E' stata una delle figure più importanti del Vittoriale. Il poeta le si rivolgeva quotidianamente con bigliettini scritti a ogni ora del giorno e della notte per richiedere menù, spuntini e merende.
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| Albina entrò a servizio di D'Annunzio a Venezia, nel 1916, a 24 anni d'età e quando il Poeta si trasferì dalla Casetta Rossa di Venezia al Vittoriale di Gardone Riviera la portò con sé con l’incarico di cuoca personale e responsabile della «cambusa». Dava corso alle "comande" che le arrivavano quotidianamente direttamente da D'Annunzio, sotto forma di bigliettini recapitati dalla servitù. A destra: la cucina del Vittoriale. |
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Uno dei tanti biglietti inviati ad Albina da Gabriele, che si doleva di avere "una improvvisa passione per il can-nel-lo-ni". |
Albina Becevello, questo il nome della Cuoca Pingue, o Suor Intingola, o Suor Indulgenza Plenaria, o Suor Ghiottizia, era una veneta di Paese, un borgo di pianura nel trevigiano, nata nel 1892. Fu proprio alla Casetta Rossa di Venezia che Gabriele conobbe Albina: la ereditò con la casetta sul Canal Grande, che aveva acquistato dal principe Hohenlohe. Da allora Albina rimase a servizio fino alla morte del Poeta, avvenuta nel 1938, come persona fidata in cui riporre la più totale fiducia.
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Aloisia è uno dei tanti nomignoli dati da d’Annunzio a Luisa Baccara, la celebre pianista che fu sua compagna "ufficiale" negli anni del Vittoriale. D'Annunzio aveva con Albina un rapporto di complicità e amicizia, valga per tutti bigliettino: «da otto giorni non chiavo. Inutile che tu mi mandi gli zabaioni non avendo bisogno di raddrizzare la schiena. Mandami piutto- sto una mona sottile».
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Albina cucinava i pasti per le venticinque persone circa che vivevano al Vittoriale con il Comandante, tra domestici e amici. Nella cittadella, infatti, dimoravano l’architetto Giancarlo Maroni, nell’abitazione denominata il Casseretto, il segretario Tom Antongini, l'amante ufficiale Luisa Baccara, la governante multiruolo Aelis e circa diciotto domestici.
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La visita el ministro sovietico Cicerin scatena in D'Annunzio confidenze culinarie: «L’altra sera, dopo ventinove ore precise di stretto digiuno ir- rigato d’acqua ascetica […] inghiottii sette uova col guscio, e il nero ca- viale del mio diletto infetto Cicerin, e i misteriosi scampi del mio Carna- ro tradito, e la carne dell’irsuto porco e gli afrodisii tartufi dal detto por- co dissepolti, e le più acerbe frutta, e il più grosso cacio, e il più denso caffè». |
👉Alla cuoca, piuttosto robusta e campagnola, vennero risparmiati gli assalti sessuali. D'Annunzio fu sempre generoso con lei e con i suoi parenti, in particolare col fratello mutilato di guerra, che aiutò ad entrare in possesso di un terreno agricolo. Gabriele offriva a ogni piè sospinto omaggi concreti: mille lire per un pasticcio di fegato, cinquecento per un piatto di pastasciutta e tre pappardelle con uova, altrettanto per una colazione succulenta, addirittura duemila (due mesi di un buon stipendio) per accompagnare le ferie conquistate grazie a un mucchio di «sottilissime patatine fritte». Il poeta omaggia la sua «Suor Albina di Tutti i Fuochi» con una filastrocca:
«A Suor Albina / che fa la Galantina / e fa la Gelatina / e fa la Patatina / e fa la Minestrina / e il petto d’Agostina / tutto alla buccarina / con l’arte sua divina!».
(da "La cuoca di d'Annunzio: I biglietti del Vate a 'Suor Intingola'. Cibi, menù, desideri e inappetenze al Vittoriale", UTET Ed. del Kindle)
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