12 febbraio 2026

Kolačarke, variante dolce delle savrinke istriane

Quando c'erano delle feste o delle sagre paesane queste donne dell'entroterra slavo ci andavano per  vendere dolci e ciambelle, ed erano chiamate kolačarke (le savrinke invece vendevano di tutto).
Il loro nome che deriva dallo sloveno kolačkolačke, che significa “ciambella” e queste intraprendenti donne li trasportavano in ceste dette plinjerji per poi venderli in piazza, e nelle strade. L'uso di vendere in piazza i dolci fati in casa prosegue tutt'oggi nelle feste popolari di paese.

Le kolačarce più abili preparavano anche la pastacrema carsolina, una millefo-
glie a più strati che richiama la torta dobos, che a Trieste chiamano zavata. Ma si
cimentavano anche nella produzione di certe caramelle casalinghe, che venivano
chiamate cilele (e che, complice la "c" pronunciata "z", mi fanno tornare in men-
te le popolari
 zirèle di zucchero alla cannella trentine).
Le kolačarce, come venivano chiamate in dialetto, preparavano ciambelle e dolcetti più o meno grandi, detti rispettivamente kulači o kulačići. Quelli più grandi erano comuni sulle tavole nuziali, mentre quelli più piccoli venivano preparati in occasione di cresime e altre feste.
Vecchia usanza: se un ragazzo comprava una ciambella a una ragazza, ciò significava che desiderava conquistarla, pertanto questo gesto era il simbolo del corteggiamento. Se invece il ragazzo comprava alla ragazza una paštakrema, ciò significava che formavano già una coppia, poiché la paštakrema costava più di una ciambella. Dopo la seconda guerra mondiale questa usanza fu via via dimenticata per essere poi abbandonata definitivamente alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso.

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