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13 settembre 2026

La battana, la barca a fondo piatto del Quarnaro

La battana è una piccola imbarcazione in legno usata per la pesca e il piccolo cabotaggio, diffusa lungo tutta la costa adriatica ma emblematica dell'Istria e delle isole del Golfo del Quarnaro.
Barca a remi armata con una vela al terzo con il vento a traverso. Andare di bolina (col vento di traverso) una barca senza chiglia profonda, tende a "scarrocciare" (scivolare di lato). Per contrastare la deriva, il battelliere agisce su tre elementi: il timone a pala profonda,  spostarsi sopravento per bilanciare lo sbandamento, usare un remo come zavorra improvvisata sul lato sottovento. In fase di virata, la vela deve "scavalcare" (fatta passare da un lato all'altro dell'albero), una manovra rapida eseguita mollando leggermente la drizza per permettere al pennone di ruotare attorno all'albero prima di cazzare nuovamente la scotta.
"La Battana" è stata per molti anni una rivista periodica
in lingua italiana edita dalla casa editrice EDIT di Fiu-
me/Rijeka.
Ha il fondo piatto: la caratteristica fondamentale della battana è la totale assenza di chiglia. Il fondo è completamente piatto, il che le permetteva di navigare nei bassi fondali sottocosta e di essere tirata a secca sulle spiagge senza bisogno di moli o infrastrutture portuali.
E' piccola e semplice: lunga tra i 4 e gli 8 metri, costruita con legni locali (quercia) e poveri (pino). La struttura semplice la rendeva semplice d economica da costruire. Prua rialzata e sponde (fianchi) piatte e svasate verso l'esterno.
Alterna i remi alla vela: è mossa principalmente a remi (spesso con la tecnica della "voga alla veneta", con il pescatore in piedi rivolto verso la prua). Con vento favorevole, si arma con una "vela al terzo" di forma trapezoidale, spesso dipinta con simboli e colori distintivi del proprietario.

Schema funzionale dell'armatura "al terzo".
La vela al terzo ha una forma trapezoidale e si dice "al terzo" perché per navigare il pennone viene sollevato sull'albero fino a 2/3 dell'albero (1/3 sotto la testa d'albero). Tirando su il pennone si tira su anche la vela trapezoidale. Una volta issata, la vela viene governata tramite una fune legata al suo vertice alto (l'angolo superiore) chiamato "penna".
👉La vela al terzo si issa e si ammaina in pochissimi secondi, fondamentale per la pesca e per gestire improvvisi colpi di vento tipici dell'Alto Adriatico (come la bora). Col vento in poppa la battana è capace di ottime prestazioni perchè il fondo piatto riduce al minimo l'attrito con l'acqua, permettendo alla barca di scivolare velocemente sul filo della superficie.

12 maggio 2026

I rustici salumi dell'entroterra sono sempre più alpestri che marinari, perché di radice contadina

La Künstenland austro-ungarica era fatta di coste, mare, porti, isole e marinai. Ma le cucine dell'interno erano anche slovene, croate, serbe, ungheresi...
Castagne e salame da taglio. Cosa c'è di più continentale di questa domača dimljena kobasica (salsiccia casereccia affumicata) dell'interno istriano? Come tanti altri cibi della meticcia cucina istriana, di certo non fatta di solo pesce.



Domača klobasa
Ed ecco una domača klobasa, ossia una salsiccia domestica slovena "fatta in casa", quella da cuocere prima della consumazione. Non da taglio. Esiste in decine di versioni, ciascuna delle quali pretende d'essere unica e migliore. Ma è sempre lei, la cugina "ordinaria" della più blasonata kranjska.
luganiga de Cragno
La kranjska klobasa: (salsiccia di Kranj, luganiga de Cragno in dialetto triestino). La morte sua è bollita e accompagnata ai crauti o alle patate in padella. Nel periodo del socialismo, la salsiccia di Kranj era davvero un fast food economico e per questo i vipparoli della "nuova Croazia" ora la snobbano. Ha avuto anche la disgrazia che negli anni '70 e '80 nel secolo scorso il burek s'era intanto affermato come street-food. Ma oggi vive una seconda giovinezza. E' la nobildonna della vasta famiglia della contadina domača klobasa.
suha klobasa
La domača suha klobasa: salametto stagionato (domača=casalingo e suha=secco) fatto in casa con carni e grasso di maiale, con sale e pepe. Insaccato in un budello naturale, viene poi affumicato con legno di faggio e successivamente essiccato nell'aria di montagna, cosa che assicura la durata nel tempo. E' parente stretta del classico Kaminwurz tirolese.
istraska suha kobasica
La istarska suha kobasica: praticamente identica alla domača suha klobasa di cui sopra, ma col richiamo territoriale all'Istria nel nome. Esiste anche in versione dalmata (dalmatinska suha kobasica), ma si tratta sempre e solo di una semplice variazione nel nome.
kajzarska klobasa
La kajžarska klobasa: prodotto di punta della macelleria Anton di Kamnik, dal momento che è anche all'interno del progetto nazionale di promozione delle tradizioni slovene. Salsiccia di maiale da cuocere. Insomma, una delle mille varianti della domača klobasa.

laska suha klobasa
Una laška suha klobasa: questo salametto da taglio prende il nome da Laško, un paese della Slovenia centrale. E' fatto di carne mista: non solo maiale ma anche manzo, sempre con l'aggiunta della pancetta.


Baraniska kobasica:
La baraniska kobasica: lunga e secca, viene dalla Barania. E' una classica suha (asciutta, secca, cioè da taglio) che viene dalla Baranja e come tante sue consorelle è anche dimljena, cioè affumicata, nonchè trajna, cioè da taglio e a lunga conservazione.


domaca dimljena kobasica
La domača dimljena kobasica: il nome (croato) significa "salsiccia affumicata fatta in casa" e viene proposta come ispirata alla salsiccia affumicata e stagionata fatta dai contadini istriani.

kamniška domača klobasa
Ed ecco la kamniška domača klobasa: E' una delle numerose varianti geografiche della famosa kranjska klobasa. Il nome infatti significa "la kranjska di Kamnik" e Kamnik è una città slovena. Altra variante regionale della kranjska è la goreniska klobasa, che prende il nome da Gorenjska (cioè Alta Carniola).

12 febbraio 2026

Kolačarke, variante dolce delle savrinke istriane

Quando c'erano delle feste o delle sagre paesane queste donne dell'entroterra slavo ci andavano per  vendere dolci e ciambelle, ed erano chiamate kolačarke (le savrinke invece vendevano di tutto).
Il loro nome che deriva dallo sloveno kolačkolačke, che significa “ciambella” e queste intraprendenti donne li trasportavano in ceste dette plinjerji per poi venderli in piazza, e nelle strade. L'uso di vendere in piazza i dolci fati in casa prosegue tutt'oggi nelle feste popolari di paese.

Le kolačarce più abili preparavano anche la pastacrema carsolina, una millefo-
glie a più strati che richiama la torta dobos, che a Trieste chiamano zavata. Ma si
cimentavano anche nella produzione di certe caramelle casalinghe, che venivano
chiamate cilele (e che, complice la "c" pronunciata "z", mi fanno tornare in men-
te le popolari
 zirèle di zucchero alla cannella trentine).
Le kolačarce, come venivano chiamate in dialetto, preparavano ciambelle e dolcetti più o meno grandi, detti rispettivamente kulači o kulačići. Quelli più grandi erano comuni sulle tavole nuziali, mentre quelli più piccoli venivano preparati in occasione di cresime e altre feste.
Vecchia usanza: se un ragazzo comprava una ciambella a una ragazza, ciò significava che desiderava conquistarla, pertanto questo gesto era il simbolo del corteggiamento. Se invece il

8 settembre 2025

Savrinke, le ambulanti dell'Istria interna

Le "Šavrinke" erano quelle donne della Šavrinija (zona dell'entroterra di Capodistria attorno al fiume Risano) che commerciavano in pane e prodotti agricoli andando di paese in paese.
A differenza delle venderigole triestine, che avevano ciascuna una sua postazione fissa nei marcati all'aperto cittadini, le savrinke (come le breschize del Carso) esercitavano il loro piccolo commercio spostandosi di luogo in luogo. Erano delle ambulanti, se vogliamo delle pendolari giornaliere. Qui ne vediamo un gruppo in sosta per le vie di Capodistria.
Un gruppo di savrinke in viaggio con i loro prodotti agricoli.
Questo piccolo commercio ambulante spesso informale e poco regolamentato portava ai loro villaggi un grande aiuto economico. Ambulanti "pendolari" note per la loro intraprendenza, le Šavrinke sono un simbolo dell'identità istriana tanto che a Cristoglie, al centro del paese, sorge il monumento alla savrinka istriana che raffigura una donna con un cesto sulla testa (il "plenir") con i prodotti che vendeva nelle città vicine, Trieste, Capodistria e Buie.
Le Šavrinke si suddividevano in vari tipi a seconda della loro specializzazione. Le più conosciute e numerose erano le "jajčarice", che andavano di casa in casa a raccogliere le uova, che riponevano nei panieri in equilibrio sul capo o nelle bisacce caricate sull'asinello per poi rivenderle altrove. C'erano poi le "krušarice" che cuocevano il pane in casa e lo vendevano insieme alla frutta e alla verdura, le "mlekarice", che portavano il latte, le "perice" che raccoglievano la biancheria in città per portarla a lavare a casa e le "kolačarke" o "kolačarice", che vendevano dolciumi alle sagre.

6 luglio 2025

La "mappa concettuale" dell'Istria italiana commissionata a Pietro Coelli dall'E.N.I.T.

Enit stava per "Ente Nazionale Italiano per il Turismo". L'ente di promozione turistica venne creato nel 1919 dal governo Nitti.
Nel manifesto di Piero Coelli (1893-1980) la penisola istriana è vista attraverso una finestra ogivale, punteggiata dai monumenti delle principali città. Il manifesto fu prodotto in un anno imprecisato, compreso tra il 1927 e il 1939.
La mappa nella sua versione in lingua tedesca "Istrien-Italien" stampata dalle
Grafiche Modiano di Trieste nel formato di cm. 100x62 per conto dell' E.N.I.T.
Così scrive Alessandro Sandorfi nel gruppo FB "Un fiume di fiumani": "Spero non secchi a qualcuno che ogni tanto ricordi figure del mondo dell'arte. Questa è una locandona eseguita dal pittore Pietro Coelli di Pirano. La sua vita è stata decisamente movimentata. Nato a Pirano d’Istria nel 1893, da Vittorio e Maria Chierego, arrivò a Rovereto nel 1939. Assolse a Pirano le scuole elementari ed a Trieste gli studi superiori. Nel 1919 congedato riprese lo studio e nel 1921 ottiene la licenza con il massimo dei voti e la lode presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia nel Corso Biennale di Ornato e Decorazione sotto la guida di Augusto Sezanne e quello di Incisione diretto dal

25 aprile 2025

Il Giro d'Italia del 1924 passò anche da Fiume

Era il 28 maggio 1924, solo quattro mesi l'annessione al Regno d'Italia, quando il Giro d'Italia "della vittoria" traversò l'Istria e toccò Fiume.
Era la dodicesima edizione della "Corsa Rosa" che si svolse in dodici tappe, dal 10 maggio al 1º giugno, per un percorso totale di 3.613 chilometri e che fu vinta da Giuseppe Enrici; su 90 partenti, arrivarono al traguardo finale solamente 30 corridori.
  • Il tracciato schematico del Giro d'Italia 1924.
    La decima tappa del Giro d'Italia 1924 fu la Bologna-Fiume (415 chilometri) e si corse il 28 maggio. Poi i corridori trascorsero due notti nel capoluogo quarnerino, godendo di un giorno di riposo.
  • L'undicesima tappa del Giro d'Italia 1924 ful a Fiume-Verona (366 chilometri) e si corse il 30 maggio.
  • 👉Il Giro d’Italia toccò ancora Fiume una sola volta: nel 1940, con la 15ª tappa (Abbazia-Trieste) della 28esima edizione.
    👉Tuttavia nel 2004 il Giro d'Italia fece due tappe istriane. Il 23 maggio la Trieste-Pola e il 24 maggio Parenzo-San Vendemiano, entrambe vinte da Alessandro Petacchi.
    Al Giro d'Italia del 1924 partecipò anche l'unica donna che nella storia del Giro abbia gareggiato contro i maschi, Alfonsina Strada, che prese il via con il numero 72. In due tappe arrivò ultima; nella quart'ultima finì fuori tempo massimo ma fu autorizzata a proseguire senza numero e tra gli applausi raggiunse comunque Milano. Rimane l'unica donna ad aver corso il mitico Giro d'Italia.

    20 gennaio 2025

    Una carta etnica della penisola istriana del 1910

    Questa semplice "Carta linguistica della Venezia Giulia" fu pubblicata dall'editore romano Salomone intorno al 1910, quando la regione faceva parte dell'Austria-Ungheria. E riporta anche i Cici.
    In giallo la presenza croata nei dintorni di Fiume. Con l'abbreviazione "Rum." la carta riporta anche le aree abitate dai Cici, la minoranza etnica istro-rumena dell'Istria interna,  le colora in rosa, lo stesso colore di chi in casa parlava l'italiano come lingua madre.

    Immagine tratta dal Dal gruppo FB "Istriadalmaziacards/Car-
    toline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia".
    Le percentuali dei residenti che parlavano una delle tre principali lingue-madri (italiano, croato e sloveno) cambiavano ad ogni rilevazione dei censimenti. E poi ci si metteva anche il cartografo.
    👉In ogni caso, ecco una mappa stampata intorno al 1910 dall'editore Salomone di Roma: la regione è ancora sotto la sovranità dell'impero Austroungarico. Una particolarità: riporta anche la presenza delle piccole colonie istrorumene dell'Istria interna, oggi praticamente estinte. Ai tempi della sovranità italiana fu aperta una scuola rumena a Susgnevizza (chiamata anche Valdarsa, in croato Šušnjevica, in rumeno Şuşnieviţa), il centro abitato principale dei Cici istrorumeni.

    26 novembre 2024

    La penisola istriana nella collana "Le cento città d'Italia illustrate" dell'editore Sonzogno

    E' la vita di un secolo fa quella fissata nelle fotografie in bianco e nero che accompagnano il testo. Scatti unici, preziosa documentazione fotografica dell'Istria degli anni Venti del Novecento.
    La mappa dell'Istria sulla copertina del volume della collana "Le cento città d'Italia
    illustrate
    " delle edizioni Sonzogno di Milano.
    Il fascicolo dedicato alla penisola istriana era composto da 16 pagine nel formato 22 x 30 centimetri ed era il 72° della serie. Era ricco di tantissime fotografie.
    Nella stessa serie furono pubblicate monografie di molte altre località del Friuli-Venezia Giulia: Trieste, Pola, Istria, Fiume e le Isole, Gorizia, Zara, Monfalcone, Grado, Udine, Aquileia, Cividale, La Carnia, Pordenone, Sacile.
    Il fascicolo "Fiume - Abbazia e le isole" fu pubblicato nel gennaio del '29 con il numero 73 e posto in vendita al prezzo di 50 Lire.
    Costituita da 300 fascicoli monografici, per un totale di 5.400 pagine, usciti settimanalmente durante un periodo di quasi sei anni, la collana è di fatto la maggiore e più organica documentazione fotografica dell'Italia degli anni Venti del Novecento.




    3 ottobre 2024

    Le due montagne più alte dell'Istria sono il Monte Maggiore/Ucka e l'Alpe Grande/Planik

    Sia il Monte Maggiore, che con i sui 1.401 metri domina il Golfo del Quarnaro, che il Planik (m 1.272) fanno parte dell'Istria bianca, la regione storica della Ciceria o Cicaria o "altipiano dei Cici".
    L'Altipiano dei Cici (qui in una carta del 1903) fa parte della rocciosa e calcarea "Istria bianca" che corrisponde all'area dei Monti della Vena. Nota: le linee rosse rappresentano la rete ferroviaria istriana esistente all'epoca.

    La Ciceria corrisponde all'Istria Bianca, che si ag-
    giunge all'Istria Grigia e all'Istria Rossa. La tripar-
    tizione ha natura geologica-botanica ma è entrata
    di prepotenza fra i luoghi comuni (specie italofoni).
    La Ciceria-Čičarija, detta in italiano anche Monti della Vena o Altopiano dei Cici è una regione storica costituita da una catena montuosa che si estende per circa 35 chilometri nell'Istria settentrionale. Il suo verde manto boscoso è discontinuo, interrotto da bianchi lembi di roccia calcarea, perciò questa parte dell'Istria viene chiamata Istria Bianca (e comprende anche il costiero Monte Maggiore- Učka, la vetta più elevata dell'intera Istria).
    👉E' abitata prevalentemente da croati ma nel villaggio di Žejane sopravvive una esigua minoranza romena, erede dei Vlasi o Valacchi che qui vengono chiamati Čiči e che nei secoli passati abitava gran parte del Carso e conservano una forte identità nella loro lingua neo-latina (detta anche istro-rumena).
    👉Il tetto dell'altipiano della Ciceria è il Planik (Alpe Grande, 1.273 metri). Da lassù la vista è magnifica da ogni parte. Qui si capisce benissimo il perchè del nome italiano, un po’ esagerato forse, e il perché dei tanti ispirati racconti sulla rivista alpinistica “Liburnia”, il cui primo numero uscì nel lontano 1902. L’Alpe Grande divenne particolarmente popolare come meta di escursioni dopo che nel 1913 lo descrisse nella sua “Guida di Fiume e dei suoi monti” Guido Depoli, redattore della “Liburnia” e per lunghi anni segretario e poi presidente del Club Alpino Fiumano.

    22 dicembre 2023

    La maialatura, ossia l'uccisione del maiale di casa

    L'uccisione del maiale di casa era uno dei perni attorno a cui ruotava il calendario contadino, un rito pagano che coinvolgeva l'intera famiglia.
    La maialatura dei giorni invernali, raccontata da immagini crude ma senza ipocrisie (un sentito grazie al sito "Bookaleta"). Chiudeva un intero anno di attese legate all'allevamento del maiale di casa.
    La lavorazione del maiale all'aperto in un villaggio della Slavonia.
    Come in ogni civiltà contadina, anche in Istria il giorno della macellazione del maiale aveva un significato fondante ed evocativo. Veniva a compimento un intero anno di attese legate all'allevamento del maiale di casa, che allora era come per noi il conto in banca: una sicurezza a garanzia del nostro futuro.
    I lavori post-uccisione terminano con il confezionamento degli insaccati.
    👉In Serbia la maialatura si colorava di riferimenti identitari e nazionalisti: negli anni della crisi balcanica di inizio Novecento ci fu perfino una "guerra dei maiali" fra l'Impero austro-ungarico e la Serbia, che Francesco Giuseppe tentava di indebolire con le sanzioni economiche contro l'esportazione dei suini allevati in Serbia.
    👉Spesso la giornata si concludeva con una grande festa nel corso della quale si consumavano piatti a base di maiale. E' una usanza che scavalca i confini e si ritrova in tanti paesi diversi.
    La štajerska kisla juha, la minestra di maiale stiriana (la Stiria é oggi una regione dell'Austria) apriva la festa che si faceva dopo la macellazione del maiale. Gli ingredienti sono: testa e zampe del maiale, verdure, mele, erbe aromatiche e aceto di vino, che conferisce al tutto un sapore acidulo (qui in un francobollo che la celebra).







    4 ottobre 2023

    Il boscarin, grande bue istriano dalle larghe corna

    Il boscarìn boškarin era un animale molto versatile, buono sia per il lavoro che per la carne, ma che soprattutto era un animale da lavoro.
    Un imponente toro di boscarìn nella campagna istriana. Affiancava il contadino nel lavoro dei campi e nella vita di tutti i giorni ed era prezioso perché assicurava la sopravvivenza economica della famiglia contadina.

    Una rara immagine di boscarìn utilizzato come trattore in città. A Trieste
    nei primi anni del Novecento con le bestie che ancora circolavano in città.
    👉Veniva utilizzato "come un cavallo" cioé anche come forza motrice per trainare carri e carretti o per trascinare pietre per la costruzione di case e muri. Veniva nutrito con quella poca erba che c’era e le sue vacche fornivano alle famiglie piccole quantità di latte.
    Anziana contadina dell'interno istriano ritratta nel corso di una premia-
    zione del boscarìn più bello del contado (anni Novanta del '900).
    👉Arrivati a fine corsa, la carne dei boscarìn veniva usata per preparare i sughi, perfetti da accompagnare agli gnocchi o ai ''fuži'' istriani. Oppure preparata lessa, o arrosto in padella sull’olio d’oliva. Formule che derivano tutte dalla spontanea cucina contadina tradizionale.
    👉Oggi invece con le sue carni si tendono a realizzare certe ricercatezze gastronomiche che si pretendono ispirate alla cucina del territorio, quando invece "ai tempi" nessuno si sarebbe sognato di sprecare un prezioso boscarìn per mangiarselo subito e bruciarsi così "il capitale".

    30 agosto 2023

    Le provvidenziali doline dell'arido Carso triestino

    Chi non sa cosa sono le doline dell'altipiano carsico? Forse quelli che si fermano solo alle pompe di benzina e manco le riconoscono.
    Le depressione carsiche chiamate "doline" sono ben visibili in questa mappatura digitale del ciglione carsico a monte di Trieste. L'elaborazione grafica é del fotografo Alessandro Ghezzer su base-dati GIS.

    La dolina Del Principe al Monte Cocco, presso Aurisina.

    Le doline sono quegli "imbuti" che si aprono sui terreni carsici, che spingevano la povera gente del luogo a costruirci la casa sull'orlo. Spesso infatti la superficie in fondo al cono di adduzione di questi "imbuti" risulta coltivabile, perché le acque meteoriche tendono di per sé a muoversi verso questi caditoi naturali.
    L'importante Dolina Pozzatina, che si trova nel Gargano pugliese, con il
    fondo interamente coltivato, proprio come avviene sul Carso.
    👉La dolina é una conca chiusa di aspetto imbutiforme le cui dimensioni possono variare di molto fra loro e con un loro microclima del tutto particolare che porta la temperatura ad abbassarsi man mano che si scende verso il fondo, un fenomeno chiamato "inversione termica", fatto ben noto ai soldati della WW1, che sfruttavano il fondo delle depressioni per conservare gli alimenti o anche per inumarvi i caduti. Le variazioni sono mediamente di 1 °C per ogni
    L'ospedale militare della dolina di San Martino sul carso, in una rara foto
    della WW1. Divenne poi cimitero militare "Dolina dei Cinquecento".
     14 metri di profondità. Il fenomeno della inversione termica negli avvallamenti nel terreno é ben noto anche ai montanari del Trentino, dove si raggiungono punte di freddo estremo sull'altipiano di Marcesina e su quello delle Pale di San Martino.
    👉I contadini del Carso ovviamente sapevano che quell'avvallamento avrebbe convogliato le piogge e questo era un fattore decisivo in una zona priva di acque

    4 gennaio 2022

    Il boscarin, possente bue bianco da lavoro delle campagne istriane (che oggi finisce in pentola)

    E' stato il protagonista indiscusso della civiltà agricola istriana.
    bue boscarin
    Imponente e versatile, il Boscarin é intimamente connesso all'antica cultura contadina istriana. Oggi però é utilizzato prevalentemente come animale da carne.
    Veniva impiegato per arare i campi, portare le pietre per costruire le case
    e in cento altre incombenze. Troppo prezioso per finire nelle padelle del-
    la cucina di casa.

    Con la meccanizzazione dell'agricoltura il loro numero crollò bruscamente, tanto che negli anni Novanta dello scorso secolo ne erano rimasti appena un centinaio.
    Oggi il loro numero é in ripresa, ma solo perché sono destinati alla macellazione.
    Donne così preparavano il pane fatto in casa, il brodo brustolà, i pljukanci
    e i fusi di pasta casalinga, i facili risi e bisi e le zuppe di verdura, le famose
    manestre istriane a base di fagioli e patate, con le loro tante varianti. 

    👉Da da trattore in via d’estinzione a presidio Slow Food e ricercatezza da gourmet. La parabola del bovino autoctono istriano è tutta qui.
    👉Questo bue autoctono dalle corna enormi, è sempre stato l’animale da lavoro el contado istriano. Veniva impiegato per trainare l'aratro e il carro di casa, non certo per mangiarselo a tavola... Oggi invece servire carne di boskarin è diventata l'attrazione dei ristoranti trendy: qualcuno ne ha contati una quarantina in Istria, uno a Dubrovnik e dieci a Zagabria, ma si tratta certamente di un dato sottostimato.

    28 luglio 2020

    Il mandracchio: un riparo interno al porto, che fa da ricovero per le imbarcazioni più piccole

    Fuori c'era il molo grande, per far attraccare le imbarcazioni maggiori provenienti dal mare aperto ma dentro, chiuso da un moletto basso e...
    Il mandracchio/mandrač di Cherso in una fotografia del 1939.
    ...addossato alle rive, c'era il mandracchio, un piccolo specchio d'acqua più riparato e destinato solo alle imbarcazioni minori, che vi potevano essere accolte in gran numero.
    E' un nome che dovrebbe derivare dal latino "mandraculum", spazio organizzato per non ingombrare e per occupare il minore spazio possibile.
    👉Si tratta, insomma, di una piccola darsena ricavata all'interno di uno spazio portuale più vasto e riservata alle imbarcazioni di piccole dimensioni.
    Questo termine antico resta ancora vivo in diversi centri costieri istriani, dove fornisce riparo dai venti di tempesta, dalle alte onde marine e dalle burrasche.
    Il mandracchio di Cherso, qui visto dall'alto, somiglia a quelli di Muggia, Cittanova, Pirano, Isola, Laurana. L'edificio verde alla radice del moletto interno che separa il porto dal mandracchio è il vecchio "Albergo Miramar", il primo che aprì i battenti a Cherso, che oggi ospita un wine-bar.

    30 giugno 2019

    Hum, il piccolo borgo d'altura dell'Istria centrale

    Oggi Hum (Colmo, in italiano) è quasi un ghost village, con sì e no venti abitanti. Ci sono appena due viuzze, due chiesette e una konoba.
    Qui é ancora possibile trovare in vendita la famosa Biska, la grappa aromatizzata con le foglie del vischio (stiamo però attenti con gli esperimenti casalinghi perché la bacche sono tossiche!).
    E' vicino sia a Pinguente/Buzet che a Pisino/Pazin. E' un
    pittoresco borgo d'altura, piccolo e raccolto come il più
    blasonato e turrito Monteriggioni, che si trova in Toscana,
    al centro dell'Italia centrale (qui qualche nota storica).
    In Istria i borghi d'altura non mancano certo e Hum ne illustra il caso limite: "...un piccolo paesino che oggi conta una trentina di abitanti nelle vicinanze di Pinguente (Buzet), nell'inteno dell'Istria. Ai tempi di questa cartolina dell'editore Stefani di Pisino (1942), Colmo contava più di ottocento abitanti, la maggioranza sparsi nel territorio a fronte di pochi (circa un centinaio) rinchiusi nelle mura cittadine. La grande maggioranza di questi se ne andò dopo la guerra, quando l'Istria venne assegnata alla Jugoslavia. Secondo quanto riportano alcune guide, Colmo sarebbe indicata dal Guinness dei Primati come la città più piccola del mondo, ma si tratta di una leggenda. Il grande edificio bianco che si staglia in primo piano è la scuola elementare. Oggi l'edificio è in disuso, e tutta Colmo - con le sue case in pietra e le stradine lastricate anch'esse in pietra - appare come sospesa in un'epoca senza tempo."
    Sulle porte occidentali delle mura sono presenti due antichi scritti in alfabeto glagolitico, il più antico alfabeto slavo, che venne elaborato dai santi Cirillo e Metodio nel sec. IX d.C. sulla base dell'alfabeto greco corsivo, e con qualche elemento ebraico e copto.


    11 maggio 2019

    Le jajčarice istriane, caparbie rivenditrici di uova: una variante delle savrinke

    Erano caparbie viaggiatrici, compratrici e venditrici di uova, note a Trieste come a Buie, a Pinguente come in Ciceria. Per la questione delle uova spesso venivano chiamate jajčarice (che vuol dire "ovaiole").
    savrinka capodistria
    Una savrinka in Via Callegarie a Capodistria - disegno a matita di Stojan Ržek.
    Erano quelle ragazze e donne della Šavrinija (una piccola regione interna, alle spalle di Capodistria) che passavano di villaggio in villaggio e di casa in casa.
    👉Comperavano uova, latte, verdura e frutta per andare poi a rivendere tutta questa loro merce sui mercati di Trieste, di Capodistria e di Pirano.
    👉Seguivano gli antichi sentieri che si snodavano tra i paesi dell’interno.
    Le savrinke hanno di fatto contribuito a stabilire un ponte linguistico e anche culturale tra tre popoli: gli italiani, gli sloveni ed i croati.
    savrinke savrine jajčarice
    "La Savrina la xe fissada come una mula cicia; la va come el temporal. In vita la xe drita come una candela e suta come un bacalà. Dopo, coi ani, la xe sempre più in carne; la xe forte come el dren e sana come un pesse. In tel momento iusto la vien calda come ‘na stufa. La bala come sul'oio, la se gira come un fuso e la sà saltar come la susta. Co’ la serca el moroso, la pensa: 'Meio sola che mal compagnada'. Anche i veci dixi che la Savrina tien in pie tré cantoni dela casa, el quarto invese lo tien el mus o la mussa". La storia delle Savrinke risale all’Ottocento e s'intreccia con quella delle mlekarice e delle venderigole. "La Savrina xe sveia come un puliso” – scrive in un suo lavoro di ricerca l’etnologa Rožana Koštiàl.