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4 agosto 2023

Sulle isole asciutte, dove ogni singola casa aveva la sua cisterna per la raccolta dell'acqua piovana

Senza acqua dolce e in mezzo all'acqua di mare si sopravviveva solo grazie alle cisterne capaci di conservare le piogge tenendole sotto terra. La piccola cisterna di casa e i più grandi pjoveri (i "piovitoi" pubblici).
Una cisterna di casa a Lubenizze/Lubenice, sull'isola di Cherso/Cres, con il pozzo di prelievo.
La cisterna comunitaria nella piazza di Ossero/Osor (isola di Cherso).
Altro che dissalatori! Saranno nate prima le cisterne dei borghi contadini di queste secche isole di pecorai o saranno nate prima le vere da pozzo, con le loro sottostanti cisterne, che popolano i campielli della serenissima repubblica?
Cisterna pubblica nel minuscolo insediamento di Grmov, sempre a Cres.
👉Nessuna isola quarnerina ha una sua fonte di acqua dolce (a parte Cherso, con il suo inspiegabile Lago di Vrana). E infatti non ci sono fiumi sulle isole del Litorale. Proprio per questo, nel passato, prima dell'era degli acquedotti industriali, l'approvvigionamento idrico era la preoccupazione più importante della gente isolana. Ogni casa aveva la sua propria cisterna, che veniva alimentata con l'acqua piovana che cadeva sul tetto di casa. Era l'inverno che alimentava l'estate.
La cisterna pubblica a Vidovici, sull'isola di Cherso/Cres.
👉Poi, c'erano cosiddetti "pjoveri", custoditi delle autorità locali. Il termine veneto "piover" deriva dalla parola piove, pioggia. Il termine non esiste in lingua italiano. Gustirna è il termine con cui viene denominato l’intero sistema grazie al quale la pioggia viene diretta nella vasca di accumulo di acqua piovana. Pjover, invece, è il termine con cui si indica la superficie sopra la gustirna dalla quale l’acqua scorre verso la vasca di accumulo.
👉La struttura è composta da un serbatoio sotterraneo e una superficie ad impluvio fatta di cemento, che nel passato più lontano era anche senza cemento, con sole lastre di pietra ben posate. L'acqua scorre verso il serbatoio attraverso la superficie e cade nella cisterna sottostante, oppure arriva alla cisterna da canalette sotterranee alimentate dai tetti circonvicini.
Le pjovere dei paesini delle isole mi fanno tornare in mente l'invaso lastricato in pietra che alimentava la cisterna d'acqua destinata alle truppe sul monte Coni Zugna sopra Rovereto, durante la WW1 (qui sopra) e, più in generale, la gestione dell'acqua bene comune nelle comunità rurali di montagna, con le loro fontane e lavatoi pubblici.


5 febbraio 2021

La torretta panoramica sul Monte Maggiore

Più di 150 anni fa, precisamente il 4 luglio 1852, certi alpinisti di Fiume intrapresero la prima salita al Monte Maggiore. La cosa fece notizia e il quotidiano di Zagabria "Neven" intitolò: "L'alba sul Monte Maggiore".
La torretta panoramica durante la costruzione. Venne poi inaugurata nel 1911. Era ed é una robusta struttura in pietra a vista alta 5 metri con una scaletta esterna che consente di salire al piccolo terrazzo panoramico. Venne costruita sul punto più alto della lunga cresta sommitale, una gobba oggi nota come Vojak.
La penisola istriana completamente coperta dalle nuvole.
La notizia si diffuse tra gli attivisti del nascente alpinismo europeo. Innanzitutto l'inglese "British Alpine Club" (1857) e l'austriaco "Österreichische Alpenverein" (1862).
👉Così il Monte Maggiore, che in precedenza interessava solo per gli scienziati, geologi e botanici, divenne in breve una meta per escursionisti, nonché di gitanti e turisti ordinari che villeggiavano a Abbazia.
Durante la prima guerra mondiale la torretta divenne
Negli anni sono state apportate tante piccole modifiche.
un osservatorio bellico della Marina austriaca.
👉Nelle giornate limpide dalla torretta si gode di una magnifica vista su tutto il Golfo del Quarnero, su Fiume, sulle isole di Veglia, di Cherso, e sull'intera Istria, fino alle ciminiere industriali di Monfalcone e, nei giorni più tersi, la corona delle Alpi.
La cima del Monte Maggiore (che in realtà é un gruppo) si chiama Vojak, è alta 1.401 metri e dal 1911 ospita una torretta-belvedere, con una vista a 360 gradi che spazia dal mare all'entroterra. Negli anni Trenta il Monte Maggiore entrò nel campo di interesse dei rocciatori sestogradisti, grazie ai suoi pinnacoli di roccia calcarea.

8 ottobre 2020

Puzzavano di pesce le operaie delle sardine....

Molti villaggi della costa e delle isole avevano un conservificio, uno stabilimento per inscatolare il pesce che impiegava soprattutto donne.
Lavoratrici della Plavica a Cres, foto H-Alter
"La cosa peggiore era preparare i filetti di acciuga sotto sale", ricorda K.K., abbozzando il gesto di affettare i filetti immaginari sulla tavola. “Si fanno a pezzi, bisogna pulirli, dividere ogni filetto a metà, arrotolarli, mettere al centro un cappero”.
lussinpiccolo tvornica del pesce
L'ex-stabilimento del pesce "Kvarner" a Lussinpiccolo (2019). "Facevano un lavoro molto duro. Ma si guadagnavano da vivere da sole. Le fabbriche spesso impiegavano donne dell'entroterra dalmata o della Bosnia Erzegovina.".

Lo stabilimento "Plavica Cres" a Cherso, in funzione dal 1896 al 2013. Oggi ospita un bar molto frequentato e orgoglioso della propria storia. Sull'epopea del pesce inscatolato si veda il report nel sito balcaniecaucaso.org e il testo originale in H-alter.orgH-alter.org.

5 agosto 2020

Il costume delle donne di Sansego (Susak)

Molto piccola e scarsamente abitata, l’isola di Susak è oggi più di ieri un microcosmo particolare (è l'unica isola di sabbia del Quarnaro).
Unica isola sabbiosa del Quarnaro, la piccola Sansego/Susak si raggiun-
ge in un un'oretta di barca da Lussino.
Nel dialetto locale la gonna tradizionale femminile è chiamata kamizoti.
Consta di cinque o sei gonne bianche la cui lunghezza varia dall’una all’altra di un dito.
Ai bordi di ognuna di esse viene cucito un merletto chiamato kamufi.
👉Oltre al kamizoti, il costume tradizionale è completato dalla kosula (camicia), dalle mudonde (mutande o braghe), dalla suknica (sottogonna), dalle kalcete (calze), dal bust (busto), dalla traviersla (grembiule), dal bravaruol (fazzoletto) e dalle carape (scarpini da festa).
Un particolare del clanak tradizionale di Sansego, che i locali chiamano kamizoti.

4 luglio 2020

Le isole della bora: una guida del tipo "turismo lento" dedicata a Cherso e Lussino (in italiano)

Non siamo più negli ani '60 e da almeno trent'anni anche il Quarnaro è diventato meta, protagonista e in parte vittima del turismo di massa.
le isole della bora
"Cherso e Lussino. Le isole della bora", Ediciclo Editore, Portogruaro
(VE), 2020.  240 pagine, 18 Euro, no E-book.
Ma questa é una guida dichiaratamente alternativa e rivolta al turista, diciamo così, riflessivo, curioso.
Naturalmente resta "solo" una guida turistica (tipo Lonely Planet) e non un reportage di viaggio che scava nelle profondità delle cose.
👉Chi fosse interessato a qualche approfondimento sui temi del quadrante europeo sudorientale potrà cercare tra le molte recensioni di viaggiareibalcani.it, un sito che a volte é un po' troppo 
le isole della bora
Una guida pensata per chi si muove a piedi o al massimo in bici o kayak.
schierato, piuttosto militante, magari ideologico e anche un po' troppo snob, a mio avviso, ma di sicuro non puramente modaiolo, almeno non nel senso seccamente mediatico del termine.
👉Sono 26 itinerari, quasi tutti a piedi, ciascuno motivato da un input storico, geografico o culturale, e ci sono anche le tracce GPS, da scaricare dal sito della casa editrice.
le isole della bora
L'inquadramento geografico, storico e antropologico occupa una buona parte del libro, il che non é male, e anche le schede tematiche (l'allevamento delle pecore, la fauna del posto, la doppia identità etnica e quella delle piccole isole, eccetera) aiutano a schiarirsi le idee su ciò che si vede e si attraversa mentre si procede a piedi fra le isole della bora.

L'allevamento delle pecore e i muretti a secco, gli insetti e la fauna delle isole, le antiche vie pedonali, come quella da Martinscica a Lubenice, gli odori e gli aromi delle isole che diventano piccole industrie, le isole minori dell'arcipelago quarnerino, la diversità delle lingue. Non c'è tutto, ma ok, ne vale la pena. L'ho comprata e messa nello zaino, pronto per il dopo-Coronavirus (che per me significa autunno).

7 agosto 2019

L'elicriso, che cattura l'odore delle isole del sole

Le isole del Quarnaro hanno un loro odore secco e penetrante, che nelle calde settimane estive si mischia al frinire delle cicale.
elicriso
C'è un bel post di un blog dalmata che ne parla diffusamente, anche se è
scritto in croato, ovviamente.
Non è l'aroma della salvia, o del ginepro, o del timo, o di qualche altra fra le tante piante aromatiche che vi crescono spontaneamente.
👉L'impronta olfattiva delle isole viene dall'elicrisio, una modesta piantina grigia dai fiori gialli, che si trova a bene fra la pietra e il vento e che coi suoi colori sbiaditi si mimetizza fra le chiare rocce carsiche su cui prolifica.
Si trova a suo agio col solleone più implacabile, e per tutto l'anno rilascia gli aromi accumulati d'estate...
👉Si mette un mazzetto fra la biancheria e quando si apre l'armadio ne esce il profumo delle isole.
elicriso
Piantine di elicriso nella baia di Martinscica, a due passi dall'antica distilleria di olii essenziali creata da Andrej Linardic, oggi Ristorante Sidro. In basso a destra: un cespuglione di elicriso approfitta dei ruderi della vecchia tonnara per trovare riparo dall'impietosa bora invernale e garantirsi così la sopravvivenza.

3 luglio 2019

Sansego, l'isola delle canne e delle belle donne

In greco sansegos significa origano e l'isoletta ne è effettivamente piena. Le canne sono arrivate dopo, cresciute dopo la debacle della coltivazione della vite negli anni della Jugoslavija. E le belle donne?
sansego susak
Ci si arriva da Lussino, meglio con le barche private che fanno andata e ritorno in giornata: il servizio pubblico costringerebbe al pernottamento. Ci si arriva con calma, 7 o 8 nodi, mentre a bordo si mangiano sgombri e crauti...


sansego susak
E' l'unica isola del Quarnaro fatta di sabbia. Oggi le canne selvatiche in-
vadono le antiche coltivazioni a vigna e accerchiano il paese, che è divi-
so in due: quello basso (vicino al porto, nella foto) e quello alto, che si
raggiunge con una scalinata di 150 gradini.
Oggi si chiama Susak, proprio come il quartiere oltre fiume di Rijeka, il capoluogo del golfo.
sansego susak
L'insediamento più antico è Sansego Alta/Gornje Susak.
👉Gli abitanti di Sansego si sono sempre sostentati producendo vino, coltivando orti, e pescando. Gli isolani produssero una buona quantità di vino e grappa tra il 1936 e il 1969 grazie a una cantina cooperativa, nota col nome dialettale istro-veneto: la vinaccèra.
👉Era anche attivo un conservificio di pesce azzurro, qui catalogato sotto il nome generico di sardèle.
sansego 1910
Il nome viene dalla parola greca sansegos che significa origano, pianta
che cresce in abbondanza sull'isola. (foto da "Istriadalmaziacards")
Dalla metà degli anni sessanta, l'isola è stata invece spopolata dalla emigrazione, con il centro principale praticamente in rovina.
D'estate l'isola vive ancora qualche momento di vitalità: qualche emigrato che ha fatto fortuna ritorna all'isola natia dove ha ristrutturato la casa avita, esibendo con gusto spesso pacchiano i segni del raggiunto benessere.
Mentre tra i sentieri fra le canne e la sabbia si incrociano rari protagonisti di un turismo contemplativo e alternativo, che portano impressi nel proprio aspetto i segni di una esibita alterità, quasi una plasticosa riedizione radical-chic dell'estetica hippy degli anni Sessanta.
👉Tra gli abitanti più anziani le imprecazioni sono sempre proferite in lingua italiana anche se gli abitanti parlando un dialetto locale su base croata.
susak sansego
"Sansego è una delle isole dell'Adriatico orientale che hanno maggiormente subito un tracollo nel numero degli abitanti dopo la seconda guerra mondiale: nel 1948 erano 1629, mentre nel 2011 erano rimasti in 151. La maggior parte dei sansegotti si è spostata negli Stati Uniti: nel New Jersey esiste il Susak-Klapa Social Club, che mantiene ancora vive le tradizioni isolane. Il dialetto di Sansego è particolare: di base croata, presenta alcune parole derivate dal veneziano. L'isola infatti fu nei domini veneziani per secoli. Caratteristici sono anche i coloratissimi costumi femminili di Sansego." (dal gruppo Facebook "Istriadalmaziacards")
sansego susak
Il governo italiano sotto Benito Mussolini iniziò l'italianizzazione dei nuovi territori italiani. A Sansego, per esempio, il governo fascista cambiò il nome e la pronuncia di alcuni dei cognomi: "Tarabokija" divenne "Tarabocchia"; "Picinić" divenne "Piccini". La lettura delle lapidi al cimitero di Sansego alta è quindi alquanto fuorviante...
sansego susak
L'isola come si presenta a chi proviene da Lussino. Al centro i due insediamenti di Sansego "alta" e bassa".
susak sansego
A sinistra: la la vinaccèra, ossia la cooperativa vitivinicola che (assieme allo stabilimento di inscatolamento del pesce attivo dal 1939 al 1964) sostenne l'economia isolana dal 1936 fino al 1959 nel suo abbandonato aspetto attuale; aspetto che contrasta con l'estetica americaneggiante delle casa dagli emigrati che lasciarono l'isola negli stessi anni e che oggi ci tornano per le vacanze estive.
sansego susak
Sansego ha una sua peculiare atmosfera di abbandono e silenzi distribuiti fra il borgo del porto e quello più in alto, più antico e che continua a parlarci di storie passate e ormai lontane.

22 marzo 2019

L'inverno nel Quarnaro

Può essere anche molto cattivo, può riuscire a congelare gli spruzzi di acqua salata sulle barche riparate nel mandracchio del paese.
vrana martinscica cres
La chiesetta di Vrana nell'inverno 1969-1970. Oggi la strada è stata spostata sulla sinistra, ed è molto più larga.

4 dicembre 2018

La cisterna per l'acqua di casa

L'Istria e le isole del Quarnaro, con quei loro borghi d'altura e quelle rocce carsiche, sono da sempre abituate a lottare con la penuria d'acqua dolce, e da sempre si sono attrezzate alla bisogna.
cisterna per l'acqua
Ogni casa dispone di una cisterna in cemento alimentata dalle acque piovane incanalate dal tetto. Solo l'isola di Cherso ha avuto la fortuna di disporre di una riserva d'acqua dolce: il lago di Vrana, in cui pescano gli acquedotti costruiti negli anni Cinquanta dalla Jugoslavija socialista e che alimentano i centri abitati.
cisterna per l'acqua
Ma nelle campagne più isolate l'accesso all'acqua continua ad avveniree tramite il simil-pozzo che pesca nella cisterna. Si cala il secchio con una carrucola, e poi lo si tira su pieno. Per una casa unifamiliare serviva una cisterna di 10-20 metri cubi. Le migliori erano quelle che, all'interno, venivano intonacate con una malta fatta di calce spenta e terra rossa d'Istria.

5 agosto 2018

Una geografia di mare, di Stati e di misure: a Trieste "c'erano sempre 40 centimetri in meno"

Durante la breve traversata da Brestova a Faresina/Porozina, la penna di Paolo Rumiz raccoglie la dimenticata storia delle altimetrie austriache, che venivano misurate dallo "zero" batimetrico triestino,
carta istria
In questa carta italiana del 1920 è ben evidente il Canale della Faresina.
e dei malintesi che si produssero una volta passati sotto il Regno d'Italia, che usava quelle genovesi.

"Durante la traversata Cesare Tarabocchia da Lussino raccontò una storia stupefacente. Disse che nel 1918, col passaggio di Trieste all'Italia, il punto zero trigonometrico agganciato al livello del mare non fu più calcolato sull'Adriatico settentrionale, ma sul Tirreno, con punto di riferimento Genova. E poiché il mare d'Occidente era mediamente più basso di quaranta centimetri rispetto a quello d'Oriente, il livello reale del mare a Trieste risultò quasi sempre superiore a quello virtuale impostoci dai tirrenici, il che falsò dalle nostre parti le misure altimetriche calcolate su quello zero d'importazione. C'erano sempre quaranta centimetri in meno.
Gli italiani ignoravano che tutto il reticolo delle altimetrie austro-ungariche era stato costruito proprio a partire dallo zero triestino, e per la precisione sul livello del mare nel canale di Ponterosso, misurato dai geografi imperiali. Non sapevano che l'altezza dei monti transilvani e della Slovacchia, dei campanili dell'Ungheria e del Tirolo, delle colline di Moravia e delle isole dalmate, tutto dipendeva dal mare di Trieste, primo porto dell'impero. Ma anche dopo il 1918 le nazioni nate dalla dissoluzione dell'Austria-Ungheria conservarono le trigonometrie imperiali. Tutte, salvo l'Italia alla frontiera dell'est. Col risultato che oggi, dal Lago di Costanza ai Carpazi, le altimetrie di mezza Europa sono calcolate su una città che per una beffa del destino non può misurare in modo veritiero nemmeno se stessa.
Appoggiato alla murata del traghetto, pensai che ancora oggi quei centimetri verticali misurano la cancellazione di un grande ruolo europeo, meglio dei chilometri fra Trieste e Roma, e persino meglio degli orari Trenitalia. Riflettei che a Trieste – a differenza di Lussino - non esiste un museo della marineria degno di questo nome per il semplice motivo che esso magnificherebbe un passato austriaco. E conclusi che è difficile avere un futuro, se il presente si fonda su tali rimozioni. Pensai tutto questo sulla rotta di Faresina, mentre il sole puntava allo zenith. Sui traghetti c'è che viene e c'è chi va, e la mente macina strade vagabonde e travolge le barriere del tempo."

(da "il Piccolo" del 3 novembre 2012)
Brestova Porozina
Estate 2017: dal traghetto che porta a Porozina. Oltre al molo di Brestova, si individuano il borgo di Brsec e la cima del Monte Maggiore.

16 luglio 2018

"Milica Jardasa", la passeggiata a mare che dalla baia di Preluca va verso Costabella

Lo fa collegando una serie di spiaggette e piccoli approdi tra la baia di Preluk e il quartiere di Kantrida, all'estrema periferia occidentale della città di Fiume.
Qui si sta tranquilli sempre, perfino a ferragosto. E' un tratto di costa completamente sconosciuto al turismo massificato della vicina Abbazia e fortunatamente ignorato dai cafoni neo-ricchi della "Croazia da bere". Anche se Costabella si trova proprio di fronte ad Abbazia ne sembra lontana mille miglia. Offre un notevole colpo d'occhio sull'intero litorale e sul massiccio del Monte Maggiore (Utcka, in croato) che lo chiude alle spalle.

Questa passeggiata va dalla baia di Preluk (Preluca) fino a Kantrida (Can-
trida, la periferia di Fiume, popolare e proletaria, dove c'è il cantiere nava-
le "3 Maggio") ed è lunga circa 3 chilometri.
Vedi le altre foto in Google Photo.
La passeggiata "Milica Jardasa" inizia alla baia di Preluca (Preluk).
A tratti più larga e simile a una classica Promenade, a volte più stretta, si spinge per 2,5 chilometri in direzione di Kantrida, passando fra scogli e calette, sempre a pelo d'acqua.
La municipalità di Rijeka ha in previsione di prolungarla di altri 3,5 chilometri edi farla giungere fino ai bagni di Kantrida.
Per ora si ferma all'altezza del bivio della litoranea, sbarrata
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
da una proprietà privata.
Venne realizzata ai tempi della dominazione italiana, come testimoniano le modeste villette in stile modernista e fascisteggiante, che ci sono giunte praticamente intatte, perfettamente conservate perfino negli infissi.
Ripercorsa oggi appare modesta, molto diversa dalla prorompente eleganza delle sontuose Promenaden asbur-giche della vicina Abbazia. Qui tutto è in tono minore, come minore era stato il fascismo italico che tentò - con risultati mo-desti assai - di gonfiare il petto nel ventennio del "libro e moschetto".
I gerarchetti e i pubblici funzionari italiani arrivati qui dopo la prima guerra mondiale, quando la città venne annessa al Regno d'Italia (ormai governato dal mascellone Mussolini) erano gente di bocca buona... figli del popolo che magari da piccoli avevano fatto la fame nelle zone depresse del Regno d'Italia e che di colpo erano diventati temuti funzionari pubblici.
Di quel mondo sopravvivono alcune amabili villette in stile modernista/futurista e anche dei bei tratti di passeggiata, ma Costabella è stata soprattutto un vorrei ma non posso, goffa imitazione dello splendore asburgico. L'orbace e l'autarchia rimanevano molto al di sotto delle sete e broccati del cosmopolitismo imperiale.

31 gennaio 2018

Certi inverni glaciali nella baia di Buccari

Anche Buccari/Bakar, come la temperata Abbazia/Opatija, si affaccia sul grande Golfo del Quarnaro. Ma a volte il suo clima invernale sa essere molto più continentale. Non succede tutti gli anni, però...
buccari bakar
L'aria è tersa e gelida. L'acqua di mare gela a -6 gradi centigradi, così mi dice il Fiore, vecchio lussignano con una lunga carriera come ufficiale di macchina della marineria jugoslava.

28 agosto 2017

Da Vidovici a Lubenice, a piedi per gli antichi tratturi dell'isola di Cherso/Cres

I borghi d'altura erano collegati da una rete di sentieri e mulattiere che disegnavano una gerarchia delle distanze del tutto diversa dell'attuale. Qui, per esempio, siamo dell'isola più lunga del Quarnaro.
Lubenice Cres
Il punto di arrivo della camminata è il borgo alto di Lubenizze/Lubenice, un posto che fa parte di siti "patrimonio Unesco". La camminata da Vidovici a Lubenice è un facile percorso pedonale che collega due borghi alti dell'isola di Cherso/Cres.



Vidovici Martinscica Cres
Il percorso descritto parte da qui, dall'antico borgo di Vidovici, che guar-
da dall'alto la baia di San Martino/Martinscica. Nella foto, al centro, si
vede con chiarezza l'elevazione del Monte Ossero/Osorscica, che ospita
l'unico rifugio alpino del golfo del Quarnaro/Kvarner.
Vedi le altre foto in Google Photo.
Un tempo gli abitanti delle isole si avvalevano di una vasta rete di mulattiere che collegavano i paesini restando sempre in quota, costruendo in tal modo una rete facile da percorrere e quindi anche una comunità interconnessa
Passavano fra le magre coltivazioni di orti e vigne, si insinuavano fra i recinti che impedivano alle pecore, che per il resto venivano allevate allo stato semi-selvaggio, di disperdersi.
Vidovici dipendeva da Lubenizze, che a propria volta
GPS Vidovici Lubenice
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
dipendeva da Cherso (queste sono le versioni italiane dei toponimi).
Le mulattiere, i sentieri e le stradelle di servizio delle coltivazioni e degli armenti erano l'infrastruttura viaria su cui poggiavano quelle amministrative e giudiziarie.
A piedi - restando in quota - le distanza si percorrevano molto in fretta, attraversando un

30 maggio 2017

Le "lesse", quegli strani cancelli di legno grezzo nei muretti a secco

Da queste parti il legno era poco e prezioso. Veniva usato con parsimonia sia in edilizia che in campagna. Ma per i cancelletti dei passaggi per uomini e pecore dei muretti a secco bastava qualche ramo.
lese, zatoke, cancelli sull'isola di Cres
Sotto il cartello con la scritta si vede la kuka, il ramo con un uncino a
"V" rovesciata che serviva da "chiave" (ključ) del cancello in quanto ne
bloccava l'apertura. A destra, in legno grigio più vecchio, il palo che fun-
geva da cardine e centro di rotazione. Foto presa sull'isola di Cherso.
I cancelletti di legno (lese, zatoke) venivano sistemati nei punti di accesso (klanac, klančić, staza) e di passaggio tra i lotti. La loro larghezza misurava tanto quanto era necessario al passaggio dell’asino con il suo carico.
Se il cancello si trovava sulla via, corrispondeva alla sua larghezza, mentre i cancelli posti tra una parcella e l'altra erano più piccoli. I punti da cui passavano solo le pecore erano più stretti, mentre quelli tra le parcelle
lese, zatoke, cancelli sull'isola di Cres
Quando, nella seconda metà del secolo scorso, vennero gradualmente
introdotti  i trattori, si rese necessario allargare i passaggi. Certi pas-
saggi singoli furono così sostituiti da quelli doppi. Nella foto si vede
appunto un cancello doppio a Loznati, sull'isola di Cherso.
confinanti, da cui si passava con gli asini e i cavalli, più larghi. Il cancello singolo rendeva possibile la comunicazione tra le parcelle e il sentiero, mentre vi si passava con le pecore e i muli carichi.
👉Per costruirli, si usava il legno più resistente. Il ginepro (smreka, breka) andava tagliato nel periodo di quiete, tra ottobre e aprile, dopo il plenilunio, al fine di assicurare una qualità duratura. Doveva poi venir ripulito dalla
lese, zatoke, cancelli sull'isola di Cres
Cancello "moderno" in rete e tubi da idraulico messo a chiudere un polla-
io ad Orlec (isola di Cherso). Ancora oggi si realizzano cancelli di legno
ma sempre più spesso vengono sostituiti da quelli nuovi eseguiti in ferro
o in rete, da porte imbastite con pezzi di legno, da vecchie reti da letto o
anche semplicemente da rami secchi buttati alla meno peggio.
corteccia.
👉Due grossi pali, alti circa 1,5 m, venivano usati come stipiti (vratnice). Uno era un po’ più lungo, perché doveva avere la funzione di asse portante e la sua parte inferiore veniva conficcata nel terreno, oppure vi andava sistemata sotto una lastra di pietra. I due pali verticali venivano collegati da bastoni di frassino o ginepro. Nello stipite si effettuavano 7–8  buchi per conficcarvi altri  paletti. Da  una parte, alcuni di questi paletti sporgevano di molto, mentre dall’altra, cioè sullo stipite portante, appena un poco.
Nel caso che il buco non corrispondesse al bastone, lo fissavano con un cuneo (kunj) di legno.
Bisognava fissare separatamente il cancello di legno sul palo (stožer) di  ginepro, su cui erano stati lasciati attaccati alcuni rami, precedentemente accorciati, che servivano per esser incuneati  nel  muro a  secco.
Per far ciò, si rendeva necessario abbattere l'estremità del muro e ricostruirla interamente di modo che i rami del palo fossero fissati al suo interno, tra le pietre sistemate  a  croce (križ). Anche l’estremità doveva essere interrata.
👉Il cancello veniva posto all’interno della parcella e bisognava fare particolare attenzione che, al momento dell’apertura del cancello, esso ritornasse nella sua posizione iniziale. Andava fissato al palo di legno con lo spago o il filo di ferro e, per evitare che qualcuno lo aprisse spingendolo (rival va nju), veniva  pure "chiuso  a  chiave" (zaveružit). Tagliavano  un pezzo di ginepro facendo in modo di lasciare dei rami a forma di lettera "V" e lo fissavano nel muro a  secco, nella parte in cui il cancello non era attaccato al palo. Attraverso l’apertura veniva inserito un uncino (kučica), ricavato pure esso dal legno di ginepro. Più tardi aggiunsero al bastone un cappio di fil di ferro, attraverso il quale s’inseriva l’uncino.
La costruzione di un buon cancello che poi durava per decenni è un lavoro prettamente maschile. Le conoscenze  relative alla realizzazione di un cancello resistente si trasmettevano da generazione a generazione, sia grazie all’osservazione attenta, sia grazie alla partecipazione ai lavori. I giovani di circa 15 anni aiutavano nella fase di preparazione del legno, ma anche della costruzione vera e propria. Ogni pastore doveva essere capace di costruire un cancello.
(testo liberamente tratto da "Contributo alla Ricerca sull’Allevamento Tradizionale di Pecore nell’Isola di Cherso", Ekopark Pernat, Lubenice, Tiskara Zambelli, Rijeka, 2009).

18 marzo 2017

Il formidabile agnello di Cherso.

Noto e ricercato fin dai tempi più antichi, quando la lunga isola di Cherso e Lussino era nota soprattutto per la sua comunità di pecorai.
agnello di cherso
In basso a destra vediamo la peka, la tradizionale campana metallica che
veniva usata nelle cotture a fuoco lento sotto le braci del camino di casa.
agnello di cherso
Sull'isola di Cherso l'allevamento delle pecore veniva praticato allo stato
brado. Ipastore si limitava a controllare lo stato delle greggi confinate
fra muretti secco e a regolare come un vigile urbano il transito delle
bestie dall'uno all'altro appezzamento.
Tra i piatti di carne l’agnello arrosto o allo spiedo era una presenza obbligata, anche perchè sull'isola l'allevamento dei bovini era praticamente assente.
👉Tra i primi piatti c'era il brodo fumante di castrato, mentre la coscia di agnello è adatta soprattutto per la cottura al forno e la spalla si presta alle preparazioni in umido di lunga cottura perché la sua carne è dura.
👉Il carré di agnello è costituito dal dorso dell’animale, con le costole. Viene utilizzato per preparazioni al forno, molto ad effetto grazie alle costole che sporgono esternamente.
Tagliato a sezioni, il carré viene ridotto in costine, da fare alla griglia oppure fritte. Se invece le costole vengono rimosse, il carré tagliato a fette produce il lombo affettato, una sorta di bistecca con le ossa della colonna al centro.
agnello in peka
L'agnello cotto lentamente nella peka, la campana metallica usata per cuocere fra le braci del focolare.

la loro esi
gua vegeta
zio
ne, i pascoli sparsi su

14 marzo 2017

La Bakarska Vodica, lo spumante dolce di Buccari

La “Bakarska vodica” viene definita "vino spumante naturale" perchè (a differenza degli spumanti champagne, che erano vinificati secondo il
Bakarska Vodica
Gli stretti terrazzamenti di Buccari, tirati su dalla fatica di generazioni,
vivono una ritrovata giovinezza, dopo l'infausta parentesi della Jugosla-
vija di Tito, che mandò a remengo l'agricoltura della costa.
metodo francese), non prevede l'aggiunta di zucchero. In sostanza viene fatto come si faceva un tempo il vecchio spumante di Asti.
Sopra la baia di Buccari si ri-coltiva l'uva Belina, un vitigno autoctono da sempre coltivato sulle ripide sassaie che chiudono a settentrione la Baia di Bucari/Bakar.
Bakarska Vodica
Nel 2002 la cooperativa agricola "Dolčina" di Praputnjak ha deciso di ridare vita, dopo più di mezzo secolo di abbandono, alla Bakarska Vodica che "ai tempi" era riconosciuta dalla legge vinicola del 1929 e veniva consumata perfino presso la corte inglese.
Generazione dopo generazione i contadini hanno portato sulle spalle grandi ceste colme di terra e hanno costruito quei muri a secco a un metro l’uno dall'altro solo per piantarvi e coltivarvi la vigna Belina.

5 dicembre 2016

I pesci d'acqua dolce dell'isola di Cherso

Non solo pesce azzurro e tonni, insomma non solo pesce di mare... c'è anche il vasto e profondo lago di Vrana, con le sue acque dolci che da sempre forniscono lucci, tinche, anguille...
cherso cres anguilla
Il luccio, la tinca e l'anguilla. Tre pesci di acqua dolce presenti nel lago 
di Vrana (in basso a  sinistra). Preziosa riserva naturale di acqua potabil-
e che venne collegata col vicino centro di Martinscica nel dopoguerra gra-
zie al lavoro dei paesani. Oggi alimenta anche gli acquedotti di Cherso e
dell'isola di Lussino. Nella colonna di destra, al centro, l'anguilla arrosti-
ta sulla gradela, cioè alla brace e più in basso la bella baia di Martinscica,
il centro abitato più vicino al lago.
"Oltre la pescagione marina, che per essì è un capo di commercio, anno anche gli abitanti di Cherso la pesca d'acqua dolce, che loro potrebbe servire di passatempo non infruttuoso. Eglino non ànno già un fiume, come lasciò scritto alcuno ingannato dalle poco esatte relazioni, o dall'apparenza esteriore della Valle formata dall'acque piovane a Caisole presso alla punta Settentrionale dell' Isola: ma ben anno un Lago, in cui vivono Luccj di 30 e più libbre, e Tinche, e Anguille e altri pesci lacustri d'ottimo sapore." (Alberto Fortis "Saggio d'osservazione sopra l'isola di Cherso e Osero: con tavole", Venezia, gennaio 1771)