato alle scuole.
L'irredentista Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in “Cobolli Gigli” e passato al fascismo) teorizzava la pulizia etnica della Venezia Giulia attraverso la sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da altre provincie del Regno.
👉Ancora nel 1919 aveva pubblicato in un libretto dal titolo “Trieste. La fedele di Roma” la trascrizione dell'au-lica canzoncina dialettale:
"A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che i buta zò in quel fondo chi ga zerto morbin. E a chi con zerte storie fra i piè ne vegnerà, diseghe ciaro e tondo: feve più in là, più in là."

24 gennaio 2012

Sui tre no di Boris Pahor

"Il fascismo ci aveva portato via le scuole, la lingua, persino i nomi. Tutto ciò che poteva esprimere, anche vagamente, la nostra identità nazionale fu cancellato."
Boris Pahor, "Tre volte no",
Ed. Rizzoli, Milano, 2009.
Era solo un bambino quando a Trieste fu proibito parlare sloveno. L'italianizzazione forzata, imposta dal fascismo alla città poliglotta in cui era nato e cresciuto, lo segnò per sempre. Studente più volte bocciato, seminarista per ripiego, soldato dell'esercito italiano, antifascista militante, deportato politico, insegnante e infine scrittore di vaglia. Una vita scandita dai tre no opposti con uguale fermezza al fascismo, al nazismo e al comunismo.
Dall'incendio della Casa di cultura slovena ai campi di concentramento, l'autore di "Necropoli" ricorda a chi vuole dimenticare che il fascismo non fu un regime tollerante, ma incarnò un male violento e oppressivo. E ripete che è giusto commemorare le vittime delle foibe, ma è altrettanto necessario ammettere prima i soprusi di una dittatura che voleva abolire le minoranze. La solitudine degli italiani di confine nasce proprio dai silenzi di una memoria troppo indulgente con se stessa, ancora oggi intrisa di sensi di colpa.